è difficile dirlo. se non sappiamo amare, se non sappiamo farci amare, a volte.
ho passato mesi a pensar il peggio di te perché mi avevi lasciata andare al macello, e tutto quello che avevi saputo fare era stato scrivere una canzone triste, a maggior gloria (tua?). ho passato mesi a dirmene di tutti i colori, perché me n'ero andata.
la verità è che quando hai il cuore gonfio non c'è niente che ti salvi. neanche prenderti cura di un altro.
per ogni volta che tu sei andato via e ti ho ripreso, perché questo, anche questo, é il mio modo di amare, riprenderti, non andarmene quando vai ia e mi lascia in mezzo alla strada, aspettare, smorzare. per ogni volta, mi si è rotto un pezzettino dentro, si è scheggiato lo stomaco, e questa scheggia, maledizione a me, me la conservo gelosamente. è un ago che prima o poi mi pianterà nel cuore e mi ucciderà, ma che vuoi farci?
quando hai il cuore così gonfio, è troppo più facile che la scheggia lo prenda.
il mi cuore rosso e gonfio come un be pomodoro maturo, pieno di succo e morbido e sodo, ché più è sodo più la scheggia entra meglio.
ho fatto quello che sapevo fare. mi sono messa sul tavolo al posto tuo e ti ho messo il mio stomaco sotto i ferri. solo così sapevo proteggerti, solo così sapevo curare il mio dolore, ma non è una cura, non da sola, quantomeno.
sai quante ossessioni ho?
scommetto che non lo immagini neanche lontanamente. sono due, ma sono tre. perchè 1+1, ma poi devi aggiungerci che 1+1 diventa, una volta sommato, un'altra unità singola. e fanno 3.
fico, eh?
lei, lui, loro.
non posso dire che non sai amarmi, tu sì. ma io.
sai.
mi capita ancora. ci sono notti in cui all'alba vorrei morire. già.
martedì 29 novembre 2011
giovedì 17 novembre 2011
né di terra, né di spugna.
e piove. piove. e io posso assorbire tanto, posso inzupparmi fino a che la carne divenga molle e bianca -e cercare che non lo divenga, che è così brutta a vedersi.
ma io non sono fatta né di terra né di spugna, e mi scappano via dalle dita delle gocce ogni tanto, e piove, piove, piove sui miei piedi, sul mio vestito, piove e io a volte non ce la faccio ad assorbire tutto. e tu non te ne accorgi, perché quando mai il cielo si accorge di cosa lascia cadere sulla terra? raggi di sole, scrosciare di pioggia, è cielo, lui, e se vuoi averci a che fare è così.
si fanno sempre i conti con la natura delle cose.
quando naufraga una nave non esistono più classi, si è tutti in mare, disperati, bagnati, e spaventati. e soli.
soli.
e la solitudine è l'unica cosa che ti avvicina al cuore degli altri. alla com-passione.
quando fa freddo ci si abbraccia tutti più forte.
ma poi, si torna sempre sulla terraferma, e non può essere che un addio. uno sguardo imbarazzato -ma davvero davvero condiviso quelle cose con te? devo dimenticarlo, e anche tu. noi non siamo uguali, altrimenti non sarebbe servito un naufragio per incontrarci.
perchè la natura umana è tutta uguale solo quando il mondo svanisce, e c'è solo acqua, acqua a morirne.
si tratta solo di saperlo. e io lo so. io che sono orecchio e canoa e terra che raccoglie tutta questa pioggia, e che non sono sono né di terra né di spugna e non ce la faccio, non ce la faccio ma devo farlo, perché se potessi non farlo non sarei così zuppa e fredda e molle d'acqua, io lo so.
a volte desidereresti che la bufera non finisse perché non finisca anche il calore.
io che non sono madre e mi faccio madre terra per accogliere un corpo rannicchiato ho le braccia solitarie, che a farne conca e ventre per cullare sono sempre all'esterno di questo abbraccio, e mi fa male.
io lo so che quando torneremo sulla terra tu tornerai ad essere te, e io invece resterò solamente me.
ma io non sono fatta né di terra né di spugna, e mi scappano via dalle dita delle gocce ogni tanto, e piove, piove, piove sui miei piedi, sul mio vestito, piove e io a volte non ce la faccio ad assorbire tutto. e tu non te ne accorgi, perché quando mai il cielo si accorge di cosa lascia cadere sulla terra? raggi di sole, scrosciare di pioggia, è cielo, lui, e se vuoi averci a che fare è così.
si fanno sempre i conti con la natura delle cose.
quando naufraga una nave non esistono più classi, si è tutti in mare, disperati, bagnati, e spaventati. e soli.
soli.
e la solitudine è l'unica cosa che ti avvicina al cuore degli altri. alla com-passione.
quando fa freddo ci si abbraccia tutti più forte.
ma poi, si torna sempre sulla terraferma, e non può essere che un addio. uno sguardo imbarazzato -ma davvero davvero condiviso quelle cose con te? devo dimenticarlo, e anche tu. noi non siamo uguali, altrimenti non sarebbe servito un naufragio per incontrarci.
perchè la natura umana è tutta uguale solo quando il mondo svanisce, e c'è solo acqua, acqua a morirne.
si tratta solo di saperlo. e io lo so. io che sono orecchio e canoa e terra che raccoglie tutta questa pioggia, e che non sono sono né di terra né di spugna e non ce la faccio, non ce la faccio ma devo farlo, perché se potessi non farlo non sarei così zuppa e fredda e molle d'acqua, io lo so.
a volte desidereresti che la bufera non finisse perché non finisca anche il calore.
io che non sono madre e mi faccio madre terra per accogliere un corpo rannicchiato ho le braccia solitarie, che a farne conca e ventre per cullare sono sempre all'esterno di questo abbraccio, e mi fa male.
io lo so che quando torneremo sulla terra tu tornerai ad essere te, e io invece resterò solamente me.
domenica 30 ottobre 2011
vivo come i gamberi.
ho passato centinaia di giorni ad aspettare di aver l'occasione di parlare e smetter di lasciare segnali in giro per il mondo.
centinaia.
non è stato un grande sforzo, io non desideravo altro che quello, avere l'occasione di rimettere insieme i pezzi, anche solo per posarli in fondo a un cassetto, a in ordine, celebrare un requiem definitivo ma consapevole, libero, purificatore, pulito. doloroso, certo, ma mio. anche solo per quello.
credevo di aver rubato uno spazio all'oblìo, c'ero riuscita, in realtà.
ma.
ma la verità è che mentre puoi rubare qualcosa alla morte, la puoi ingannare se solo riesci a concentrarti, a lasciare uno spazio bianco nella mente, mentre la morte la puoi ingannare, la vita ti fotte sempre. sempre.
l'avevo detto, lo sapevo, non ho scuse. ti prego di non diventare reale, ti prego, ti prego ti prego.
perchè lo sapevo che diventando reale saresti stato fagocitato dalla vita, da questo schifo che marcisce, si sporca, e ti abbandona.
i morti non ti lasciano mai sola, sono i vivi ad andare via. sempre.
mi hai tenuto più compagnia in questo anno e mezzo di assenza che adesso che non ci sei davvero. adesso che mi lasci ad aspettare uno sguardo, un gesto. una tenda, un caffè. una carezza. un passaggio. un messaggio. una domanda.
e io adesso non so se è più il male dell'assenza o la desolazione di non avere più quella cosa così bella che avevo a cui aggrapparmi.
vivo come i gamberi, con la testa rivolta sempre indietro, e non è una gran cosa, lo so, ma è così. e adesso? anche tu adesso fai parte della mia vita spaccata in due, anche tu sei solo metà. sto benino ovunque, mi manca casa, sempre.
lo sappiamo, quando la vita fa le parti, le due metà non sono m a i uguali.
centinaia.
non è stato un grande sforzo, io non desideravo altro che quello, avere l'occasione di rimettere insieme i pezzi, anche solo per posarli in fondo a un cassetto, a in ordine, celebrare un requiem definitivo ma consapevole, libero, purificatore, pulito. doloroso, certo, ma mio. anche solo per quello.
credevo di aver rubato uno spazio all'oblìo, c'ero riuscita, in realtà.
ma.
ma la verità è che mentre puoi rubare qualcosa alla morte, la puoi ingannare se solo riesci a concentrarti, a lasciare uno spazio bianco nella mente, mentre la morte la puoi ingannare, la vita ti fotte sempre. sempre.
l'avevo detto, lo sapevo, non ho scuse. ti prego di non diventare reale, ti prego, ti prego ti prego.
perchè lo sapevo che diventando reale saresti stato fagocitato dalla vita, da questo schifo che marcisce, si sporca, e ti abbandona.
i morti non ti lasciano mai sola, sono i vivi ad andare via. sempre.
mi hai tenuto più compagnia in questo anno e mezzo di assenza che adesso che non ci sei davvero. adesso che mi lasci ad aspettare uno sguardo, un gesto. una tenda, un caffè. una carezza. un passaggio. un messaggio. una domanda.
e io adesso non so se è più il male dell'assenza o la desolazione di non avere più quella cosa così bella che avevo a cui aggrapparmi.
vivo come i gamberi, con la testa rivolta sempre indietro, e non è una gran cosa, lo so, ma è così. e adesso? anche tu adesso fai parte della mia vita spaccata in due, anche tu sei solo metà. sto benino ovunque, mi manca casa, sempre.
lo sappiamo, quando la vita fa le parti, le due metà non sono m a i uguali.
venerdì 21 ottobre 2011
Arriva sempre, l'inverno.
La gente molto felice – o molto infelice è sempre feroce. Non c’è posto che per sé nel proprio cuore, tutto ilresto è corollario, fondamentale come il coro greco ma non altrettanto stentoreo nell’espressione.
Non si chiede al coro come stai?. Ci si aspetta solo ascolto e cassa di risonanza. Stonato il coro, terribile l’errore, impietosa la risposta di chi è, pur sempre, il protagonista della più grande tragedia cosmica del momento, per sempre finchè dura.
La gente con un grande dolore ama verticalmente chi gli sta accanto perché è una riflesso di sé che ama, ma solo a tempo determinato, e lancia ogni tanto colpi di coda di una violenza inaudita e disattenta –ma pur sempre piena di validissime motivazioni, all’occorrenza. Saltano denti e ciglia, e continui a sorridere, un sorriso un po’ storto, ma pur sempre un sorriso, percui è come se non fosse successo niente.
Quello che devo fare.
Maniche lunghe a coprire il mio dolore per cui non v’è spazio.
È arrivato l’inverno, purtroppo.
Arriva sempre.
Nello spazio del disamore disattento si posano comodamente le parole pesanti del giudizio puntuto, uso scellerato e cattivo –cattivo, sì, dell’attenzione posta in altri momenti. L’altrui amore è un’arma potente per chi lo riceve. Aprire le braccia priva chi lo fa del proprio calore, e scopre i segni. E nel dare il colpo sai perfettamente dove farà male, ma non ti curi di moderarne le conseguenze.
È nello spazio vuoto fra ciò che sai e scegli e ciò che ignori e fai volutamente a caso la differenza fra me e te.
Io so dove ti fa male. Mi sforzo di saperlo. Con il mio metodo, che è quello che è. Brucia quando disinfetto dove la carne è scoperta e tenera, ma non v’è intenzione nel dolore che procuro. Forse un po’ della mia –imperdonabile, certo, goffaggine, ma nessuna chirurgica intenzione di far male.
Tu, no. Semplicemente.
Non si chiede al coro come stai?. Ci si aspetta solo ascolto e cassa di risonanza. Stonato il coro, terribile l’errore, impietosa la risposta di chi è, pur sempre, il protagonista della più grande tragedia cosmica del momento, per sempre finchè dura.
La gente con un grande dolore ama verticalmente chi gli sta accanto perché è una riflesso di sé che ama, ma solo a tempo determinato, e lancia ogni tanto colpi di coda di una violenza inaudita e disattenta –ma pur sempre piena di validissime motivazioni, all’occorrenza. Saltano denti e ciglia, e continui a sorridere, un sorriso un po’ storto, ma pur sempre un sorriso, percui è come se non fosse successo niente.
Quello che devo fare.
Maniche lunghe a coprire il mio dolore per cui non v’è spazio.
È arrivato l’inverno, purtroppo.
Arriva sempre.
Nello spazio del disamore disattento si posano comodamente le parole pesanti del giudizio puntuto, uso scellerato e cattivo –cattivo, sì, dell’attenzione posta in altri momenti. L’altrui amore è un’arma potente per chi lo riceve. Aprire le braccia priva chi lo fa del proprio calore, e scopre i segni. E nel dare il colpo sai perfettamente dove farà male, ma non ti curi di moderarne le conseguenze.
È nello spazio vuoto fra ciò che sai e scegli e ciò che ignori e fai volutamente a caso la differenza fra me e te.
Io so dove ti fa male. Mi sforzo di saperlo. Con il mio metodo, che è quello che è. Brucia quando disinfetto dove la carne è scoperta e tenera, ma non v’è intenzione nel dolore che procuro. Forse un po’ della mia –imperdonabile, certo, goffaggine, ma nessuna chirurgica intenzione di far male.
Tu, no. Semplicemente.
mercoledì 31 agosto 2011
Lettere dal fronte - Faire passer l'appel, imposer le cri, vociférer la plainte, labourer le silence.
Forse è che non siamo più capaci di sentire. Di sentire profondamente, davvero, di sentire nello stomaco, nelle viscere, lì dove si dice ci sia la bocca dell’anima. Forse non siamo più capaci di quelle spinte che ci avvicinavano al cielo e alla terra contemporaneamente.
Perché anche se è vero che non si piange la morte di un milione di anime, anche se è vero che troppo grande dovrebbe essere l’uomo per abbracciare e assorbire così tanto dolore, anche se tutto questo è vero, mi terrorizza la freschezza con cui ci limitiamo a condividere le notizie, a incazzarci, si, ma neanche poi troppo. A inorridire per cinque minuti sindacali, e passare oltre.
Forse è che sono troppi gli orrori e non potendo assorbirli, combatterli tutti, né potendone scegliere uno solo, che troppo veloce è il ricambio, forse semplicemente siamo diventati impermeabili.
Orrore.
Siamo tutti così impegnati ad avere qualcosa da fare, un obiettivo che sia quello ‘giusto’ per cui combattere, che s’è perso il senno. Non siamo più capaci di gioire e piangere, di avere così tanta paura da non sentirla neanche più. I nostri governanti ci umiliano, ci sputano in faccia, e noi si, ci indigniamo, aspettiamo i referendum per andare a votare armati delle nostre fiere matitine, occupiamo le scuole e battiamo le mani a chi riesce a tirare in lungo, guardiamo con un po’ di disprezzo chi non può esserci perché deve pur lavorare, e non vediamo il paradosso sublime che chi protesta sembra poterselo permettere.
Gli operai di Priolo che hanno dovuto scegliere, e tutti i giorni devono scegliere, se morire di cancro o morire di fame.
I siriani ammazzati a manciate per diventare un post condiviso in rete, ma nessuno che alzi un dito. Nessuno di noi. Anche volendo, forse non sapremmo nemmeno da dove cominciare.
Ci siamo abbrutiti lentamente, abbiamo smesso di sentire. Artisti, spettatori, persone, passanti.
Ci sta sfuggendo qualcosa.
Qualcosa di grave. Di fondamentale.
Ho sempre pensato che l’arte, senza stare a sprecare maiuscole e minuscole, avesse un senso intrinseco superiore, il potere di renderci più umani. Di mostrarci la potenza, la gioia, il dolore che siamo in grado di provare. Ma non basta danzare, scrivere, leggere, o anche solo ascoltare – che l’arte è un dono per chi sta a guardare, non solo per chi la pratica, e anche questo ci sta sfuggendo.
Che sviluppare l’individuo fosse la strada per renderci tutti alla pari e diventare un collettività, non un gruppo né una massa, ma un insieme di individui in grado di mettere in comune la diversità, che è l’unica verità che possediamo.
Non uno schermo dietro al quale diventare più belli. Non un megafono per fare sapere al mondo quanto valiamo. Che poi, chi se ne importa. Che poi, ci sarà sempre un megafono più potente. E la gara dei megafoni è deprimente.
Abbiamo dimenticato che siamo energia, alla fine dei conti. Energia che si può disperdere, o incanalare. Abbiamo dimenticato come si fa a piangere, e perché si piange. Tre pianti al mese, una cura omeopatica per meglio non sentire. Questo mese ho già dato, e pazienza se c’è un disastro dietro l’angolo, o a mille chilometri di distanza.
Un’arte più umana, e meno divina, ci vuole. Perché mentre la gente muore, gli dèi stanno a guardare
venerdì 19 agosto 2011
perchè la carne che brucia suona come il silenzio.
bello quel pezzo che mi hai fatto ascoltare, quello del cantante dei mariposa. già, mi è piaciuto, era facile indovinarlo.
quello che non hai indovinato tu è che io, un pezzo simile, l'ho scritto, e neanche troppo tempo fa. lui parla di varechina, io di cera.
di filamenti, di strisce fibrose che ti attanagliano piano piano il cuore e lo stomaco, fino a soffocarlo, fino a quando smetterà quasi di battere - no, non lo faranno fermare, sarebbe troppo facile.
solo, lo faranno battere piano piano, come quando hai corso e vorresti tirare un sospirone e riempirti i polmoni ma non ce la fai, perchè ti vengono le fitte al petto, e allora fai tanti piccoli respiri affannati e poco soddisfacenti.
se solo sapessi come non macerarmici intorno così, sarebbe tutto più semplice.
prendere semplicemente atto del fatto che nonostante i sassi che ho lasciato praticamente ovunque, tanto che chi voleva mi ha trovata anche qui, prendere atto del fatto che tu, semplicemente, non li hai visti. che ti sei dimenticato che a giugno c'ero anche io - e c'ero apposta per te, fra l'altro, ma questo fa parte del processo di macerazione, quindi va beh. che mi hai detto di tornare quando volevo, e che io ci ho creduto.
che mi dici certo, puoi restare, però come ho detto a tutti, portati un sacco a pelo che non si sa mai, e io che mi chiedo perchè, perchè, perchè non mi dici certo, resti con me, no?
so che lo avresti fatto, qualche centinaio di giorni fa. quello che non so, è adesso.
quello che non so. e se solo questa cera finisse dritta sul mio cuore una volta per sempre, farebbe meno male. farebbe meno male. farebbe meno male.
ci hai fatto caso, che il suono della carne brucia si scrive come l'ordine di fare silenzio? ssssh.
quello che non hai indovinato tu è che io, un pezzo simile, l'ho scritto, e neanche troppo tempo fa. lui parla di varechina, io di cera.
di filamenti, di strisce fibrose che ti attanagliano piano piano il cuore e lo stomaco, fino a soffocarlo, fino a quando smetterà quasi di battere - no, non lo faranno fermare, sarebbe troppo facile.
solo, lo faranno battere piano piano, come quando hai corso e vorresti tirare un sospirone e riempirti i polmoni ma non ce la fai, perchè ti vengono le fitte al petto, e allora fai tanti piccoli respiri affannati e poco soddisfacenti.
se solo sapessi come non macerarmici intorno così, sarebbe tutto più semplice.
prendere semplicemente atto del fatto che nonostante i sassi che ho lasciato praticamente ovunque, tanto che chi voleva mi ha trovata anche qui, prendere atto del fatto che tu, semplicemente, non li hai visti. che ti sei dimenticato che a giugno c'ero anche io - e c'ero apposta per te, fra l'altro, ma questo fa parte del processo di macerazione, quindi va beh. che mi hai detto di tornare quando volevo, e che io ci ho creduto.
che mi dici certo, puoi restare, però come ho detto a tutti, portati un sacco a pelo che non si sa mai, e io che mi chiedo perchè, perchè, perchè non mi dici certo, resti con me, no?
so che lo avresti fatto, qualche centinaio di giorni fa. quello che non so, è adesso.
quello che non so. e se solo questa cera finisse dritta sul mio cuore una volta per sempre, farebbe meno male. farebbe meno male. farebbe meno male.
ci hai fatto caso, che il suono della carne brucia si scrive come l'ordine di fare silenzio? ssssh.
sabato 6 agosto 2011
come la cera.
sai che c'è. è che a forza di elaborare il lutto, vero o presunto, il lutto è diventato reale. ed elaborato. piano piano, poco a poco, si impermeabilizzano le parti umide, delicate, tenere. quelle bruciate, aperte, rosse e rosa e nere, nere, nere.
non sento più niente.
come un livido che spunta per un calcio solo accennato, ma che ha già fatto male. in un'altra vita, nella mia testa, per principio, non importa come e quando, ma anche se la botta era illusoria, il livido è reale.
percui no, non è che non fa male. solo che comsì come fa male, piano piano guarisce, deve guarire prima o poi.
cera che si asciuga sulla carne aperta, una strato che non vedi e non senti, ma c'è.
non sento più niente, lì dove fa più male. non ti sento più.
il male intellettuale è più seccante di quello emozionale. puoi dimenticarti come arrossisco, ma non osare dimenticare quanto sono intelligente. se lo fai, mi aiuti a guarire. la cera calda brucia un po' all'inizio, ma si asciuga subito, ci avevi fatto caso?
e quando si asciuga non senti più niente di niente.
divento cera anche io, piano piano.
niente di niente.
non sento più niente.
come un livido che spunta per un calcio solo accennato, ma che ha già fatto male. in un'altra vita, nella mia testa, per principio, non importa come e quando, ma anche se la botta era illusoria, il livido è reale.
percui no, non è che non fa male. solo che comsì come fa male, piano piano guarisce, deve guarire prima o poi.
cera che si asciuga sulla carne aperta, una strato che non vedi e non senti, ma c'è.
non sento più niente, lì dove fa più male. non ti sento più.
il male intellettuale è più seccante di quello emozionale. puoi dimenticarti come arrossisco, ma non osare dimenticare quanto sono intelligente. se lo fai, mi aiuti a guarire. la cera calda brucia un po' all'inizio, ma si asciuga subito, ci avevi fatto caso?
e quando si asciuga non senti più niente di niente.
divento cera anche io, piano piano.
niente di niente.
domenica 24 luglio 2011
spalle.
è vero, lo sapevo. no, non è vero, non del tutto.
un po' ci avevo creduto, un po' ci avevo creduto che non sarebbe stato troppo tardi, come dicevi. un pochino, quel tanto che basta ad avere una scusa e un pensiero felice.
un pochino.
è che non sono più lei, io. forse non lo ero neanche prima. non so.
ma non mi farò piegare così, non un'altra volta, mai più. mai più.
ero bellissima, per quello che vale.
forse il mio errore è stato essere solo bellissima, ma essere anche intelligente è troppo faticoso, e poi, quandomai lo sono stata?
toglimi il trucco, i tacchi, i capelli, e cosa rimane? niente. niente di niente.
non accadrà mai più.
mi brucia ancora la mano sulla spalla. una pacca amichevole. a me? una pacca amichevole a me? ma cosa ne sapete voi di me? io non la voglio questa pietà pelosa, che poi esce la sera e ride di me in ogni angolo di questa fottutissima città, come se il mondo finisse lì, che cazzata.
non sono più bella e non sono più forte di prima.
sono solo passata attraverso l'inferno, e quello che ho capito è che è come ogni altro luogo al mondo. solo, sei un po' più solo e abbandonato a te stesso, e non c'è un cazzo di nessuno a darti una mano.
e quando ti torturano lo fanno per tutto il tempo necessario.
t u t t o il tempo necessario.
perchè all'inferno hai tutto il tempo del mondo. e anche loro lo hanno.
io volevo solo disfarmi, ma non ne sono stata capace.
e adesso che sono qui, vorrei ancora disfarmi. sciogliermi questa pelle inutile, che mi tiene insieme mio malgrado.
pagherei per tornare indietro, ma non ad allora, perchè non potevo fare altro, non sapevo fare altro, e ho fatto quello che dovevo fare. pagherei per tornare indietro a poco fa, quando ho raschiato il fondo del barile per raccogliere tutta la bellezza che avevo e fare una gogna.
non sono nè più bella nè più forte di allora, non ho più niente e continuo a prendermi le valigie da sola, e cambiare le ruote della macchina da sola, a mettermi i tacchi e domarmi i capelli e cadere per strada perchè la vita mi pesa e mi taglia le mani, non sono niente più di allora, e sono tutta qui. e l'errore è prendere l'ultima cosa che hai da dare, e regalarla. perchè è allora che non vali più niente. sei solo un saluto distratto al telefono, un cenno da un tavolo all'altro, e una pacca amichevole e pelosa sulla spalla.
non accadrà mai più. dovessi tagliarmi le braccia, non avrò più spalle su cui farmi dare una pacca.
maledizione.
maledizione a me.
un po' ci avevo creduto, un po' ci avevo creduto che non sarebbe stato troppo tardi, come dicevi. un pochino, quel tanto che basta ad avere una scusa e un pensiero felice.
un pochino.
è che non sono più lei, io. forse non lo ero neanche prima. non so.
ma non mi farò piegare così, non un'altra volta, mai più. mai più.
ero bellissima, per quello che vale.
forse il mio errore è stato essere solo bellissima, ma essere anche intelligente è troppo faticoso, e poi, quandomai lo sono stata?
toglimi il trucco, i tacchi, i capelli, e cosa rimane? niente. niente di niente.
non accadrà mai più.
mi brucia ancora la mano sulla spalla. una pacca amichevole. a me? una pacca amichevole a me? ma cosa ne sapete voi di me? io non la voglio questa pietà pelosa, che poi esce la sera e ride di me in ogni angolo di questa fottutissima città, come se il mondo finisse lì, che cazzata.
non sono più bella e non sono più forte di prima.
sono solo passata attraverso l'inferno, e quello che ho capito è che è come ogni altro luogo al mondo. solo, sei un po' più solo e abbandonato a te stesso, e non c'è un cazzo di nessuno a darti una mano.
e quando ti torturano lo fanno per tutto il tempo necessario.
t u t t o il tempo necessario.
perchè all'inferno hai tutto il tempo del mondo. e anche loro lo hanno.
io volevo solo disfarmi, ma non ne sono stata capace.
e adesso che sono qui, vorrei ancora disfarmi. sciogliermi questa pelle inutile, che mi tiene insieme mio malgrado.
pagherei per tornare indietro, ma non ad allora, perchè non potevo fare altro, non sapevo fare altro, e ho fatto quello che dovevo fare. pagherei per tornare indietro a poco fa, quando ho raschiato il fondo del barile per raccogliere tutta la bellezza che avevo e fare una gogna.
non sono nè più bella nè più forte di allora, non ho più niente e continuo a prendermi le valigie da sola, e cambiare le ruote della macchina da sola, a mettermi i tacchi e domarmi i capelli e cadere per strada perchè la vita mi pesa e mi taglia le mani, non sono niente più di allora, e sono tutta qui. e l'errore è prendere l'ultima cosa che hai da dare, e regalarla. perchè è allora che non vali più niente. sei solo un saluto distratto al telefono, un cenno da un tavolo all'altro, e una pacca amichevole e pelosa sulla spalla.
non accadrà mai più. dovessi tagliarmi le braccia, non avrò più spalle su cui farmi dare una pacca.
maledizione.
maledizione a me.
giovedì 21 luglio 2011
il bruco.
una foglia. un foglia verde, tenera. una foglia verde tenera e con un buco.
quando i bruchi ci passano sopra ignari, i buco li inghiotte.
e cadono. cadono, poveri bruchi.
si spezzano tutte le zampe, mille zampe spezzate devono fare male, molto male.
terribilmente male.
cadono e con mille zampe spezzate e la pancia che striscia sul suolo, non possono trascinarsi. sono muti i bruchi?
sono muti.
gridano muti con le zampe spezzate.
il piccolo bruco verde come le foglie, come gli occhi dopo che hai pianto, come la bile che sputi quando ti fa troppo male respirare,
il piccolo bruco verde con le antenne rosa tenero è caduto. piange. piange. piange.
le api, le api, le api.
le formiche, il sole, la terra che non è mai abbastanza madre per seppellirti vivo quando vivere è solo un momento di passaggio verso le api, il piccolo bruco contorto piange.
lo mangiano vivo, un pezzetto alla volta.
non fa pena chi non senti piangere.
quando i bruchi ci passano sopra ignari, i buco li inghiotte.
e cadono. cadono, poveri bruchi.
si spezzano tutte le zampe, mille zampe spezzate devono fare male, molto male.
terribilmente male.
cadono e con mille zampe spezzate e la pancia che striscia sul suolo, non possono trascinarsi. sono muti i bruchi?
sono muti.
gridano muti con le zampe spezzate.
il piccolo bruco verde come le foglie, come gli occhi dopo che hai pianto, come la bile che sputi quando ti fa troppo male respirare,
il piccolo bruco verde con le antenne rosa tenero è caduto. piange. piange. piange.
le api, le api, le api.
le formiche, il sole, la terra che non è mai abbastanza madre per seppellirti vivo quando vivere è solo un momento di passaggio verso le api, il piccolo bruco contorto piange.
lo mangiano vivo, un pezzetto alla volta.
non fa pena chi non senti piangere.
mercoledì 20 luglio 2011
(avrei preferito dire) grazie di non rendermi partecipe.
io non volevo saperlo. forse è perchè non parlo, e quando lo faccio lo faccio male, ma la gente che sente questo bisogno assoluto di dire le cose, tutte le cose, mi fa male. mi vengono i lividi, e io, col mio sangue denso, mi riempio di bozzi che non passano più.
le api, le api, le api.
le api nei miei occhi, nella mia bocca.
io non volevo saperlo.
la verità, la semplice verità è che mentre tu sei in guerra, una guerra stupida, come tutte le guerre sono, gli altri continuano a vivere.
mica possono stare sulla croce, certo.
ti pensano, forse. quando gli mandi una cartolina bruciacchiata e un po' patetica, come patetico è sempre chi cerca di fare l'eroe, magari lì ti pensano.
e poi escono a bersi una birra.
e chi è lì intorno sarà per forza più bello di te.
la guerra puzza. i capelli diventano stoppa, le unghie si spezzano, puzzi, ti puzza la pelle, la faccia. torni ammaccato e senza niente da dire.
la gente ha tante cose da raccontarsi, e tu hai solo orrore negli occhi, e bisogno di aggrapparti alla vita che avevi prima, che è l'unica che hai. perchè in guerra si muore comunque.
è una strana sensazione. il tempo per te si è fermato. per il resto del mondo no.
io non volevo saperlo.
io non volevo saperlo. se non l'avessi saputo, sai, ti avrei detto che non c'è stata pausa fra te e te. che la mia stupida pelle non l'ha toccata nessuno fra te e te. sai? nessuno. non è stato facile, e le api, le api, le maledette api mi hanno morsa con più rabbia ancora, perchè i guardiani si incattiviscono se non ti spezzi del tutto.
ma io non gliel'ho consentito.
io non gliel'ho consentito.
sfigurami, ma non ti prenderai la mia poca, miserabile purezza.
come suona ridicolo, vero?
la mia p u r e z z a.
io non volevo saperlo, e adesso che lo so suona ancora più ridicolo.
le api, le api, le api. le api mi parlano, le api ridono di me, incessantemente.
le api, le api, le api.
le api nei miei occhi, nella mia bocca.
io non volevo saperlo.
la verità, la semplice verità è che mentre tu sei in guerra, una guerra stupida, come tutte le guerre sono, gli altri continuano a vivere.
mica possono stare sulla croce, certo.
ti pensano, forse. quando gli mandi una cartolina bruciacchiata e un po' patetica, come patetico è sempre chi cerca di fare l'eroe, magari lì ti pensano.
e poi escono a bersi una birra.
e chi è lì intorno sarà per forza più bello di te.
la guerra puzza. i capelli diventano stoppa, le unghie si spezzano, puzzi, ti puzza la pelle, la faccia. torni ammaccato e senza niente da dire.
la gente ha tante cose da raccontarsi, e tu hai solo orrore negli occhi, e bisogno di aggrapparti alla vita che avevi prima, che è l'unica che hai. perchè in guerra si muore comunque.
è una strana sensazione. il tempo per te si è fermato. per il resto del mondo no.
io non volevo saperlo.
io non volevo saperlo. se non l'avessi saputo, sai, ti avrei detto che non c'è stata pausa fra te e te. che la mia stupida pelle non l'ha toccata nessuno fra te e te. sai? nessuno. non è stato facile, e le api, le api, le maledette api mi hanno morsa con più rabbia ancora, perchè i guardiani si incattiviscono se non ti spezzi del tutto.
ma io non gliel'ho consentito.
io non gliel'ho consentito.
sfigurami, ma non ti prenderai la mia poca, miserabile purezza.
come suona ridicolo, vero?
la mia p u r e z z a.
io non volevo saperlo, e adesso che lo so suona ancora più ridicolo.
le api, le api, le api. le api mi parlano, le api ridono di me, incessantemente.
martedì 19 luglio 2011
le api.
non dormo da secoli.
le api divorano tutto, le api mi ronzano in testa. le api mi mordono gli occhi.
crescono i bubboni dentro la mia testa, dietro ai miei occhi.
mi fa male la testa. mi fanno male gli occhi.
ma mi mordono dentro, e così non sono cieca. mi fa male, ma ci vedo. e questo è male.
le api ronzano e mangiano tutto.
la morte non è il sonno.
la morte è uno sciame di api che non ti lasciano dormire, e ti mangiano dentro e fuori, lentamente, una alla volta, ché duri più a lungo.
la morte è l'insonnia e le api che ti mordono gli occhi.
le api.
le api mi mangiano viva.
le api mi mangiano viva e io ho paura di morire e non poter più dormire, mai più.
le api divorano tutto, le api mi ronzano in testa. le api mi mordono gli occhi.
crescono i bubboni dentro la mia testa, dietro ai miei occhi.
mi fa male la testa. mi fanno male gli occhi.
ma mi mordono dentro, e così non sono cieca. mi fa male, ma ci vedo. e questo è male.
le api ronzano e mangiano tutto.
la morte non è il sonno.
la morte è uno sciame di api che non ti lasciano dormire, e ti mangiano dentro e fuori, lentamente, una alla volta, ché duri più a lungo.
la morte è l'insonnia e le api che ti mordono gli occhi.
le api.
le api mi mangiano viva.
le api mi mangiano viva e io ho paura di morire e non poter più dormire, mai più.
Lettere dal fronte – La freccia
Per quelli che non hanno voce il teatro è respiro. È la possibilità di esserci, e di essere tutto. Non importa quanto tu sia brutto o bello, fico o perdente, non importa se hai le gambe un po’ storte e l’accademico non ti sta bene. Non importa. Quando sei sul palco, e sei allineato e consapevole, tutto quello che sei assume un senso. Una freccia pronta a scoccare, un obiettivo focalizzato e preciso, e non esiste il mondo di là fuori, quello in cui non sai dove mettere le mani quando non hai le tasche. Non importa che tu sia muto, perché sei tu stesso a parlare per te, con tutto il corpo.
È la gioia della libertà assoluta, ma senza la paura che la libertà comporta. Non c’è sfida, quando sei lì. Quello è il tuo mondo, il tuo spazio, e non c’è niente di quello che farai che sia fuori luogo, perché tutto quello che fai ha uno scopo preciso, un senso, una sua intrinseca imprescindibile bellezza.
Io questo l’ho imparato saltando. Io che non so fare la capriole, l’ho imparato saltando. Perché a volte ci sono cose che devi fare e basta. -Come si fa? Fallo. -Si, ma come si fa? Fallo. Non posso spiegarti come si respira o come si nuota, potrei dirti di comprimere i polmoni o di muovere gambe e braccia nell’acqua, ma quello non sarebbe né respirare né nuotare.
E ho saltato. E poi l’ho rifatto, e ancora, e ancora. L’ho fatto quando ho smesso di pensarci, di pensare che non lo sapevo fare, di preoccuparmi di che figura avrei fatto se fossi inciampata. Sotto mi erano stese due ragazze, se fossi caduta male sarei caduta su di loro, e ci saremmo fatte male tutte e tre, e io non sarei sopravvissuta a questa cosa.
La verità è che forse, quando non puoi sbagliare, non sbagli.
Per chi non ha voce il teatro è la scoperta che non ci sono confini, ma solo paure, pudori, insicurezze. Che tornano puntualmente, perché stiamo parlando di magia, non di medicina.
Però.
Però è una cosa incredibile, quando succede. L’importante è cercare di non dimenticarlo, perché la vita non è come il teatro. La vita è bruta, ti sussurra che in fondo è solo un salto, e che se dovessi farlo adesso non sapresti rifarlo, ti costringe a guardarti intorno e vedere che non ci sono quinte né palestre intorno a te, e che hai le gambe storte e l’accademico, beh, è impietoso. Zittirla. Zittirla con una risata. È difficilissimo, e il grosso del lavoro sta nel non perderla questa risata.
Io che non so fare le capriole ad un certo punto ho cominciato a saltare, e saltare ancora, un salto mortale dopo l’altro, e non importava se atterravo in maniera più o meno elegante, perché finché non ci pensi atterri come è giusto atterrare. Sono caduta una volta sola, ed è stato quando, mentre saltavo, ho guardato sotto di me, e ho visto che c’erano due ragazze – due ragazze, cazzo – e ho preso atto che stavo facendo una cosa che fin da piccolo ti insegnano che è contro natura, perché gli uomini non sono fatti per volare.
Ecco. Questa è una cazzata. Gli uomini sono fatti per fare quello vogliono, dal momento in cui lo vogliono. La mente, appunto, mente. Con le parole, che sono armi che uccidono ma non guariscono.
Per questo amo il silenzio del teatro. Il freddo della palestra. Tutto quello che devo dire posso dirlo senza filtri, senza parole, senza paura. Perché altrimenti tanto vale andare via, andare altrove.
È l’isola felice in cui il male non è il dolore, perché la disciplina che viene spontanea quando ami qualcosa così scelleratamente non ti fa sentire quel dolore lì. È altro a farti male. È la nudità che devi affrontare, è chiederti se davvero è quello che vuoi, perché farà male. Perché non è che riesca sempre, e comunque difficilmente al primo tentativo. Però io questo salto l’ho fatto.
E io me la ricordo quella gioia assoluta di essere senza peso, senza contorni, senza paura.
Una freccia pronta a scoccare, e le frecce sono ritte, precise, e soprattutto, volano.
lunedì 20 giugno 2011
piazza di pietra.
sforzarsi di non farci l'abitudine è la cosa più difficile e necessaria insieme.
ti ho chiamata come la madre terra, la madre che non sono e non sarò mai, nè saprei essere. ti ho cresciuta come una bambina, una pupattola buffa, mio amore dolce e ingombrante, amore mio, cuore del mio cuore. è che tu non puoi leggere, e anche quando cosa cambierebbe? niente, le parole che possono uccidere non possono lenore il dolore.
nella mia piazza di pietra non ci sarai tu, nè io.
solitaria fradda grigia piazza di pietra le mie viscere spopolate, fredde, in cui non rimbomba solitario un tocco di campana perchè non ci sono più campane, in questo paese desolato.
10 miliardi di sinapsi per un solo pianto antico e silenzioso.
non posso fidarmi, non mi fiderò più, nè di me, nè di altri al mondo, questo è il prezzo da pagare per questo amore -cuore del mio cuore, amore mio dolce e ingombrante- neanche un pesce rosso di gomma, perchè la memoria, l'inutile sciocca memoria è l'unica cosa che posso lasciarti, e lasciarmi.
forse è per questo che ho paura della memoria degli altri, perchè lo so -los, lo so profondamente- è l'unica cosa che nessuno può toglierci, mai e poi mai, neanche se lo volessimo. e a volte sarebbe la miglior cura, l'unica.
ti ho chiamata come la madre terra, la madre che non sono e non sarò mai, nè saprei essere. ti ho cresciuta come una bambina, una pupattola buffa, mio amore dolce e ingombrante, amore mio, cuore del mio cuore. è che tu non puoi leggere, e anche quando cosa cambierebbe? niente, le parole che possono uccidere non possono lenore il dolore.
nella mia piazza di pietra non ci sarai tu, nè io.
solitaria fradda grigia piazza di pietra le mie viscere spopolate, fredde, in cui non rimbomba solitario un tocco di campana perchè non ci sono più campane, in questo paese desolato.
10 miliardi di sinapsi per un solo pianto antico e silenzioso.
non posso fidarmi, non mi fiderò più, nè di me, nè di altri al mondo, questo è il prezzo da pagare per questo amore -cuore del mio cuore, amore mio dolce e ingombrante- neanche un pesce rosso di gomma, perchè la memoria, l'inutile sciocca memoria è l'unica cosa che posso lasciarti, e lasciarmi.
forse è per questo che ho paura della memoria degli altri, perchè lo so -los, lo so profondamente- è l'unica cosa che nessuno può toglierci, mai e poi mai, neanche se lo volessimo. e a volte sarebbe la miglior cura, l'unica.
sabato 11 giugno 2011
aprile.
è una cosa buffa, ma ora che ci penso è ad aprile che sono tornata. più o meno. in effetti sono arrivata a maggio, ma è ad aprile che il cielo si è aperto di nuovo.
con un anno di distanza in più rispetto a quanto mi piaceva pensare. chissà perché poi, ad aprile. tre mesi più dodici, che cosa buffa.
non so perché aprile, non lo so, ma evidentemente non mi sbagliavo, non del tutto, insomma.
e insomma, ad agosto finalmente andrò via. una casa e una terrazza per stendere il mio dolore, il mio silenzio, la paura, la rabbia, la frustrazione, quel senso di profonda idiozia che ti pervade ad un certo punto e che non puoi combattere, non puoi. che peccato, che sia andata così. e anche che fortuna.
lo sai anche tu, che a volte le cose sono così belle perché non sono successe. non che avessi proprio questo bisogno di traslarmi in un'eroina del peggior ottocento francese, ma insomma, è andata.
non invecchierà, questa bellezza. creo che il giorno che fosse divenuta reale avrebbe cominciato a morire, anzi credo che sia quello che è successo proprio adesso. non dovevo tornare, non così tanto. che brutta cosa spaventosa è la vita, vero?
ad ogni modo, ad agosto mi trasferirò, mi piaceva, quando guardavo i diversi posti, immaginare di invitartici, un giorno. un posto mio, uno spazio in cui farti entrare.
perchè forse non te ne sei accorto, ma io non ho mai giocato in casa. mai. era troppo rischioso e poi, non me la sentivo. come adesso. non ti ho voluto offrire ospitalità perchè sai, ci sono posti che sporcano chi ci entra anche dopo che la bufera è passata.
una costruita sopra un cimitero puzzerà sempre di morto, per chi sa cosa c'è là sotto. per questo non ti ci ho invitato. volevo portarti in un posto bianco, trasparente, dove l'aria fosse fresca.
comunque. ad agosto vado via. in un posto tutto bianco, le cui pareti possano dare spazio al mio silenzio. mi piacerebbe che tu rimanessi un pensiero felice. credo che sparirò di nuovo, per questo.
e credo che aspetterò che mi cerchi. e poi, quando non lo avrai fatto per un tempo sufficientemente lungo, ricomincerò a dormire, e a dipingere le pareti. un fiore rosso e nero per ogni respiro che ancora faccio, un fiore d'ossa d'uccello per ogni respiro che mi apre il petto.
con un anno di distanza in più rispetto a quanto mi piaceva pensare. chissà perché poi, ad aprile. tre mesi più dodici, che cosa buffa.
non so perché aprile, non lo so, ma evidentemente non mi sbagliavo, non del tutto, insomma.
e insomma, ad agosto finalmente andrò via. una casa e una terrazza per stendere il mio dolore, il mio silenzio, la paura, la rabbia, la frustrazione, quel senso di profonda idiozia che ti pervade ad un certo punto e che non puoi combattere, non puoi. che peccato, che sia andata così. e anche che fortuna.
lo sai anche tu, che a volte le cose sono così belle perché non sono successe. non che avessi proprio questo bisogno di traslarmi in un'eroina del peggior ottocento francese, ma insomma, è andata.
non invecchierà, questa bellezza. creo che il giorno che fosse divenuta reale avrebbe cominciato a morire, anzi credo che sia quello che è successo proprio adesso. non dovevo tornare, non così tanto. che brutta cosa spaventosa è la vita, vero?
ad ogni modo, ad agosto mi trasferirò, mi piaceva, quando guardavo i diversi posti, immaginare di invitartici, un giorno. un posto mio, uno spazio in cui farti entrare.
perchè forse non te ne sei accorto, ma io non ho mai giocato in casa. mai. era troppo rischioso e poi, non me la sentivo. come adesso. non ti ho voluto offrire ospitalità perchè sai, ci sono posti che sporcano chi ci entra anche dopo che la bufera è passata.
una costruita sopra un cimitero puzzerà sempre di morto, per chi sa cosa c'è là sotto. per questo non ti ci ho invitato. volevo portarti in un posto bianco, trasparente, dove l'aria fosse fresca.
comunque. ad agosto vado via. in un posto tutto bianco, le cui pareti possano dare spazio al mio silenzio. mi piacerebbe che tu rimanessi un pensiero felice. credo che sparirò di nuovo, per questo.
e credo che aspetterò che mi cerchi. e poi, quando non lo avrai fatto per un tempo sufficientemente lungo, ricomincerò a dormire, e a dipingere le pareti. un fiore rosso e nero per ogni respiro che ancora faccio, un fiore d'ossa d'uccello per ogni respiro che mi apre il petto.
venerdì 3 giugno 2011
trent'anni di galera.
non è vero che l'autodistruzione è sempre inutile, che non crea nulla ma distrugge e basta. è una questione di finalità, di punti di vista, di contesti.
io me lo ricordo. io me lo ricordo com'è quando non ti importa più niente.
quando non ti importa più niente sei libero, ma libero davvero. lo sei altrettanto solo quando è così importante quell'unica cosa che ti dà un motivo per vivere e morire, quando è così importante che nient'altro ha un senso, e niente ha prezzo.
ma è raro.
quella volta che mi hai spinta, forte. quella volta, una delle varie volte in cui sentire che mi stavo allontanando da questo mondo, e da te con esso, che mi stavo staccando dalla vita e che non me ne importava granché e non avresti potuto ricattarmi, quella volta che tanto ti sei arrabbiato per questo scollamento fra me e il tuo potere ti ha fatto diventare cattivo, molto cattivo. ma anche terribilmente stupido.
e vile. perché nella tua viltà io ho trovato una delle chiavi della mia libertà. perché le minacce al mondo che mi stava intorno, e che volevo difendere, le uniche con cui potevi tenermi sotto scacco, quelle minacce non valevano un cazzo. non avresti portato mai a compimento la minaccia. perché portandola a compimento, cosa avresti fatto, poi? distruggere la mia vita del tutto significava perdere il controllo.
e distruggere me, distruggermi troppo, del tutto, anche.
nella tua viltà ho trovato una via di fuga.
passeggiare sui binari in attesa di un tram che mi venisse incontro non bastava.
bastava a me, me io volevo di più. io volevo vincere, scappandoti di mano come un'anguilla che ti ha fregato -ah-ah!, sono ancora viva, coglione, e sguscio via-, ma volevo di più.
quella volta che sei diventato cattivo ma anche stupido, stupido, e mi hai messo le mani al collo, quella volta io ho sperato che fosse fatta.
ammazzami, dai. ammazzami, merda. spezzami il collo, merda, spezzamelo, spezzamelo, avanti, dai, spezzamelo merda che sei.
avanti, merda che sei.
io non ho paura di te, io non ho più paura di te, ho perso tutto pur di non avere più paura di te, non me ne importa un cazzo, non ho più niente e più niente puoi togliermi, merda.
ammazzami, tanto o lo fai tu o se non lo fai tu, prima o poi lo farò io. a me ne non me ne frega un cazzo, merda che sei. non me ne frega un cazzo.
ma la sai qual è la differenza? se mi ammazzo io, finisce qui, e vaffanculo.
ma se mi ammazzi tu, io ho vinto, e per te sono cazzi amari.
trent'anni di galera ti devi fare, merda che sei. ammazzami, che tanto io ormai morta lo sono già, ma la cosa importante non sono io, io non sono più la cosa importante da un pezzo, a me non me ne frega un cazzo, la cosa importante è che tu devi morire pazzo e solo, quindi spezzamelo il collo, merda che sei. avanti, spezzamelo.
io non ho più paura di niente, non mi fa più male niente, non mi fa male quando mi levi pezzi perché pezzi non ne ho più. non mi fai male, non me ne frega un cazzo, io ci morirò in questo posto di merda, sola, maledetta me che neanche una maledizione vera mi merito, in questo buco di culo in cui c'è nebbia e puzza e l'aria appiccicosa tutto l'anno, perché si, questo posto è così, merda che sei. mi ci hai seppellita viva, io mi ci sto lasciando morire, e più muoio più tu non puoi fare un cazzo. ti fa arrabbiare, vero? ti fa arrabbiare da morire, perché se non mi fa male cosa torturi? che potere hai su uno che dorme?
nessuno, n e s s u n o.
e io lo so. e quando l'ho capito è stato tutto più facile. la tua viltà, sempre santa sia la tua viltà, che non ti fa realmente arrivare al punto che minacci, perché hai paura delle conseguenze. ma stavolta no, avanti, avanti avanti cazzo, spezzamelo il collo, merda che sei.
fai il maschio, avanti.
trent'anni di galera ti devi fare, ci devi morire. e se per caso un giorno ti pentirai, oh si, se per caso un giorno dovessi pentirti, ma pentirti per davvero, di quel pentimento che ti leva la pelle, io non verrò a portarti il sale da mettere sulla carne scuoiata. perché a me non me ne frega più un cazzo, hai capito.
a me me ne frega solo che devi morire pazzo.
trent'anni di galera, trent'anni di galera e tanti cari saluti ai tuoi sogni di gloria, che la cosa importante è che la tua vita vada a puttane, che la mia non esiste, e chissenefrega.
io me lo ricordo. io me lo ricordo com'è quando non ti importa più niente.
quando non ti importa più niente sei libero, ma libero davvero. lo sei altrettanto solo quando è così importante quell'unica cosa che ti dà un motivo per vivere e morire, quando è così importante che nient'altro ha un senso, e niente ha prezzo.
ma è raro.
quella volta che mi hai spinta, forte. quella volta, una delle varie volte in cui sentire che mi stavo allontanando da questo mondo, e da te con esso, che mi stavo staccando dalla vita e che non me ne importava granché e non avresti potuto ricattarmi, quella volta che tanto ti sei arrabbiato per questo scollamento fra me e il tuo potere ti ha fatto diventare cattivo, molto cattivo. ma anche terribilmente stupido.
e vile. perché nella tua viltà io ho trovato una delle chiavi della mia libertà. perché le minacce al mondo che mi stava intorno, e che volevo difendere, le uniche con cui potevi tenermi sotto scacco, quelle minacce non valevano un cazzo. non avresti portato mai a compimento la minaccia. perché portandola a compimento, cosa avresti fatto, poi? distruggere la mia vita del tutto significava perdere il controllo.
e distruggere me, distruggermi troppo, del tutto, anche.
nella tua viltà ho trovato una via di fuga.
passeggiare sui binari in attesa di un tram che mi venisse incontro non bastava.
bastava a me, me io volevo di più. io volevo vincere, scappandoti di mano come un'anguilla che ti ha fregato -ah-ah!, sono ancora viva, coglione, e sguscio via-, ma volevo di più.
quella volta che sei diventato cattivo ma anche stupido, stupido, e mi hai messo le mani al collo, quella volta io ho sperato che fosse fatta.
ammazzami, dai. ammazzami, merda. spezzami il collo, merda, spezzamelo, spezzamelo, avanti, dai, spezzamelo merda che sei.
avanti, merda che sei.
io non ho paura di te, io non ho più paura di te, ho perso tutto pur di non avere più paura di te, non me ne importa un cazzo, non ho più niente e più niente puoi togliermi, merda.
ammazzami, tanto o lo fai tu o se non lo fai tu, prima o poi lo farò io. a me ne non me ne frega un cazzo, merda che sei. non me ne frega un cazzo.
ma la sai qual è la differenza? se mi ammazzo io, finisce qui, e vaffanculo.
ma se mi ammazzi tu, io ho vinto, e per te sono cazzi amari.
trent'anni di galera ti devi fare, merda che sei. ammazzami, che tanto io ormai morta lo sono già, ma la cosa importante non sono io, io non sono più la cosa importante da un pezzo, a me non me ne frega un cazzo, la cosa importante è che tu devi morire pazzo e solo, quindi spezzamelo il collo, merda che sei. avanti, spezzamelo.
io non ho più paura di niente, non mi fa più male niente, non mi fa male quando mi levi pezzi perché pezzi non ne ho più. non mi fai male, non me ne frega un cazzo, io ci morirò in questo posto di merda, sola, maledetta me che neanche una maledizione vera mi merito, in questo buco di culo in cui c'è nebbia e puzza e l'aria appiccicosa tutto l'anno, perché si, questo posto è così, merda che sei. mi ci hai seppellita viva, io mi ci sto lasciando morire, e più muoio più tu non puoi fare un cazzo. ti fa arrabbiare, vero? ti fa arrabbiare da morire, perché se non mi fa male cosa torturi? che potere hai su uno che dorme?
nessuno, n e s s u n o.
e io lo so. e quando l'ho capito è stato tutto più facile. la tua viltà, sempre santa sia la tua viltà, che non ti fa realmente arrivare al punto che minacci, perché hai paura delle conseguenze. ma stavolta no, avanti, avanti avanti cazzo, spezzamelo il collo, merda che sei.
fai il maschio, avanti.
trent'anni di galera ti devi fare, ci devi morire. e se per caso un giorno ti pentirai, oh si, se per caso un giorno dovessi pentirti, ma pentirti per davvero, di quel pentimento che ti leva la pelle, io non verrò a portarti il sale da mettere sulla carne scuoiata. perché a me non me ne frega più un cazzo, hai capito.
a me me ne frega solo che devi morire pazzo.
trent'anni di galera, trent'anni di galera e tanti cari saluti ai tuoi sogni di gloria, che la cosa importante è che la tua vita vada a puttane, che la mia non esiste, e chissenefrega.
giovedì 2 giugno 2011
lettera alla troposfera.
come sempre è una reazione a catena, a cascata, giù giù giù verso il più debole, e l'ultimo che arriva chiude la porta e paga da bere. la ripartizione delle colpe non ci rende meno colpevoli, funziona come con i raggi del sole, possiamo essere uno, dieci o un miliardo ma bastano sempre per tutti. qualcuno ne prenderà di più e qualcuno un po' meno, ma sempre sotto il sole siamo, tutti.
meno colpevole è sempre e comunque colpevole.
la spietatezza te la insegna la mamma di piccolo. no, il bicchiere non 'è' caduto. il bicchiere 'ti' è caduto, i bicchieri non cascano da soli. allo stesso modo, io non trovo riparo, non sono capace di trovare riparo da questa spietata consapevolezza che avrei potuto dovuto saputo (?) fare di meglio, e che il tuo meglio, se non è sufficiente, allora semplicemente non è sufficiente, e che sia il tuo meglio non è importante. e mi fa un male cane.
l'attitudine alla solitudine, la pelle sottile.
quanto mi fa paura tutto questo. quanto mi fa male sapere che fra un paio di mesi me ne sarò dimenticata, perchè gli esseri umani dimenticano tutto, e sarò anche capace di tornare a sorridere, con questo schifoso istinto di sopravvivenza che spazza via tutto. e mi sentirò meno colpevole. lo so, e la verità è che dovrebbero insegnarci a dimenticare, che a forza di esercizi per la memoria uno si ritrova con una testa piena così di cose inutili, e spietate. ogni cosa che ho nella testa è piena di occhi, e mi guardano tutti, e io non so dove andare a nascondermi.
e sapere che sarà così è solo la conferma di quello che sono. niente scuse, che le scuse non fuffa. beato chi ci crede, io non so come disimparare la spietatezza bianca che mi falcia lo stomaco.
e mi fa così paura. questa falce così grande e g i u s t a e io con la mia pelle vecchia e sottile. mi fa paura che basti così poco a farmi ridere e così poco, ancor meno, a farmi male, malissimo. non diventare reale, per favore. non diventarlo mai. questo pianto, questo panico leggeri che arrivano e passano adesso che sei solo nella troposfera diventerebbero ingestibili. non posso neanche ridere troppo forte, sai. mi si strappa la faccia se non sto attenta. mi tengo insieme con bastoncini e ossa d'uccello, ricucio i pezzi ogni giorno prima di uscire, ma la stoffa non regge i punti, si lacera, si macera, e ogni mattina devo ricucirla, e ogni giorno è sempre più stretta e miserabile, e io non so quanto ancora andrà avanti. mi fai male. mi fa male qualunque cosa. utile spietatezza bianca e lucida che mi dice con una certa chiarezza che se mai uscissi dalla troposfera il contatto con l'aria sporchissima e vera che respiriamo scioglierebbe il trucco e i nodi ai capelli e crollerebbe miseramente tutto.
e sai cosa accadrebbe? che non avrei più un cielo su cui alzare gli occhi quando mi sento troppo misera.
meno colpevole è sempre e comunque colpevole.
la spietatezza te la insegna la mamma di piccolo. no, il bicchiere non 'è' caduto. il bicchiere 'ti' è caduto, i bicchieri non cascano da soli. allo stesso modo, io non trovo riparo, non sono capace di trovare riparo da questa spietata consapevolezza che avrei potuto dovuto saputo (?) fare di meglio, e che il tuo meglio, se non è sufficiente, allora semplicemente non è sufficiente, e che sia il tuo meglio non è importante. e mi fa un male cane.
l'attitudine alla solitudine, la pelle sottile.
quanto mi fa paura tutto questo. quanto mi fa male sapere che fra un paio di mesi me ne sarò dimenticata, perchè gli esseri umani dimenticano tutto, e sarò anche capace di tornare a sorridere, con questo schifoso istinto di sopravvivenza che spazza via tutto. e mi sentirò meno colpevole. lo so, e la verità è che dovrebbero insegnarci a dimenticare, che a forza di esercizi per la memoria uno si ritrova con una testa piena così di cose inutili, e spietate. ogni cosa che ho nella testa è piena di occhi, e mi guardano tutti, e io non so dove andare a nascondermi.
e sapere che sarà così è solo la conferma di quello che sono. niente scuse, che le scuse non fuffa. beato chi ci crede, io non so come disimparare la spietatezza bianca che mi falcia lo stomaco.
e mi fa così paura. questa falce così grande e g i u s t a e io con la mia pelle vecchia e sottile. mi fa paura che basti così poco a farmi ridere e così poco, ancor meno, a farmi male, malissimo. non diventare reale, per favore. non diventarlo mai. questo pianto, questo panico leggeri che arrivano e passano adesso che sei solo nella troposfera diventerebbero ingestibili. non posso neanche ridere troppo forte, sai. mi si strappa la faccia se non sto attenta. mi tengo insieme con bastoncini e ossa d'uccello, ricucio i pezzi ogni giorno prima di uscire, ma la stoffa non regge i punti, si lacera, si macera, e ogni mattina devo ricucirla, e ogni giorno è sempre più stretta e miserabile, e io non so quanto ancora andrà avanti. mi fai male. mi fa male qualunque cosa. utile spietatezza bianca e lucida che mi dice con una certa chiarezza che se mai uscissi dalla troposfera il contatto con l'aria sporchissima e vera che respiriamo scioglierebbe il trucco e i nodi ai capelli e crollerebbe miseramente tutto.
e sai cosa accadrebbe? che non avrei più un cielo su cui alzare gli occhi quando mi sento troppo misera.
venerdì 13 maggio 2011
la solitudine dei marinai.
sul trenino per tornare a casa, che casa non è, e non sarà più, le cuffie nelle orecchie come i ragazzini, il riflesso nel vetro, lo scorrere di un non paesaggio sullo sfondo.
tutto si muove, tutto passa, ci vuole solo tempo, pazienza e sopravvivenza.
tutto passa e non sta scritto da nessuna parte che la vita debba sempre fare proprio del tutto schifo.
la valigia pesantissima alla fine non solo l'ho presa, l'ho anche portata a destinazione. ma arrivata lì una mano gentile l'ha sostituita con un'altra, più piccola e leggera. e un'altra mano gentile mi ha riportata a casa, quasta casa che lo è solo fra virgolette, ma questo l'ho sempre saputo, in fondo.
puoi abitare ovunque, ma puoi vivere in un solo luogo.
partire per tornare e tornare per ripartire, sarà colpa di mio padre marinaio, non so, ma è così. è nelle cartoline che ogni tanto saltano fuori quando metti in ordine i mobili della casa dei nonni, fotografie degli anni '70 con fanciulle di belle speranze che gli mandavano un bacio dall'altra parte del mondo e chissà se ci credevano che un marinaio sarebbe tornato in una casa non sua, chissà. mio padre che se la ride e mi dice, imbarazzato come un orso 'ma se scoprissi di avere un fratellino dall'altra parte del mondo, di quando facevo il marinaio?'
papà, se avessi un fratellino dell'epoca, oggi avrebbe cinquant'anni.
e io lo so che anche tu hai questa smania di andare e la nostalgia struggente di tornare, perchè è così che ci hanno fatti, marinai e spettatori smaniosi di unirci a chi salpa, è così che ci hanno fatti e non c'è niente da fare, per un popolo condannato alla solitudine infinita di chi vede andare e venire il mondo sulle propri sponde.
tutto si muove, tutto passa, ci vuole solo tempo, pazienza e sopravvivenza.
tutto passa e non sta scritto da nessuna parte che la vita debba sempre fare proprio del tutto schifo.
la valigia pesantissima alla fine non solo l'ho presa, l'ho anche portata a destinazione. ma arrivata lì una mano gentile l'ha sostituita con un'altra, più piccola e leggera. e un'altra mano gentile mi ha riportata a casa, quasta casa che lo è solo fra virgolette, ma questo l'ho sempre saputo, in fondo.
puoi abitare ovunque, ma puoi vivere in un solo luogo.
partire per tornare e tornare per ripartire, sarà colpa di mio padre marinaio, non so, ma è così. è nelle cartoline che ogni tanto saltano fuori quando metti in ordine i mobili della casa dei nonni, fotografie degli anni '70 con fanciulle di belle speranze che gli mandavano un bacio dall'altra parte del mondo e chissà se ci credevano che un marinaio sarebbe tornato in una casa non sua, chissà. mio padre che se la ride e mi dice, imbarazzato come un orso 'ma se scoprissi di avere un fratellino dall'altra parte del mondo, di quando facevo il marinaio?'
papà, se avessi un fratellino dell'epoca, oggi avrebbe cinquant'anni.
e io lo so che anche tu hai questa smania di andare e la nostalgia struggente di tornare, perchè è così che ci hanno fatti, marinai e spettatori smaniosi di unirci a chi salpa, è così che ci hanno fatti e non c'è niente da fare, per un popolo condannato alla solitudine infinita di chi vede andare e venire il mondo sulle propri sponde.
domenica 8 maggio 2011
Lettere dal fronte - dell'amore e d'altri demoni
E dunque, alla fine il famoso film l’abbiamo ‘fatto’. Dico fatto perché poche cose richiedono un maggior impegno fisico per un prodotto che in realtà non esiste. Un film è un’idea, una storia che racconti, ma come tutte le parole, non ha una consistenza incontrovertibile. Un film, come le idee, si può tradire. O rispettare.
I film, le storie, sono fatte di due livelli di umanità, quello della vita che racconti e quello della vita di chi lo interpreta.
Ti devi fidare. Sei nudo oltre la pelle, sei tutto lì. E se sei vuoto fa un male cane, perché non c’è verso di nasconderlo.
Possono truccarti, pettinarti, vestirti quanto ti pare. Ma poi tocca a te.
A me vengono sempre degli attacchi di terrore puro quando finisce tutta la preparazione. Il truccatore sa quello che deve fare, il parrucchiere pure. Ma l’attore? Non so, forse qualcuno sì, ma io appartengo ad un’altra categoria. Mi nascondo, mi allontano. Coltivo la solitudine che ripulisce lo sguardo, prima di girare.
È stato il film, no, è stata la cosa più bella e difficile che abbia mai fatto, quel film.
Hai presente quella sensazione di comunione universale con il mondo intero?
Ecco, quella. Non sempre, par carità, ma c’è stato un momento così. Eravamo tutti in una stanza, una scena difficilissima – come si rende un dolore che non è tuo? Si rende. Lasciando che ti pervada. Spogliandoti completamente, senza protezioni. C’è una parte morbida e rosea e pudica che devi dare in pasto alla vita se vuoi che funzioni. Non puoi permetterti di averne paura, di avere vergogna. Succede da solo, ad un certo punto. Eravamo in quella stanza, poche persone perché le persone sono energia, e se devi essere tutta la desolazione del mondo è proprio quello di cui devi privarti, questa energia. Poche persone, qualcuno parlava pure, all’inizio.
Poi è successo. È successo che io me ne sono accorta dopo, ma nell’aria c’era davvero tutta la desolazione di tutti quelli che erano lì in quel momento. Si chiama empatia. Me ne sono accorta dopo, dopo aver pianto per ore e ore perché quando dai la stura è un casino fermarla, ed è quello il prezzo da pagare, ma ne vale la pena. Un silenzio di pietra, sudore freddo lungo la schiena dei presenti e la presenza di spirito del fonico di fare un paio di riprese audio di un pianto che più vero non si poteva. L’assistente alla regia che nel cambio macchina si prende un cazziatone cosmico perché viene ad abbracciarmi mentre io piango, piango, piango come i bambini, come i matti, perché non devi uscire, non ancora. Lo strano meccanismo per cui in qualche modo hai non il controllo, ma la supervisione della situazione, e non ti consenti di riprendere il controllo.
Di ricordarti che ci sono degli estranei lì e che tu stai piangendo disperatamente, che gli stai raccontando tutti gli affari tuoi. Che potrebbero immaginarsi chissà cosa – perché fa così? Cosa le sarà successo?- ma non lo fanno, non in quel momento. Magari lo faranno dopo, chè la vita è tutta una portineria, ma non in quel momento.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. È una cartina di tornasole della gente. L’altra assistente, quella che assistente che dormiva, ti dice molto del suo spessore umano.
In quella casa l’aria era irrespirabile. Le assistenti al piano di sotto ci hanno poi raccontato che pur non vedendo niente erano tesissime, sentivano solo piangere piangere piangere e ridere, ridere, ridere, e che c’era qualcosa di malato nell’aria, e non sapevano che fare.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. Il mio partner che alla fine della scena si allontana in lacrime anche lui, chiedendomi scusa per quello che mi aveva fatto.
(Cosa mi hai fatto? Non mi hai fatto niente, non tu e non adesso, dai, è solo un film. È tutta finzione. Siamo solo degli strumenti. Non mi neanche hai toccata ma vorrei farmi a pezzi in questo preciso istante)
Perché ti fai male per davvero, solo che non si vede.
Ci vuole un grande amore per infilarsi in queste situazioni e una grande disciplina per non cedere alla tentazione di proteggersi, perché quando riesce, cazzo, riesce proprio bene.
Io sono la matta che prima delle riprese non va a mangiare con gli altri, perché il corpo sia pulito e non sia impegnato in nient’altro che fare quello che deve fare.
Che si nasconde negli angoli per allontanare la vita di quel momento, perché l’animo è come un campo, e va preparato alla semina.
I film, le storie, sono fatte di due livelli di umanità, quello della vita che racconti e quello della vita di chi lo interpreta.
Ti devi fidare. Sei nudo oltre la pelle, sei tutto lì. E se sei vuoto fa un male cane, perché non c’è verso di nasconderlo.
Possono truccarti, pettinarti, vestirti quanto ti pare. Ma poi tocca a te.
A me vengono sempre degli attacchi di terrore puro quando finisce tutta la preparazione. Il truccatore sa quello che deve fare, il parrucchiere pure. Ma l’attore? Non so, forse qualcuno sì, ma io appartengo ad un’altra categoria. Mi nascondo, mi allontano. Coltivo la solitudine che ripulisce lo sguardo, prima di girare.
È stato il film, no, è stata la cosa più bella e difficile che abbia mai fatto, quel film.
Hai presente quella sensazione di comunione universale con il mondo intero?
Ecco, quella. Non sempre, par carità, ma c’è stato un momento così. Eravamo tutti in una stanza, una scena difficilissima – come si rende un dolore che non è tuo? Si rende. Lasciando che ti pervada. Spogliandoti completamente, senza protezioni. C’è una parte morbida e rosea e pudica che devi dare in pasto alla vita se vuoi che funzioni. Non puoi permetterti di averne paura, di avere vergogna. Succede da solo, ad un certo punto. Eravamo in quella stanza, poche persone perché le persone sono energia, e se devi essere tutta la desolazione del mondo è proprio quello di cui devi privarti, questa energia. Poche persone, qualcuno parlava pure, all’inizio.
Poi è successo. È successo che io me ne sono accorta dopo, ma nell’aria c’era davvero tutta la desolazione di tutti quelli che erano lì in quel momento. Si chiama empatia. Me ne sono accorta dopo, dopo aver pianto per ore e ore perché quando dai la stura è un casino fermarla, ed è quello il prezzo da pagare, ma ne vale la pena. Un silenzio di pietra, sudore freddo lungo la schiena dei presenti e la presenza di spirito del fonico di fare un paio di riprese audio di un pianto che più vero non si poteva. L’assistente alla regia che nel cambio macchina si prende un cazziatone cosmico perché viene ad abbracciarmi mentre io piango, piango, piango come i bambini, come i matti, perché non devi uscire, non ancora. Lo strano meccanismo per cui in qualche modo hai non il controllo, ma la supervisione della situazione, e non ti consenti di riprendere il controllo.
Di ricordarti che ci sono degli estranei lì e che tu stai piangendo disperatamente, che gli stai raccontando tutti gli affari tuoi. Che potrebbero immaginarsi chissà cosa – perché fa così? Cosa le sarà successo?- ma non lo fanno, non in quel momento. Magari lo faranno dopo, chè la vita è tutta una portineria, ma non in quel momento.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. È una cartina di tornasole della gente. L’altra assistente, quella che assistente che dormiva, ti dice molto del suo spessore umano.
In quella casa l’aria era irrespirabile. Le assistenti al piano di sotto ci hanno poi raccontato che pur non vedendo niente erano tesissime, sentivano solo piangere piangere piangere e ridere, ridere, ridere, e che c’era qualcosa di malato nell’aria, e non sapevano che fare.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. Il mio partner che alla fine della scena si allontana in lacrime anche lui, chiedendomi scusa per quello che mi aveva fatto.
(Cosa mi hai fatto? Non mi hai fatto niente, non tu e non adesso, dai, è solo un film. È tutta finzione. Siamo solo degli strumenti. Non mi neanche hai toccata ma vorrei farmi a pezzi in questo preciso istante)
Perché ti fai male per davvero, solo che non si vede.
Ci vuole un grande amore per infilarsi in queste situazioni e una grande disciplina per non cedere alla tentazione di proteggersi, perché quando riesce, cazzo, riesce proprio bene.
Io sono la matta che prima delle riprese non va a mangiare con gli altri, perché il corpo sia pulito e non sia impegnato in nient’altro che fare quello che deve fare.
Che si nasconde negli angoli per allontanare la vita di quel momento, perché l’animo è come un campo, e va preparato alla semina.
il pescatore.
come un pescatore al riva, mi sento così. la mia barchetta è lontanissima, e io tiro, tiro, tiro questa cima infinita, lunghissima, tiro, tiro, tiro e continuo a tirare, piano piano, non la vedo, non so neanche se c'è ancora, legata alla cima, la mia barchetta.
la vita è cattiva, magari alla fine troverò che il mare se l'è mangiata, la mia barchetta leggera leggera, un guscio di noce - tutto quello che ho. o non ho più, chissà.
e non puoi dormire, non puoi fermarti, la tua barchetta che non sai neppure se c'è ancora è tutta sola, è sola quanto te, e chissà come sta, quanto sarà ammaccata, anche lei, come sono io. come avrà cambiato faccia - e quanta paura ho di vederlo. non so, anche quando la mia barchetta tornasse a riva, se avrò il coraggio di guardarla. non reggerei di vederla così diversa da come l'ho lasciata. -non volevo lasciarti, è che a riva le stavano incendiando, le incendiavano tutte, ho pensato che in mare saresti stata meglio. ma sono vigliacca e ho tenuto la cima in tasca, l'ho sempre tenuta in tasca, avvolta intorno alla coscia, sotto i vestiti, dove non si vedesse. guarda! sono piena di lividi qui qui e qui, quando la cima tirava troppo e stringeva, mi ha maciullato la pelle, guarda. no, non guardare, non guardare. e poi, non sei tenuta a trovarla una cosa interessante. -guarda la mia coscia destra, guarda. il livido corre tutt'intorno alla gamba, perfetto e nettissimo. potrei raccontarti ogni volta che tirava, e dovevo fermarmi e sperare solo che la corda non si spezzasse. perché tu saresti approdata da qualche parte, forse. ma io come faccio a tornare a casa, come faccio.
come faccio.
per cui adesso resto a riva, come un pescatore stanco, e tiro, tiro tiro questa cima infinita e lunghissima, e mi chiedo come nasconderò i calli alle mani se mai la vedrò spuntare.
la vita è cattiva, magari alla fine troverò che il mare se l'è mangiata, la mia barchetta leggera leggera, un guscio di noce - tutto quello che ho. o non ho più, chissà.
e non puoi dormire, non puoi fermarti, la tua barchetta che non sai neppure se c'è ancora è tutta sola, è sola quanto te, e chissà come sta, quanto sarà ammaccata, anche lei, come sono io. come avrà cambiato faccia - e quanta paura ho di vederlo. non so, anche quando la mia barchetta tornasse a riva, se avrò il coraggio di guardarla. non reggerei di vederla così diversa da come l'ho lasciata. -non volevo lasciarti, è che a riva le stavano incendiando, le incendiavano tutte, ho pensato che in mare saresti stata meglio. ma sono vigliacca e ho tenuto la cima in tasca, l'ho sempre tenuta in tasca, avvolta intorno alla coscia, sotto i vestiti, dove non si vedesse. guarda! sono piena di lividi qui qui e qui, quando la cima tirava troppo e stringeva, mi ha maciullato la pelle, guarda. no, non guardare, non guardare. e poi, non sei tenuta a trovarla una cosa interessante. -guarda la mia coscia destra, guarda. il livido corre tutt'intorno alla gamba, perfetto e nettissimo. potrei raccontarti ogni volta che tirava, e dovevo fermarmi e sperare solo che la corda non si spezzasse. perché tu saresti approdata da qualche parte, forse. ma io come faccio a tornare a casa, come faccio.
come faccio.
per cui adesso resto a riva, come un pescatore stanco, e tiro, tiro tiro questa cima infinita e lunghissima, e mi chiedo come nasconderò i calli alle mani se mai la vedrò spuntare.
sabato 30 aprile 2011
la valigia.
"impossibile", "difficile" sono parole che hanno una funzionalità trasversale. ti insegnano a pensarle, e più le pensi più acquistano spessore, diventano concrete, tangibili. ti controlla chi ti insegna queste parole.
impossibile, non si può fare. non che se non lo pensi le cose divengano magicamente semplici, tuttavia ci ti insegna a credere che il tuo personalissimo microcosmo sia circondato da un muro impossibile, ecco, chi te lo insegna ti sta fottendo.
si prende la tua libertà, la tua autostima. ti fa credere che l'unica cosa che ti rimane da fare sia sederti a apingere da qualche parte.
l'armadio troppo alto.
la valigia troppo pesante.
la strada troppo lunga.
è impossibile, non ce la farò mai.
le parole ti fottono quando sei più fragile, ma lavorano dentro di te tutta la vita.
sali sulla sedia per prender la tua pesantissima valigia sopra un altissimo armadio e già senti che non potrai arrivarci da sola. la prendi, e ti viene un attacco dansia mentre hai le braccia tesissime e cerchi di bilanciarne il peso perchè non cada tutto, tu, la valigia, l'armadio. e vorresti poterti sciogliere in lacrime, MA siccome non c'è nessuno ad aiutarti, la verità è che, semplicemente, non puoi. quindi inqualche modo tiri giù la tua valigia e magari riesci anche a non fare troppi danni.
ecco, adesso puoi piangere. puoi desolarti per la tua solitudine, perchè sei sola solissima come i bambini quando sono soli. puoi fermarti in mezzo alla strada perchè la valigia pesa troppo e tu non ce la fai proprio a trascinarla ancora, e cazzo, non c'è nessuno a darti una mano a trasportarla, perchè c'è sempre altro da fare. però il treno devi prenderlo, in qualche modo.
è quell' "in qualche modo" che spariglia le carte all'"impossibile". non è il tuo coraggio, la tua forza, no, è la potenza incontrastabile del fatto che nella vita ci si arrangia.
il potere cosmico dell'impossibilità messo in discussione da questa cosa così micragnosa che l'arrangiarsi. suonano anche in maniera decisamente diversa, tanto pomposa una parola quanto popolana l'altra.
puoi piangere per giorni interi, ma solo quando non hai altro da fare, e quello è lo spazio che lasci all'impossibile. è impossibile che tu non pianga, quando le cose vanno così male che la tua immaginazione riesce a concepire che il fondo non sia ancora stato toccato, e tuttavia non riesce a immaginare che le cose possano migliorare, prima o poi, in qualche modo.
puoi piangere come un cretino mentre sei in metro, in treno, per strada, tanto non ti vede nessuno, ma quando devi lavorare, fare la valigia, farti la ceretta, la tinta, no. sorpasso in curva della necessità, e scatta qualcosa. non piangi più, ti rimetti la desolazione in tasca e la tieni al caldo per dopo, certo, ma non adesso. hai una cazzo di valigia pesantissima in mano, sei all'impiedi su una sedia e ormai la valigia l'hai in mano, non puoi nè rimetterla su, che non ce la faresti, nè restare così, che le braccia un due tre e ti cederanno.
impossibile è la parola che ti mette in testa chi vuole fotterti. chi ti taglia le gambe per sembrare più alto di te, chè tu sia zoppo per sempre purchè io possa sembrare alto.
chi vuole toglierti lo spazio, la'ria. chi vuole che tu abbia sempre paura, di tutto. che tu non provi nemmeno a prendere la valigia, attraversare la città con un peso che ti spezza le braccia, figurarsi se proverai mai a fare qualcosa, qualunque cosa, una volta ridotto così.
la natura non ha pietà, e neanche la forza di gravità, se è per questo.
impossibile, non si può fare. non che se non lo pensi le cose divengano magicamente semplici, tuttavia ci ti insegna a credere che il tuo personalissimo microcosmo sia circondato da un muro impossibile, ecco, chi te lo insegna ti sta fottendo.
si prende la tua libertà, la tua autostima. ti fa credere che l'unica cosa che ti rimane da fare sia sederti a apingere da qualche parte.
l'armadio troppo alto.
la valigia troppo pesante.
la strada troppo lunga.
è impossibile, non ce la farò mai.
le parole ti fottono quando sei più fragile, ma lavorano dentro di te tutta la vita.
sali sulla sedia per prender la tua pesantissima valigia sopra un altissimo armadio e già senti che non potrai arrivarci da sola. la prendi, e ti viene un attacco dansia mentre hai le braccia tesissime e cerchi di bilanciarne il peso perchè non cada tutto, tu, la valigia, l'armadio. e vorresti poterti sciogliere in lacrime, MA siccome non c'è nessuno ad aiutarti, la verità è che, semplicemente, non puoi. quindi inqualche modo tiri giù la tua valigia e magari riesci anche a non fare troppi danni.
ecco, adesso puoi piangere. puoi desolarti per la tua solitudine, perchè sei sola solissima come i bambini quando sono soli. puoi fermarti in mezzo alla strada perchè la valigia pesa troppo e tu non ce la fai proprio a trascinarla ancora, e cazzo, non c'è nessuno a darti una mano a trasportarla, perchè c'è sempre altro da fare. però il treno devi prenderlo, in qualche modo.
è quell' "in qualche modo" che spariglia le carte all'"impossibile". non è il tuo coraggio, la tua forza, no, è la potenza incontrastabile del fatto che nella vita ci si arrangia.
il potere cosmico dell'impossibilità messo in discussione da questa cosa così micragnosa che l'arrangiarsi. suonano anche in maniera decisamente diversa, tanto pomposa una parola quanto popolana l'altra.
puoi piangere per giorni interi, ma solo quando non hai altro da fare, e quello è lo spazio che lasci all'impossibile. è impossibile che tu non pianga, quando le cose vanno così male che la tua immaginazione riesce a concepire che il fondo non sia ancora stato toccato, e tuttavia non riesce a immaginare che le cose possano migliorare, prima o poi, in qualche modo.
puoi piangere come un cretino mentre sei in metro, in treno, per strada, tanto non ti vede nessuno, ma quando devi lavorare, fare la valigia, farti la ceretta, la tinta, no. sorpasso in curva della necessità, e scatta qualcosa. non piangi più, ti rimetti la desolazione in tasca e la tieni al caldo per dopo, certo, ma non adesso. hai una cazzo di valigia pesantissima in mano, sei all'impiedi su una sedia e ormai la valigia l'hai in mano, non puoi nè rimetterla su, che non ce la faresti, nè restare così, che le braccia un due tre e ti cederanno.
impossibile è la parola che ti mette in testa chi vuole fotterti. chi ti taglia le gambe per sembrare più alto di te, chè tu sia zoppo per sempre purchè io possa sembrare alto.
chi vuole toglierti lo spazio, la'ria. chi vuole che tu abbia sempre paura, di tutto. che tu non provi nemmeno a prendere la valigia, attraversare la città con un peso che ti spezza le braccia, figurarsi se proverai mai a fare qualcosa, qualunque cosa, una volta ridotto così.
la natura non ha pietà, e neanche la forza di gravità, se è per questo.
domenica 10 aprile 2011
spiare ai funerali.
io non so davvero se ci sei, o no. o come ci sei, magari. non so neanche cosa vorrei.
parliamo di buone scuse per fare le cose. ne ho cercata una per un pezzo, ma non l'ho trovata. i sorveglianti mi hanno fregata, e ci siamo andati di mezzo tutti. qualcuno un po' meno, ma alla fine pure questi ci sono andati di mezzo. ci ho provato, giuro che ci ho provato. ho pensato che se avessi messo in mezzo il mio corpo avrei fatto da scudo a quello che stava succedendo, tanto in un modo o nell'altro io mi sarei presa comunque il camion in faccia, percui mi sembrava economico, diciamo, prendermelo il più possibile solo io.
non ho tenuto conto che non è vero che chi muore tace e chi resta si dà pace. non lo è sempre, quantomeno.
non ho pensato che forse non era nè utile nè intelligente, e che la vita non è fatta nè di cose utili nè di cose intelligenti.
e poi, mi ero messa di traveso, ma mi ci sono messa a cazzo, perchè ho continuato a gardarmi indietro per tutto il tempo. sono stata vigliacca, e ho cercato di tenere sempre inmano un filo, anche uno solo, che mi tenesse legata alla riva. che ricordasse alla riva che io c'ero, dispersa da qualche parte ma c'ero. e questa è una cosa vigliacca. ho cercato di sapere sempre, di nascosto, se la riva si fosse ripopolata. e ho sempre sperato che non fosse così, che fosse sempre desolata e al più squassata dal maltempo.
e non ho considerato che è una gran vigliaccata fare il martire, e che la gente si incazza con i martiri o presuni tali.
e ha ragione.
martire un cazzo, hai fatto la tua scelta, e di me non te n'è mai importato niente. volevi andare alla deriva, volevi affogare e come se non bastasse, volevi che tutti lo sapessimo e restassimo qui a piangerti.
non è così che va la vita, ragazza.
non è che ti suicidi per poi spiare chi viene al tuo funerale. o ti suicidi, o spii. se riesci a fare entrambe le cose, vuol dire che stai mentendo.
percui adesso mi tengo il batticuore di seconda mano che mi viene ogni volta che non ci sei. quello, che ti piaccia o no, è mio.
parliamo di buone scuse per fare le cose. ne ho cercata una per un pezzo, ma non l'ho trovata. i sorveglianti mi hanno fregata, e ci siamo andati di mezzo tutti. qualcuno un po' meno, ma alla fine pure questi ci sono andati di mezzo. ci ho provato, giuro che ci ho provato. ho pensato che se avessi messo in mezzo il mio corpo avrei fatto da scudo a quello che stava succedendo, tanto in un modo o nell'altro io mi sarei presa comunque il camion in faccia, percui mi sembrava economico, diciamo, prendermelo il più possibile solo io.
non ho tenuto conto che non è vero che chi muore tace e chi resta si dà pace. non lo è sempre, quantomeno.
non ho pensato che forse non era nè utile nè intelligente, e che la vita non è fatta nè di cose utili nè di cose intelligenti.
e poi, mi ero messa di traveso, ma mi ci sono messa a cazzo, perchè ho continuato a gardarmi indietro per tutto il tempo. sono stata vigliacca, e ho cercato di tenere sempre inmano un filo, anche uno solo, che mi tenesse legata alla riva. che ricordasse alla riva che io c'ero, dispersa da qualche parte ma c'ero. e questa è una cosa vigliacca. ho cercato di sapere sempre, di nascosto, se la riva si fosse ripopolata. e ho sempre sperato che non fosse così, che fosse sempre desolata e al più squassata dal maltempo.
e non ho considerato che è una gran vigliaccata fare il martire, e che la gente si incazza con i martiri o presuni tali.
e ha ragione.
martire un cazzo, hai fatto la tua scelta, e di me non te n'è mai importato niente. volevi andare alla deriva, volevi affogare e come se non bastasse, volevi che tutti lo sapessimo e restassimo qui a piangerti.
non è così che va la vita, ragazza.
non è che ti suicidi per poi spiare chi viene al tuo funerale. o ti suicidi, o spii. se riesci a fare entrambe le cose, vuol dire che stai mentendo.
percui adesso mi tengo il batticuore di seconda mano che mi viene ogni volta che non ci sei. quello, che ti piaccia o no, è mio.
martedì 5 aprile 2011
scudo.
niente scuse. niente scuse perchè le scuse sono una gran fregatura, un alibi per non fare niente, e continuare a tollerare, o a non tollerare, ma continuare. niente scuse perchè a forza di scuse mi sono persa per strada, e questo controllo sottile e permanente e anche solo supposto è pesante e presente, e mi sono stancata. perchè che cos'è che sto giustificando? il mio errore, il mi ofallimento. la mia debolezza, che si veste di coraggio e stoicismo per non combattere. coraggio di che? di non proteggermi. questa storia che si fa scudo con il proprio corpo a ciò che si ama è una cazzata. perchè il corpo si distrugge, e con esso ciò che si è amato. il corpo diventa uno straccio sfilacciato, e attraverso le fibre spezzate passano acidi e sole, e tutto si distrugge. bisognava combattere, tanto non si muore. solo, è faticoso. fare scudo con il propro corpo è così semplice. uno si dice che è coraggioso, ma pigro e vigliacco. a proteggere con me stessa ciò che amavo dalle bordate dei sorveglianti mi sono strappata e persa per strada,e adesso non ho più niente. non ho ciò che amavo, e ciò che amavo non so che volto ha, come sarà cambiato, se esiste ancora.
il tempo è un grande cosmetico. siamo tutti così belli a distanza. non abbiamo paura di nente, e se l'abbiamo è così dolce, così delicata. è una paura che non puzza, che non suda.
niente scuse, perchè sono stanca di vergognarmi per me e per te, di chiedere scusa per me e per te. di dovermelo dire da sola che nessuno è innocente. perchè è vero che non esistono innocenti.
vittime lo siamo tutti, ma non è un granchè nobile.
il tempo è un grande cosmetico. siamo tutti così belli a distanza. non abbiamo paura di nente, e se l'abbiamo è così dolce, così delicata. è una paura che non puzza, che non suda.
niente scuse, perchè sono stanca di vergognarmi per me e per te, di chiedere scusa per me e per te. di dovermelo dire da sola che nessuno è innocente. perchè è vero che non esistono innocenti.
vittime lo siamo tutti, ma non è un granchè nobile.
sabato 26 marzo 2011
campana di legno.
scopro di essere un coniglietto. e anche se forse, in fondo, in tutti noi c'è un coniglietto, non è giusto spingere così tanto da scovarlo. non è proprio giusto.
la verità è che un sacco di gente crede che io abbia fatto le mie scelte e che sia ammirevole combattere, e anche perdere, per i propri desideri, ma io in realtà ho combattuto per cosa?. e mi fa così paura dovere rismantellare tutto da capo, di nuovo. impegni, contratti, tutto, tutto su di me, una vita da casalinga attempata sulle mie spalle, e un cane con cui ricattarmi, e un amore buttato nel cesso.
come se io fossi una casalinga degli anni '50. come se dentro ciascuno di noi non ci fosse un'overdose di barbiturici pronta ad uscire. il cuore si può rompere, sai? non serve avvelenarsi. il corpo e la mente lo sentono, quando non ce la fai più. non ce la fanno più neanche loro. e si rompe tutto, dentro. ma questo tu non lo sai, perchè sei miserabile come solo i miserabili sanno essere. credi davvero che per spingere su un acceleratore serva tutto sto coraggio?
è che non serve nessun acceleratore. il corpo si piega da solo, se ne sente il bisogno. siamo un insieme di cose in equilibrio così precario, che basta mollare la presa e si sfalda tutto, da solo. dolcemente o con un botto.
che cantonata, che dolore intuile, che recidivo dolore inutile.
ti odio perchè mi fai odiare me stessa. e sai che m indebolisce. questo recidivo dolore intile. questa campana sorda nel mio petto.
la verità è che un sacco di gente crede che io abbia fatto le mie scelte e che sia ammirevole combattere, e anche perdere, per i propri desideri, ma io in realtà ho combattuto per cosa?. e mi fa così paura dovere rismantellare tutto da capo, di nuovo. impegni, contratti, tutto, tutto su di me, una vita da casalinga attempata sulle mie spalle, e un cane con cui ricattarmi, e un amore buttato nel cesso.
come se io fossi una casalinga degli anni '50. come se dentro ciascuno di noi non ci fosse un'overdose di barbiturici pronta ad uscire. il cuore si può rompere, sai? non serve avvelenarsi. il corpo e la mente lo sentono, quando non ce la fai più. non ce la fanno più neanche loro. e si rompe tutto, dentro. ma questo tu non lo sai, perchè sei miserabile come solo i miserabili sanno essere. credi davvero che per spingere su un acceleratore serva tutto sto coraggio?
è che non serve nessun acceleratore. il corpo si piega da solo, se ne sente il bisogno. siamo un insieme di cose in equilibrio così precario, che basta mollare la presa e si sfalda tutto, da solo. dolcemente o con un botto.
che cantonata, che dolore intuile, che recidivo dolore inutile.
ti odio perchè mi fai odiare me stessa. e sai che m indebolisce. questo recidivo dolore intile. questa campana sorda nel mio petto.
sabato 12 marzo 2011
i gatti e l'australia.
ogni giorno in più sulla terra è un passo verso lil suocidio, solo un modo più lento di celebrarne il rito,. viene il momento in cui ti devi chiedere che direzione stia prendendo la tua vita, e se non hai risposta, perchè non ha nessuna direzione, perchè è ferma, ferma e accartocciata, e non ha direzione, e non ha scopo, allora ti chiedi che senso abbia proseguire un cammino che di fatto non c'è.
come la più stupida della donne stupide, la più calssicamente stupida delel donen stupide, non ho perso perchè non ho neanche giocato la partita, e quindi è una sconfitta senza redenzione. non c'è una rivincita per chi perde a tavolino.
non accadrà più. la lezione è che non puoi permetterti di affidare la tua vita a qualcun altro. nn puoi viverla in funzione sua, nemmeno se hai la sensazione che sia parte di te e quindi inqualche modo che tu stia di fatto vivendo. è una fregatura, una banale, sciocca, stupidissima fregatura. e dire che ho sempre avuto ribrezzo per l'idea di riprodurmi, il che poteva essere un'avvisaglia, un segnale che la vita mi mandava per avvertirmi di non farmi fregare, che la gente è fungiforme, che tutto marcisce e sparisce e che se gli consenti di inglobarti sopravvierà anche alla tua morte.
che non sei niente, se non un pezzetto del puzzle di qualcun altro.
che non hai faccia, occhi, voce. che alla lunga finirai per essere l'idea che gli altrihanno di te.
e se per caso adesso inizierai a cercare confonrto nelle affermazioni lusinghiere che qualcuno ha fatto nei tuoi confronti, ricorda che chi ti fa un complimento lofa per migliorare se stesso.
perchè se tu sei fantastico,allora le mie sconfitte non significano necessariamente che sono una pippa, ma magari solo che non sono un supereroe.
come dire che una è bella solo perchè fa la modella. non ha alcun senso, ma funziona, visto quanto se ne fa uso.
lo strumento dell'altrui elevazione per sentirsi meno in basso. perchè se tue sei alto due metri non sonoio che sono un nano. no no, sei tu che sei un gigante. che poi io sia alto un metro o cinquanta centimentri non è rilevante, una volta assodato che sei TU ad essere fuori misura. ma in bene, eh, che noi non si vuiol parlare male di nessuno.
ecco, è così semplice.
il punto è che bisogna spogliarsi di qualsiasi appiglio alla vita, una volta preso atto che la si sta abbandonando ogni giorno. altrimenti fa solo più male, è solo più triste.
ma cado sempre nello stesso errore. mi piace immaginare cosa potrebbe accadere se. ecco, il prossimo esercizio di disciplina è annullare l'immaginazione. anche perchè, e qui sta la conferma della mia totale sconfitta, c'è sempre qualcun altro nel ruolo di primo attore nel mio 'imaginare cosa accadrebbe se'. e siccome in assenza di un podio tutti quelli che non sono primi non esistono proprio, è inutile stare a discuterne, direi.
ua forma di eutanasia emozionale, ci vuole un po' di tempo, ma fa parte del sistema. poi arriva il momento di andare sulla collinai dei ciliegi a farsi sparare da un cecchino gentile, ma un po' stupido, perchè in fondo gli dispiace il suo alvoro, enon si rende conto che anche lui, se fa quel mestiere, è uno che non ha scelto per sè. è uno strumento utile alla vita di qualcun altro. un cecchino gentile e lentigginoso. giovane, diciott'anni al massimo. preoccupati di accertarsi che sia davvero convinta e preoccupato di non sbagliare il colpo, non sia mai che dovesse farmi male. ma se mi devi ammazzare, di che ti preoccuapi? poesia delle menti semplici, che danno un gran peso ad ogni piccola cosa. avrà lucidato e pulito il fucile con cura per mostrare il suo rispetto per il gesto che deve compiere. già. immaginate un impiegato postale che lucidi i suoi timbri ogni mattina in segno di rispetto per l'utenza. buffo, vero?
ma lui non lo sa che il suo fucile è in tutto e per tutto simile ai timbri degli impiegati, o allo scotch delle commesse che certo, a volte potrebbero metterci più cura nell'incartare i pacchetti.
probabilmente piangerà, se è la sua prima volta. proverà a convincermi. in ognuno di noi si celano uno psicologo e un opinionista, dato che la versione comune è che uno psicologo sia uno che capisce la gente (?) e un opinionista sia uno che abbia un'opinione su qualcosa. il sesso degli angeli, il modo corretto di preparare la carbonara, la fine del mondo. roba così.
il problema è che mia mamma e mio papà non sono pronti a capire. credono che possa dipendere da loro, ma il punto è che ogni gioco ha uno scherzetto nascosto. perchè mentre chiunque può influire negativamente sul corso delle cose, a poter dare una raddrizzata al timone solo sono quelli che, appunto, possono. tutti gli altri sono condannati all'impotenza del loro amore.
e quindi dobbiamo pagarla un po' tutti questa condizione. io, che sono rimasta senza pelle e sono un gattino bagnato.lo sono sempre stata, ma non ci voleva credere nessuno e finchè è durata anche io ho fatto finta di crederci. sono stata tantio animali, ma con un gattino bagnato nel cuore. e adesso che è venuto fuori, dopo un primo moneto di tenerezza per questo brutto animale spelacchiato, dopo aver sentito la madre di tutte le scuse, ma non averci mai creduto, e cioè che era solo un momento, adesso che è lì e tutti lo sanno e si sentono in dovere di proteggerlo per quanto lor possibile, adesso io non posso che fare quello che devo fare. un minimo di senso dell'onore, dio mio.
non avrei mai voluto che qualcuno si prendesse cura di me per pena. o perchè se ne sentiva in dovere considarata la mia debolezza. perchè la differenza è sostanziale, prendersi cura di qualcuno perchè lo si vule fare o perchè si ritiene che altrimenti questo qualcuno non ce la possa fare da solo.
ma siccome mamma e papà (scusa mamma, scusa papà, mi dispiace così tanto) non possono capirlo, per fare quello che devo fare devo aspettare un po' di tempo. oppure emigrare dall'altra parte del mondo e pagare qualcuno perchè gli telefoni e scriva delle email imitando il mio stile, e inventi delle scuse sul perchè non li vado a trovare. così che non si accorgano di niente. potrebbe essere un'idea, ma se poi non lo facesse? la gente fa presto a scordarsi della parola data una volta che non ci sei più.
e sul senso dell'onore non posso che avere la mia personalissima opione, purtroppo.
come la più stupida della donne stupide, la più calssicamente stupida delel donen stupide, non ho perso perchè non ho neanche giocato la partita, e quindi è una sconfitta senza redenzione. non c'è una rivincita per chi perde a tavolino.
non accadrà più. la lezione è che non puoi permetterti di affidare la tua vita a qualcun altro. nn puoi viverla in funzione sua, nemmeno se hai la sensazione che sia parte di te e quindi inqualche modo che tu stia di fatto vivendo. è una fregatura, una banale, sciocca, stupidissima fregatura. e dire che ho sempre avuto ribrezzo per l'idea di riprodurmi, il che poteva essere un'avvisaglia, un segnale che la vita mi mandava per avvertirmi di non farmi fregare, che la gente è fungiforme, che tutto marcisce e sparisce e che se gli consenti di inglobarti sopravvierà anche alla tua morte.
che non sei niente, se non un pezzetto del puzzle di qualcun altro.
che non hai faccia, occhi, voce. che alla lunga finirai per essere l'idea che gli altrihanno di te.
e se per caso adesso inizierai a cercare confonrto nelle affermazioni lusinghiere che qualcuno ha fatto nei tuoi confronti, ricorda che chi ti fa un complimento lofa per migliorare se stesso.
perchè se tu sei fantastico,allora le mie sconfitte non significano necessariamente che sono una pippa, ma magari solo che non sono un supereroe.
come dire che una è bella solo perchè fa la modella. non ha alcun senso, ma funziona, visto quanto se ne fa uso.
lo strumento dell'altrui elevazione per sentirsi meno in basso. perchè se tue sei alto due metri non sonoio che sono un nano. no no, sei tu che sei un gigante. che poi io sia alto un metro o cinquanta centimentri non è rilevante, una volta assodato che sei TU ad essere fuori misura. ma in bene, eh, che noi non si vuiol parlare male di nessuno.
ecco, è così semplice.
il punto è che bisogna spogliarsi di qualsiasi appiglio alla vita, una volta preso atto che la si sta abbandonando ogni giorno. altrimenti fa solo più male, è solo più triste.
ma cado sempre nello stesso errore. mi piace immaginare cosa potrebbe accadere se. ecco, il prossimo esercizio di disciplina è annullare l'immaginazione. anche perchè, e qui sta la conferma della mia totale sconfitta, c'è sempre qualcun altro nel ruolo di primo attore nel mio 'imaginare cosa accadrebbe se'. e siccome in assenza di un podio tutti quelli che non sono primi non esistono proprio, è inutile stare a discuterne, direi.
ua forma di eutanasia emozionale, ci vuole un po' di tempo, ma fa parte del sistema. poi arriva il momento di andare sulla collinai dei ciliegi a farsi sparare da un cecchino gentile, ma un po' stupido, perchè in fondo gli dispiace il suo alvoro, enon si rende conto che anche lui, se fa quel mestiere, è uno che non ha scelto per sè. è uno strumento utile alla vita di qualcun altro. un cecchino gentile e lentigginoso. giovane, diciott'anni al massimo. preoccupati di accertarsi che sia davvero convinta e preoccupato di non sbagliare il colpo, non sia mai che dovesse farmi male. ma se mi devi ammazzare, di che ti preoccuapi? poesia delle menti semplici, che danno un gran peso ad ogni piccola cosa. avrà lucidato e pulito il fucile con cura per mostrare il suo rispetto per il gesto che deve compiere. già. immaginate un impiegato postale che lucidi i suoi timbri ogni mattina in segno di rispetto per l'utenza. buffo, vero?
ma lui non lo sa che il suo fucile è in tutto e per tutto simile ai timbri degli impiegati, o allo scotch delle commesse che certo, a volte potrebbero metterci più cura nell'incartare i pacchetti.
probabilmente piangerà, se è la sua prima volta. proverà a convincermi. in ognuno di noi si celano uno psicologo e un opinionista, dato che la versione comune è che uno psicologo sia uno che capisce la gente (?) e un opinionista sia uno che abbia un'opinione su qualcosa. il sesso degli angeli, il modo corretto di preparare la carbonara, la fine del mondo. roba così.
il problema è che mia mamma e mio papà non sono pronti a capire. credono che possa dipendere da loro, ma il punto è che ogni gioco ha uno scherzetto nascosto. perchè mentre chiunque può influire negativamente sul corso delle cose, a poter dare una raddrizzata al timone solo sono quelli che, appunto, possono. tutti gli altri sono condannati all'impotenza del loro amore.
e quindi dobbiamo pagarla un po' tutti questa condizione. io, che sono rimasta senza pelle e sono un gattino bagnato.lo sono sempre stata, ma non ci voleva credere nessuno e finchè è durata anche io ho fatto finta di crederci. sono stata tantio animali, ma con un gattino bagnato nel cuore. e adesso che è venuto fuori, dopo un primo moneto di tenerezza per questo brutto animale spelacchiato, dopo aver sentito la madre di tutte le scuse, ma non averci mai creduto, e cioè che era solo un momento, adesso che è lì e tutti lo sanno e si sentono in dovere di proteggerlo per quanto lor possibile, adesso io non posso che fare quello che devo fare. un minimo di senso dell'onore, dio mio.
non avrei mai voluto che qualcuno si prendesse cura di me per pena. o perchè se ne sentiva in dovere considarata la mia debolezza. perchè la differenza è sostanziale, prendersi cura di qualcuno perchè lo si vule fare o perchè si ritiene che altrimenti questo qualcuno non ce la possa fare da solo.
ma siccome mamma e papà (scusa mamma, scusa papà, mi dispiace così tanto) non possono capirlo, per fare quello che devo fare devo aspettare un po' di tempo. oppure emigrare dall'altra parte del mondo e pagare qualcuno perchè gli telefoni e scriva delle email imitando il mio stile, e inventi delle scuse sul perchè non li vado a trovare. così che non si accorgano di niente. potrebbe essere un'idea, ma se poi non lo facesse? la gente fa presto a scordarsi della parola data una volta che non ci sei più.
e sul senso dell'onore non posso che avere la mia personalissima opione, purtroppo.
domenica 6 marzo 2011
dell'acqua calda e rossa e rosa. casalinghe anni '50.
mi poiacerebbe pensare che questo canale di sfogo, che facciamo finta sia nascosto e visibile solo a chi dico io, e facciamo anche finta che chi dico io si accorga che c'è e lo veda, mi piacerebbe pensare che non sia tempo buttato, un eserciio di scrittura autoreferenziale per chi scrittore non è, come io in effetti non lo sono. mi piacerebbe pensare che ogni volta che l'acqua calda diventa un'attrazione troppo forte, e calda e rossa e rosa, mi piacerebbe pensare che poi basta scriverlo e passa da solo, mi piacerebbe non trovare ridicolo questo buco che ho all'altezza delpetto.
mi piacerebbe arrabbiami e aindiganrmi ancora, senza guardarmi dall'esterno sapendo che non è autentica quella rabbia, che è di copertina, perchè in questi casi, che cazzo, bisogna arrabbiarsi.
ma io sono così spenta.
lo senti quando non ci credi fino in fondi in un'aincazzaura. le vene del collo stentano a gonfiarsi, le orecchie non si infiammano. e i gesti sembrano così vuoti, e così telefonati.
mia madre dice che non è possibile che mi sia tutto indifferente, visto che è esattamente della mi avita che stiamo parlando, ma in realtà sono impermeabilizzata, è vero. scivola, scivola via come se non esistessi, forse cosi smetterai di esistere davvero. e lo so che non serve, che metodologicamente è una cazzata, ma tant'è.
e tu che diritto hai di essere il coltello? leggevo grossman e piangevo sul tram. ma proprio lacrimoni che rotolavano grossi e ciccioni sulla mia faccia da cazzo. a volte è utile avere un cappotto a collo alto e i capelli con il ciuffo, solo che poi tutto diventa così perfettamente consono alla fenomenologia emo, e la tragedia, oh! la tragedia della mia vita si sminuisce a chiacchiere da assenzio-e-gitanes che fanno così postadolescenzial figo di sticazzi.
il punto è che tutta questa fatica non serve assolutamente a niente, perchè non mi lascia il tempo di fare quello per cui di fatto fatico. e io lo so, dannazione, lo SO.
e quando sparisce la favola bella, ti senti una vecchia ciabatta. e forse non è neanche che tu abbia qualcosa da dire davvero, perchè altrimenti, forse, riusciresti a dirla comunque, non so. forse è che alla lunga la voce si smorza, i soffoca, e ti rimangono solo scene da casa linga anni '50, e l'acqua calda e rossa e rosa che tanto ti attrae. che fa molto casalinga anni '50, diciamocelo. i barbiturici già son più da diva, ma io da questo pozzo non saprei nemmeno dove andare a procurarmi mille pilloline colorate e appuntite, e quindi mi adeguo, e mi arrangio con quello che passa il convento.
poteva andare peggio, potevo avere solo una doccia, e allora neanche la teoria dell'acqua calda e rossa e rosa, e sai che palle, allora.
io credo che mia mamma lo sappia che qualcosa non va.
mi dice di stare lontana dall'acqua, visto che sono sola in casa. eh capirai, sai che differenza, le rispondo.
mi piacerebbe pensare che tornerò, e sarai ancora lì. e che ci sarà uno spazio per me nella mia vita, e che ci sarà nella tua, e che non sarà così ridicolo stare al mondo. mi piacerebbe credere che un giorno mi sposerò e tutti i miei amici saranno contenti e che lo sarò anche io, invece di pensare che santo dio, quasi quasi mi sposo faccio due figli e poi mi suicido per arla completa. non che voglia sposarmi, è solo per dire che mi piacerebbe vedere una soluzione che non fosse momentanea come questa di adesso, scrivere per fare passare il tempo e aspettare che faccia troppo freddo per pensare di riempire la vasca eccetera eccetera. lasciarsi vincere dalla pigrizia, che a volte ti salva la vita davvero. suona un po' patetico, ma solo perchè non sono un famoso scrittore della cazzissimo di beat generation, sennò sarebbe una gran frase, ci scommetto la qualunque. tanto non lo sapremo mai, quindi? quindi ti attacchi.
e l'acqua calda e rossa e rosa, e bianca perchè non voglio vedermi, perchè l'acqua è sempre troppo trasparente e io mi sento così fredda e vuota e scoperta. tana per me.
mi piacerebbe arrabbiami e aindiganrmi ancora, senza guardarmi dall'esterno sapendo che non è autentica quella rabbia, che è di copertina, perchè in questi casi, che cazzo, bisogna arrabbiarsi.
ma io sono così spenta.
lo senti quando non ci credi fino in fondi in un'aincazzaura. le vene del collo stentano a gonfiarsi, le orecchie non si infiammano. e i gesti sembrano così vuoti, e così telefonati.
mia madre dice che non è possibile che mi sia tutto indifferente, visto che è esattamente della mi avita che stiamo parlando, ma in realtà sono impermeabilizzata, è vero. scivola, scivola via come se non esistessi, forse cosi smetterai di esistere davvero. e lo so che non serve, che metodologicamente è una cazzata, ma tant'è.
e tu che diritto hai di essere il coltello? leggevo grossman e piangevo sul tram. ma proprio lacrimoni che rotolavano grossi e ciccioni sulla mia faccia da cazzo. a volte è utile avere un cappotto a collo alto e i capelli con il ciuffo, solo che poi tutto diventa così perfettamente consono alla fenomenologia emo, e la tragedia, oh! la tragedia della mia vita si sminuisce a chiacchiere da assenzio-e-gitanes che fanno così postadolescenzial figo di sticazzi.
il punto è che tutta questa fatica non serve assolutamente a niente, perchè non mi lascia il tempo di fare quello per cui di fatto fatico. e io lo so, dannazione, lo SO.
e quando sparisce la favola bella, ti senti una vecchia ciabatta. e forse non è neanche che tu abbia qualcosa da dire davvero, perchè altrimenti, forse, riusciresti a dirla comunque, non so. forse è che alla lunga la voce si smorza, i soffoca, e ti rimangono solo scene da casa linga anni '50, e l'acqua calda e rossa e rosa che tanto ti attrae. che fa molto casalinga anni '50, diciamocelo. i barbiturici già son più da diva, ma io da questo pozzo non saprei nemmeno dove andare a procurarmi mille pilloline colorate e appuntite, e quindi mi adeguo, e mi arrangio con quello che passa il convento.
poteva andare peggio, potevo avere solo una doccia, e allora neanche la teoria dell'acqua calda e rossa e rosa, e sai che palle, allora.
io credo che mia mamma lo sappia che qualcosa non va.
mi dice di stare lontana dall'acqua, visto che sono sola in casa. eh capirai, sai che differenza, le rispondo.
mi piacerebbe pensare che tornerò, e sarai ancora lì. e che ci sarà uno spazio per me nella mia vita, e che ci sarà nella tua, e che non sarà così ridicolo stare al mondo. mi piacerebbe credere che un giorno mi sposerò e tutti i miei amici saranno contenti e che lo sarò anche io, invece di pensare che santo dio, quasi quasi mi sposo faccio due figli e poi mi suicido per arla completa. non che voglia sposarmi, è solo per dire che mi piacerebbe vedere una soluzione che non fosse momentanea come questa di adesso, scrivere per fare passare il tempo e aspettare che faccia troppo freddo per pensare di riempire la vasca eccetera eccetera. lasciarsi vincere dalla pigrizia, che a volte ti salva la vita davvero. suona un po' patetico, ma solo perchè non sono un famoso scrittore della cazzissimo di beat generation, sennò sarebbe una gran frase, ci scommetto la qualunque. tanto non lo sapremo mai, quindi? quindi ti attacchi.
e l'acqua calda e rossa e rosa, e bianca perchè non voglio vedermi, perchè l'acqua è sempre troppo trasparente e io mi sento così fredda e vuota e scoperta. tana per me.
martedì 1 marzo 2011
con l'esibizionismo del diario segreto di una casalinga di baudelaire
esattamente come una lettera su un muro, l'onesto esibizionismo di un diario, perchè non è affatto vero che il diario è "privato" e "personale", altrimenti le cose che ci scrivi su te le terresti per te. è lì, con il disperato bisogno che qualcuno lo noti, passando. che legga e magicamente si ritrovi in quello che ha letto.
come se non fossimo tutti uguali, alla fine.
questo bisogno ridicolo di sentirsi tutti così diversi, e unici, e, oh cielo, soli. e ah, la magia di scoprirsi sì unici, ma complementari con quell'unico pezzo unico che completa la metà di questa immagine che, oh! nella notte dei tempi un dio oscuro volle infrangere per spargerci tutti sulla terra, così soli e incompleti eccetera eccetera.
alla fine, tutti abbiamo le stesse paure e bene o male gli stessi desideri. con qualche leggera variazione sul tema.
come al solito, a fare la differenza sono le sfumature.
solo che questa bellezza non regge il confronto con la realtà.
siamo tutti così belli, quando non ci siamo più.
io non sono bella, sono come tutti, come la vita, limitata, imperfetta.
il mio corpo è pieno di difetti. la mia pelle, voce, mani, gambe, mente. non c'è niente che sia esattamente al suo posto.
una persona cui ho voluto molto bene mi diceva che il suo lavoro, il lavoro di un bravo direttore della fotografia è anche nel non fare vedere i difetti delle attrici. le rughette, le pieghe del collo. la peluria sul viso. lo diceva con amore.
(peraltro non ci vedo niente di spoetizzante. proteggere la bellezza è un'opera di estrema nobiltà d'animo)
illuminare per nascondere.
la memoria è esattamente quel fascio di luce perfetta che cancella le imperfezioni, fa brillare i capelli, e insomma, è una faccia perfetta e luminosa. forse un po' appiattita, ma un prezzo bisognerà pur pagarlo da qualche parte. e poi, se non ci si intigna così tanto, è bellissima, e giovane per sempre, e perfetta.
è la venere di botticelli - bellissima, certo. ma nessuna donna reale vorrebbe quei fianchi. andiamo, su. siamo seri.
e insomma, io resto qui, in questa stanza che ho deciso che è rossa e in penombra, di legno, rossa e nera. e adesso lo è, adesso che ho deciso che lo è. lo è per me e per chi leggerà queste pagine da casalinga provinciale - che a me emma bovary mi fa un baffo, mi consenta.
lo è per me e per chi leggerà, questa è la mia venere ed è come dico io.
ma non sopravviverebbe alla vita reale.
io non sono bella. e non sono brillante. mi costa una fatica disumana sembrare intelligente, o arguta, o tutte quelle cose che fanno tanto bret easton ellis, e però poi io non ammazzo nessuno per svuotarmi. e la goffaggine è poesia solo nelle piccole, miratissime dosi omeopatiche del ricordo.
siamo tutti così belli quando andiamo via, quando siamo andati già via, quando le cose si mettono come in un libro - i libri sono sempre meglio della vita - e non succederà più che la vita ti fotta che la vita stessa.
e per quanto sia stupido, io non ho altro modo per proteggere la bellezza che ha sfiorato la mia strada. il profumo che non svanisce e non è invadente, queste cose così.
e poi, andiamo. uno che trova il tempo di leggere sta roba di certo non avrà il tempo di prendere un banalissimo caffè con la me che nemmeno vedrebbe per strada.
sono troppo, troppo più figa, così.
lo siamo tutti. in qualche modo, bisogna pur pareggiare i conti con la realtà.
come se non fossimo tutti uguali, alla fine.
questo bisogno ridicolo di sentirsi tutti così diversi, e unici, e, oh cielo, soli. e ah, la magia di scoprirsi sì unici, ma complementari con quell'unico pezzo unico che completa la metà di questa immagine che, oh! nella notte dei tempi un dio oscuro volle infrangere per spargerci tutti sulla terra, così soli e incompleti eccetera eccetera.
alla fine, tutti abbiamo le stesse paure e bene o male gli stessi desideri. con qualche leggera variazione sul tema.
come al solito, a fare la differenza sono le sfumature.
solo che questa bellezza non regge il confronto con la realtà.
siamo tutti così belli, quando non ci siamo più.
io non sono bella, sono come tutti, come la vita, limitata, imperfetta.
il mio corpo è pieno di difetti. la mia pelle, voce, mani, gambe, mente. non c'è niente che sia esattamente al suo posto.
una persona cui ho voluto molto bene mi diceva che il suo lavoro, il lavoro di un bravo direttore della fotografia è anche nel non fare vedere i difetti delle attrici. le rughette, le pieghe del collo. la peluria sul viso. lo diceva con amore.
(peraltro non ci vedo niente di spoetizzante. proteggere la bellezza è un'opera di estrema nobiltà d'animo)
illuminare per nascondere.
la memoria è esattamente quel fascio di luce perfetta che cancella le imperfezioni, fa brillare i capelli, e insomma, è una faccia perfetta e luminosa. forse un po' appiattita, ma un prezzo bisognerà pur pagarlo da qualche parte. e poi, se non ci si intigna così tanto, è bellissima, e giovane per sempre, e perfetta.
è la venere di botticelli - bellissima, certo. ma nessuna donna reale vorrebbe quei fianchi. andiamo, su. siamo seri.
e insomma, io resto qui, in questa stanza che ho deciso che è rossa e in penombra, di legno, rossa e nera. e adesso lo è, adesso che ho deciso che lo è. lo è per me e per chi leggerà queste pagine da casalinga provinciale - che a me emma bovary mi fa un baffo, mi consenta.
lo è per me e per chi leggerà, questa è la mia venere ed è come dico io.
ma non sopravviverebbe alla vita reale.
io non sono bella. e non sono brillante. mi costa una fatica disumana sembrare intelligente, o arguta, o tutte quelle cose che fanno tanto bret easton ellis, e però poi io non ammazzo nessuno per svuotarmi. e la goffaggine è poesia solo nelle piccole, miratissime dosi omeopatiche del ricordo.
siamo tutti così belli quando andiamo via, quando siamo andati già via, quando le cose si mettono come in un libro - i libri sono sempre meglio della vita - e non succederà più che la vita ti fotta che la vita stessa.
e per quanto sia stupido, io non ho altro modo per proteggere la bellezza che ha sfiorato la mia strada. il profumo che non svanisce e non è invadente, queste cose così.
e poi, andiamo. uno che trova il tempo di leggere sta roba di certo non avrà il tempo di prendere un banalissimo caffè con la me che nemmeno vedrebbe per strada.
sono troppo, troppo più figa, così.
lo siamo tutti. in qualche modo, bisogna pur pareggiare i conti con la realtà.
martedì 22 febbraio 2011
nor any drop to drink
come sempre, ma non è una novità sotto nessun punto di vista, il punto di partenza è il punto d'arrivo. come sempre.
a qualcuno raccontavo che avrei voluto una casa sul mare, che avrei cambiato casa per una vista sul mare. ma a roma il mare non c'è, e andava bene anche un lago allora.
poi ho scoperto che in quel lago ci ammazzavano la gente, e ci gettavano le ceneri di quelli che ammazzavano altrove, verso campo de' fiori.
ma non è mica per quello che non sono andata a vivere lì.
comunque, non ci sono andata. non ho la vista sul lago, sul mare, su niente, c'è solo una nebbia fetente la mattina in inverno per l'umidità e in estate perchè questo è un porco mondo.
mi piace pensare al mio buen retiro, e se questo non è un segnale di vecchiaia imminente allora non so cosa possa esserlo. comunque, i miei fratelli lo sanno, nella casa al mare ci andrò a invecchiare io. quindi tecnicamente potrei andarci già da oggi.
il punto è che anche ad abbassare le aspettative le delusioni sono sempre quelle, perchè non si sa come, ma la delusione supera di gran lunga le aspettative, sempre, e non c'è una costante che ne determini che so, la proporzione. cioè, non è che sei un uomo normale e le cose cambiano quando ti chiami gulliver e vai dai giganti e dai lillipuziani. sei un gigante che al massimo si trova fra umani e lillipuziani, ma sempre gigante resta.
e mi fermo a pensare alle cose che mi fanno sorridere, finchè rimangono pensate, almeno. perchè poi mi prende questa ansia, un vuoto d'aria allo stomaco, e una paura tremenda che le cose accadano. o non accadano.
la bellezza non è fatta per la vita. la vita invecchia, marcisce, puzza, distrugge. scopre inesorabilmente tutto. la bellezza è del teatro, del sogno. è l'adolescenza, è quello che avresti potuto, e però.
e meno male. perchè senza il però ci sarebbero state un sacco di cose che non vuoi sapere, quindi meno male che però.
non sarebbe sopravvissuta alla vita neanche la mia casa sul lago, e non per colpa dei morti e del papa.
e poi si sa, le attrici di teatro sono tutte mignotte, e il trucco di scena visto da vicino è proprio brutto. sembra malta. no, dico davvero. tutti i trucchi di scena sono bruttissimi visti da vicino.
e tu non ci andare, allora, a guardare da ivcino, sennò non ti lamentare dopo, coglione.
insomma, sappiti regolare. sennò mettevamo tutti insieme, no? che bisogno c'era di separare il palco degli umani? c'era il bisogno, e adesso lo sai anche tu. e sugli sperimentalismi non vale neanche la pena di aprire un capitolo a parte, che qui non si parla di storia del teatro, ma della cazzissimo di abitudine della gente di voler vedere sempre da vicino.
ma perchè? che cosa te e frega di vedere "da vicino"? la verità è che vuoi scoprire la magagna, perchè la gente è come la vita. deve svelare sempre la puzza.
prima costruisce tombe bellissime, e ci mette i fiori, e poi però se vede un becchino si tocca.
(mi piace sorridere e aspettare in modo indefinito qualcosa, e ciascuno sa cosa è il qualcosa che lo riguarda, nessuno escluso. percui si, sto ammiccando, e si, sorrido. e si, ho una paura maledetta ogni volta che succede, come ho paura ogni volta che non succede.)
e adesso che mi sento così, sabbiosa, e rabbiosa, e ruvida come la sabbia e asciutta come la sabbia, come la pelle che non regge il trucco quando è troppo secca, come le mani che sono brutte quando sono asciutte, come la terra, come tutto quello che quando gli manca l'acqua soffre e si indurisce e muore lentamente, adesso che sono così, e lo sono da un po', adesso neanche il mio buen retiro andrebbe bene, neanche tutto il mare del mondo.
water water everywhere , nor any drop to drink.
perciò forse è meglio che io stia lontana ancora per un po' da ciò che amo, perchè per adesso sono troppo incollata alla vita, e ne morirebbe.
e a proposito, non prendiamoci per il culo. non c'è niente da festeggiare il 17 marzo. ci hanno preso per il culo, a noi tutti e pure a quel poverocristo di garibaldi, che sono andati a sconcicarlo in argentina promettendogli la rivoluzione e lui c'è cascato come un cretino, poverello.
a qualcuno raccontavo che avrei voluto una casa sul mare, che avrei cambiato casa per una vista sul mare. ma a roma il mare non c'è, e andava bene anche un lago allora.
poi ho scoperto che in quel lago ci ammazzavano la gente, e ci gettavano le ceneri di quelli che ammazzavano altrove, verso campo de' fiori.
ma non è mica per quello che non sono andata a vivere lì.
comunque, non ci sono andata. non ho la vista sul lago, sul mare, su niente, c'è solo una nebbia fetente la mattina in inverno per l'umidità e in estate perchè questo è un porco mondo.
mi piace pensare al mio buen retiro, e se questo non è un segnale di vecchiaia imminente allora non so cosa possa esserlo. comunque, i miei fratelli lo sanno, nella casa al mare ci andrò a invecchiare io. quindi tecnicamente potrei andarci già da oggi.
il punto è che anche ad abbassare le aspettative le delusioni sono sempre quelle, perchè non si sa come, ma la delusione supera di gran lunga le aspettative, sempre, e non c'è una costante che ne determini che so, la proporzione. cioè, non è che sei un uomo normale e le cose cambiano quando ti chiami gulliver e vai dai giganti e dai lillipuziani. sei un gigante che al massimo si trova fra umani e lillipuziani, ma sempre gigante resta.
e mi fermo a pensare alle cose che mi fanno sorridere, finchè rimangono pensate, almeno. perchè poi mi prende questa ansia, un vuoto d'aria allo stomaco, e una paura tremenda che le cose accadano. o non accadano.
la bellezza non è fatta per la vita. la vita invecchia, marcisce, puzza, distrugge. scopre inesorabilmente tutto. la bellezza è del teatro, del sogno. è l'adolescenza, è quello che avresti potuto, e però.
e meno male. perchè senza il però ci sarebbero state un sacco di cose che non vuoi sapere, quindi meno male che però.
non sarebbe sopravvissuta alla vita neanche la mia casa sul lago, e non per colpa dei morti e del papa.
e poi si sa, le attrici di teatro sono tutte mignotte, e il trucco di scena visto da vicino è proprio brutto. sembra malta. no, dico davvero. tutti i trucchi di scena sono bruttissimi visti da vicino.
e tu non ci andare, allora, a guardare da ivcino, sennò non ti lamentare dopo, coglione.
insomma, sappiti regolare. sennò mettevamo tutti insieme, no? che bisogno c'era di separare il palco degli umani? c'era il bisogno, e adesso lo sai anche tu. e sugli sperimentalismi non vale neanche la pena di aprire un capitolo a parte, che qui non si parla di storia del teatro, ma della cazzissimo di abitudine della gente di voler vedere sempre da vicino.
ma perchè? che cosa te e frega di vedere "da vicino"? la verità è che vuoi scoprire la magagna, perchè la gente è come la vita. deve svelare sempre la puzza.
prima costruisce tombe bellissime, e ci mette i fiori, e poi però se vede un becchino si tocca.
(mi piace sorridere e aspettare in modo indefinito qualcosa, e ciascuno sa cosa è il qualcosa che lo riguarda, nessuno escluso. percui si, sto ammiccando, e si, sorrido. e si, ho una paura maledetta ogni volta che succede, come ho paura ogni volta che non succede.)
e adesso che mi sento così, sabbiosa, e rabbiosa, e ruvida come la sabbia e asciutta come la sabbia, come la pelle che non regge il trucco quando è troppo secca, come le mani che sono brutte quando sono asciutte, come la terra, come tutto quello che quando gli manca l'acqua soffre e si indurisce e muore lentamente, adesso che sono così, e lo sono da un po', adesso neanche il mio buen retiro andrebbe bene, neanche tutto il mare del mondo.
water water everywhere , nor any drop to drink.
perciò forse è meglio che io stia lontana ancora per un po' da ciò che amo, perchè per adesso sono troppo incollata alla vita, e ne morirebbe.
e a proposito, non prendiamoci per il culo. non c'è niente da festeggiare il 17 marzo. ci hanno preso per il culo, a noi tutti e pure a quel poverocristo di garibaldi, che sono andati a sconcicarlo in argentina promettendogli la rivoluzione e lui c'è cascato come un cretino, poverello.
giovedì 20 gennaio 2011
perchè l'astrologia è una scienza esatta
poi dici che non è vero. intanto quel maledetto cialtrone di rob breszny, o come si chiama questo emigrante di ultima generazione del cazzo, ci prende sempre.
allora. si, mi sento come stessi cercando di nuotare con indosso un cappotto di lana pesante. direi che rende l'idea.
infatti.
poi dici che le cose non funzionao perchè ti incazzi, e siccome siamo tutti un grosso, stramaledetto campo magnetico, influiamo negativamente sulle cose con le nostre energie negative.
ecco, io direi che non è che le cose vanno male perchè mi incazzo, ma piuttosto che mi incazzo perchè le cose vanno a puttane.
tipo quando sbatti il mignolino del piede contro gli angoli. non ti sei mica incazzato prima di sbatterlo, no, ma dopo si, eccome.
ecco. la vita è questo. un cassettone in penombra. e tu sei sempre il solito coglione scalzo al buio.
allora. si, mi sento come stessi cercando di nuotare con indosso un cappotto di lana pesante. direi che rende l'idea.
infatti.
poi dici che le cose non funzionao perchè ti incazzi, e siccome siamo tutti un grosso, stramaledetto campo magnetico, influiamo negativamente sulle cose con le nostre energie negative.
ecco, io direi che non è che le cose vanno male perchè mi incazzo, ma piuttosto che mi incazzo perchè le cose vanno a puttane.
tipo quando sbatti il mignolino del piede contro gli angoli. non ti sei mica incazzato prima di sbatterlo, no, ma dopo si, eccome.
ecco. la vita è questo. un cassettone in penombra. e tu sei sempre il solito coglione scalzo al buio.
sabato 15 gennaio 2011
lo spleen dei trentenni è imbarazzante. si invecchia, e non si cresce.
le mura di questa casa sono troppo sottili, mura di carta che si sfanno appena piove un po'.
siamo tutti così tristi, così spaventati, chiudiamo le finestre, le porte, tiriamo giù le serrande, ma le stanze non hano più pareti, e non proteggono niente, come corpi senza pelle, ecco come stanno le cose. i topi là fuori rosicchiano tutto, rosicchieranno anche le pareti, queste inutili, ridicole pareti. inutili e ridicole. questa casa che non è una casa, e le fregature, e la solitudine, e il senso di sconfitta che sta lì, seduto nella poltrona che non ho, se la sarà portata da casa sua, credo, seduto comodo a fumare, le gambe accavalate e un sorrisetto pietoso in viso.
lo so che ci hai provato. lo so. so che continui a provarci. e so anche che non ne puoi più. lo so.
e lo sai anche tu, cara mia.
e lo sai anche tu che i tpoi rosisschano tutto, con i loro dentini piccini e infami, e che queste tue belle pareti hano la muffa non appena finisci di piantarci un quadro sopra. e se la muffa è già emersa, immagina come saranno dentro.
lo sai, cara mia, lo sai che tanto hai già perso in partenza. perchè nella migliore delle ipotesi avrai pagato un prezzo stupidamente alto per una festa in cui, come sempre, farai tappezzeria.
il peso soffocante delle cose che ti si chiudono intorno, e levano tutta l'aria che c'è, e si fa pesante, pesantissima. con l'agoscia di quando avevi cinque anni e tutto sembrava così difficile.
solo che poi scopri che avevi ragione, tutto è così così difficile.
e chi ti promette qualcosa lo fa solo per averti in pugno, perchè alla fine tu il tuo lo farai, e il resto mancia.
e io mi sento così sola. attaccata al telefono con mamma a sforzarmi di non piangere, e alla fine, uno, due, tre, e cedo, e la mia mamma che mi sente e non sa che fare.
ho quasi trent'anni, sono alta un metro e settantaquattro e sembrerei una figura imponente, ma mi sento piccola piccola, e miserabile, e sola, e fatta di carta e ossa d'uccelli, e mia vergogno così tanto di essere solo questo, carta e ossa d'uccelli e un'impalcatura grossa e goffa, neanche la giustificazione di un corpicino leggero leggero, che il vento se lo porta via se non lo tieni stretto fra le braccia. troppa carne e troppa poca pelle per tenermi insieme, e un guscio piccolo piccolo e nero e lucido e così striminziato e perso qui dentro da qualche parte e contenere tutto il mio inutile piccolo mondo.
e io non so a chi raccontarla questa storia, non so a chi raccontarla. è sempre la stessa, e dopo un po' stufa. e pensare che una volta ero anche una persona simpatica.
siamo tutti così spaventati e tristi. e soli.
ieri è venuto mio papà, e meno male.
alla fine, tutto questo portebbe almeno avere un senso, perchè a quasi trent'anni finalmente mio papà mi dice che non è vero quello che penso, ed è già tanto. e forse tutto questo serviva a farmi ingoiare l'orgoglio, anche se dopo aver mangiato quello superfluo ho dovuto continuare, e masticarmi la faccia da sola, buttare giù l'amarezza di non essere niente di niente. e sinceramente, questa sotria che è importante saper accettare aiuto dagli altri, mi sembra una grandissima cazzata. bella lezione, già. che culo. adesso che so che posso condividere la mia colpa con la natura delle cose mi sento proprio sollevata, già.
e dire che una volta ero anche una persona simpatica.
non è successo niente di grave, solo che piano piano affondo, e non so da dove cominciare ad uscirne, ci sono tanti di queli lacci che mi sento un uccellino in gabbia. un inerme, enorme, stupido, goffo uccellino in gabbia, e non so neanche cantare.
pensavo ad un documentario sull'unità d'italia avisto dagli occhi dei siciliani. ma questa è una cosa che può capire solo un isolano, e neanche tutti, credo. perchè è così che vanno le cose. la verità è che la scelta non è una scelta: cosa preferisci? i borboni? i savoia? la destra? la non sinistra?
beh grazie, ma io preferirei il vulcano, se possibile, un bel salto e vaffanculo, venitemi a prendere, adesso.
scusa mamma, scusa scusa scusa se non ce la faccio così, scusami. non è colpa tua. è solo che a volte è troppo stupido e troppo difficile, è che forse mi manca il mare, mi manca il fuoco, forse è che non tutti siamo fatti per sopravvivere, e ancoa in meno siamo fatti per vincere, e figurati quanto possono essere quelli che non se la prendono troppo se perdono, o se non giocano, perchè non è scritto da nessuna parte che bisogna pe forza portare il punto a casa, ma è come se lo fosse, è una grossa lettera scritta sul petto, e tutta rossa, e pesa, incastonata nello sterno, e piano piano i filamenti di cui è fatta la cucitura enrano nella carne, e si annidano nei plmoni, e allora, mamma, è così difficile respirare. pesa, e sibila, e fa freddo. e io non so da dove cominciare, perchè forse non vale nemmeno la pena raccontarlo, forse è solo che i quindici anni me li porto dietro anche a distanza di tempo e mi sembra tutto difficile quando magari è ridicolo, il che è anche peggio, non so.
la verità è che vorrei un scusa, ma una scusa grossa, un meteorite, una malattia, non so, una cosa così, quelle che sanno di volontà divina e che giustificano tutto, e qualunque cosa diventa una scelta obbligata, non un patteggiamento con la vita e la sconfitta. vorrei una scusa grossa così, che bastasse a riempire questo buco grosso così che ho nel petto e che non so come coprire, che esce fuori ogni tanto e mi sopraffà. e mamma e papà sono lontani, e la verità è che non so dove andare a sbattere la testa, perchè non c'è neanche da farsi male, qui crolla tutto per molto meno.
s'invecchia, e non si cresce.
siamo tutti così tristi, così spaventati, chiudiamo le finestre, le porte, tiriamo giù le serrande, ma le stanze non hano più pareti, e non proteggono niente, come corpi senza pelle, ecco come stanno le cose. i topi là fuori rosicchiano tutto, rosicchieranno anche le pareti, queste inutili, ridicole pareti. inutili e ridicole. questa casa che non è una casa, e le fregature, e la solitudine, e il senso di sconfitta che sta lì, seduto nella poltrona che non ho, se la sarà portata da casa sua, credo, seduto comodo a fumare, le gambe accavalate e un sorrisetto pietoso in viso.
lo so che ci hai provato. lo so. so che continui a provarci. e so anche che non ne puoi più. lo so.
e lo sai anche tu, cara mia.
e lo sai anche tu che i tpoi rosisschano tutto, con i loro dentini piccini e infami, e che queste tue belle pareti hano la muffa non appena finisci di piantarci un quadro sopra. e se la muffa è già emersa, immagina come saranno dentro.
lo sai, cara mia, lo sai che tanto hai già perso in partenza. perchè nella migliore delle ipotesi avrai pagato un prezzo stupidamente alto per una festa in cui, come sempre, farai tappezzeria.
il peso soffocante delle cose che ti si chiudono intorno, e levano tutta l'aria che c'è, e si fa pesante, pesantissima. con l'agoscia di quando avevi cinque anni e tutto sembrava così difficile.
solo che poi scopri che avevi ragione, tutto è così così difficile.
e chi ti promette qualcosa lo fa solo per averti in pugno, perchè alla fine tu il tuo lo farai, e il resto mancia.
e io mi sento così sola. attaccata al telefono con mamma a sforzarmi di non piangere, e alla fine, uno, due, tre, e cedo, e la mia mamma che mi sente e non sa che fare.
ho quasi trent'anni, sono alta un metro e settantaquattro e sembrerei una figura imponente, ma mi sento piccola piccola, e miserabile, e sola, e fatta di carta e ossa d'uccelli, e mia vergogno così tanto di essere solo questo, carta e ossa d'uccelli e un'impalcatura grossa e goffa, neanche la giustificazione di un corpicino leggero leggero, che il vento se lo porta via se non lo tieni stretto fra le braccia. troppa carne e troppa poca pelle per tenermi insieme, e un guscio piccolo piccolo e nero e lucido e così striminziato e perso qui dentro da qualche parte e contenere tutto il mio inutile piccolo mondo.
e io non so a chi raccontarla questa storia, non so a chi raccontarla. è sempre la stessa, e dopo un po' stufa. e pensare che una volta ero anche una persona simpatica.
siamo tutti così spaventati e tristi. e soli.
ieri è venuto mio papà, e meno male.
alla fine, tutto questo portebbe almeno avere un senso, perchè a quasi trent'anni finalmente mio papà mi dice che non è vero quello che penso, ed è già tanto. e forse tutto questo serviva a farmi ingoiare l'orgoglio, anche se dopo aver mangiato quello superfluo ho dovuto continuare, e masticarmi la faccia da sola, buttare giù l'amarezza di non essere niente di niente. e sinceramente, questa sotria che è importante saper accettare aiuto dagli altri, mi sembra una grandissima cazzata. bella lezione, già. che culo. adesso che so che posso condividere la mia colpa con la natura delle cose mi sento proprio sollevata, già.
e dire che una volta ero anche una persona simpatica.
non è successo niente di grave, solo che piano piano affondo, e non so da dove cominciare ad uscirne, ci sono tanti di queli lacci che mi sento un uccellino in gabbia. un inerme, enorme, stupido, goffo uccellino in gabbia, e non so neanche cantare.
pensavo ad un documentario sull'unità d'italia avisto dagli occhi dei siciliani. ma questa è una cosa che può capire solo un isolano, e neanche tutti, credo. perchè è così che vanno le cose. la verità è che la scelta non è una scelta: cosa preferisci? i borboni? i savoia? la destra? la non sinistra?
beh grazie, ma io preferirei il vulcano, se possibile, un bel salto e vaffanculo, venitemi a prendere, adesso.
scusa mamma, scusa scusa scusa se non ce la faccio così, scusami. non è colpa tua. è solo che a volte è troppo stupido e troppo difficile, è che forse mi manca il mare, mi manca il fuoco, forse è che non tutti siamo fatti per sopravvivere, e ancoa in meno siamo fatti per vincere, e figurati quanto possono essere quelli che non se la prendono troppo se perdono, o se non giocano, perchè non è scritto da nessuna parte che bisogna pe forza portare il punto a casa, ma è come se lo fosse, è una grossa lettera scritta sul petto, e tutta rossa, e pesa, incastonata nello sterno, e piano piano i filamenti di cui è fatta la cucitura enrano nella carne, e si annidano nei plmoni, e allora, mamma, è così difficile respirare. pesa, e sibila, e fa freddo. e io non so da dove cominciare, perchè forse non vale nemmeno la pena raccontarlo, forse è solo che i quindici anni me li porto dietro anche a distanza di tempo e mi sembra tutto difficile quando magari è ridicolo, il che è anche peggio, non so.
la verità è che vorrei un scusa, ma una scusa grossa, un meteorite, una malattia, non so, una cosa così, quelle che sanno di volontà divina e che giustificano tutto, e qualunque cosa diventa una scelta obbligata, non un patteggiamento con la vita e la sconfitta. vorrei una scusa grossa così, che bastasse a riempire questo buco grosso così che ho nel petto e che non so come coprire, che esce fuori ogni tanto e mi sopraffà. e mamma e papà sono lontani, e la verità è che non so dove andare a sbattere la testa, perchè non c'è neanche da farsi male, qui crolla tutto per molto meno.
s'invecchia, e non si cresce.
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