la mia pelle di legno. gli arti rigidi, senza giunture, per piegarsi devono essere spezzati, tante schegge che schizzano dappertutto, e polvere, e piccole punte a tre teste che si infilano sotto le unghie.
pelle di legno, ruvida, senza calore, senza nient'altro che legno.
pelle di legno, pelle di scimmia, pelle di spugna secca che non assorbe e non si dilata, inutile spunga pietrificata che non respira e non piange e non beve, spugna di legno.
e ho provato a piegarli e chiuderli al petto, e nascondervi dentro questa piccola cosa morbida e bianca, e proteggerla, ma è così morbida e bianca, e troppo morbida e bianca, un animale peloso e caldo, e io non riesco a incurvarmi e tenerla al caldo, legno secco che si spacca e sfilaccia. inutile pezzo di legno. l'ho inghiottita tutta intera, si tengono con quattro schegge queste articolazioni per finta, sarebbbero cadute e lei con loro. cade in pezzi tutto, prima o poi.
un soffio di vento, e la differenza fra le ceneri che proteggeresti con il tuo corpo si confondono con la polvere della strada, e la verità vera è che non le ritroverai mai. inutile credere il contrario. la cenere è tutta uguale, se la mischi. e il tuo corpo è scudo solo se è anche urna, finchè dura, ovviamente.
rigida e tesa, e fredda e distante da me. campana di legno. con questi arti e questa pelle non si danza, non si parla, non mi riesce. non c'è acqua che mi sazi e mi ammorbidisca, sono crepe nel grano le vene. quando ti rendi conto che sotto la pelle è tutto un mondo di canali in cui scorre il sangue, acqua e corposo sangue vivo- come un animale, un lungo serpente rosso che si muove sotto la pelle, liquido e vivo, come adesso sono asciutti i miei canali secchi e crepati, raggrinziti come corteccia sotto la pelle di legno e senza pieghe e giunture, misera mitazione di arti, due rami spezzati.
quando troverete la mia testa
(si spera che prima o poi qualcuno per caso ci inciamperà)
spiccata dal collo come le mele dai rami, per favore prendetela. se vi avanza tempo, ti do del tu, se ti avanza tempo, e scusa la confidenza, spolverala, per favore, se non è troppo disturbo, ravviami i capelli, non molto, non molto, giusto un po'
(saranno certamente arruffati e dentro la bocca, sul naso, come sempre, perchè chi è goffo da vivo è goffo anche come semplice ipotesi)
io sarò quella seduta su una sedia di legno.
potresti farmi un altro favore? vorrei un abito azzurro.
(voglio una gonna, voglio un abito carta da zucchero con una gonna lunga e ampia, sta bene con il rosso dei capelli)
mettimi un abito azzurro, e poi fai un altro gesto gentile. prendi le mie mani e mettimele in grembo, incrociate con un minimo di garbo
(si, proprio come tua nonna in quella foto, niente di originale, niente di troppo difficle, ne avrai viste a migliaia di foto così)
e poi poggiavi sopra la testa, mettimela in grembo come un cestino da ricamo. non chiudermi gli occhi. lascia che mi guardi, una volta tanto che sono in ordine lascia che mi guardi un po'. la mia testa in grembo come un animale domestico, un abito carta da zucchero, e la compostezza che mi manca.
lunedì 8 marzo 2010
giovedì 4 marzo 2010
panem et circenses
alla fine, è venuto il silenzio. non quello che desideravo, ma è pur vero che non si può avere tutto. soprattutto quando non si hanno le coordinate. nemmeno la rotta, in verità.
imporsela, come quotidiano atto di volontà, si.
imporsela alla cieca, talvolta. spesso.
perchè da qualche parte bisogna pur andare.
tutti questi giorni ai piedi del cielo per non finire all'inferno.
(qualcuno dixit)
non che serva poi a molto.
perch le pareti sono calde e gelide, neanche le avesse progettate l'inquisizione in persona. perchè c'è gelo e fiamme tutto intorno, e la strada è appuntita. appuntita. non è un aggettivo appropriato, forse, ma rende, io la vedo così. appuntita. il suono di certe parole rende l'immagine in modo piuttosto fedele, per improprio che sia il significato.
e in questo inutile percorso, che come molte cose inutili ha i tratti delle cose inevitabili, non ci sono tasche per custodire la parte migliore di me. si strappano, si consumano, e il rischio che cada per strada è alto. è così facile. cadere da un buco, cadere da una tasca. infrangersi al suolo. venire calpestata. perderla in mezzo a tutto questo casino.
l'ho dovuta seppellire. dentro la mia testa, sotto la pelle, in un luogo in cui neanche io posso vederla. come se non esistesse, perchè solo dimenticandola per un po' posso proteggerla. da me, dal mondo, da tutto. dal freddo e dal fuoco. dal vento e dal silenzio.
non sono capace di scaldarla, adesso. e le mie mani sono così brutte, così brutte. non si piegano le dita per chiuderle a coppa e raccoglierla.
l'ho seppellita e lasciata lì, da qualche parte, e se riesco a dimenticare dove l'ho messa sarà un posto così anonimo che nessuno avrà voglia di violarlo per prendersela. sta lì, zitta zitta, come la funambola sepolta sotto la neve. morta e perfetta, in attesa che la primavera sciolga i ghiacciai.
sta lì e anche se mi strugge non averla so che sta lì.
sta lì, inutile come tutta la poesia del mondo è inutile. come la bellezza che solo la morte preserva.
e forse la morte apparnte è morte piena, ma non sono in grado di proteggerla.
non sono in grado.
sta lì, e dorme. spero che dorma. spero che non senta, non veda, come si spera che non veda e non senta e non soffra una persona cara che dorme. come si spera sia ignara di quello che frattanto le gira intorno.
come il giovane che dormiva e non vide la morte passargli accanto, e quando si svegliò era già andata via, non l'aveva visto nè sentito, nè lui lei.
in un libro per il resto orribile ho trovato una cosa bella. spacciata per una preghiera dei papi, che non so nemmeno cosa sia. e non so nemmeno se sia quello che dice di essere, ma è bella, e per adesso tanto mi basta. è più di quanto mi aspettassi, e va bene così.
(...)
Ahimè, purtroppo l'ultimo giorno si avvicina.
Scaccia i demoni nei precipizi dell'inferno,
E dimora vicina, cara Madre,
Al tuo figlio vecchio e traviato.
Con mano gentile chiudi le stanche palpebre
E consegna nelle mani di Dio
L'anima di colui che sta tornando a Lui.
(...)
imporsela, come quotidiano atto di volontà, si.
imporsela alla cieca, talvolta. spesso.
perchè da qualche parte bisogna pur andare.
tutti questi giorni ai piedi del cielo per non finire all'inferno.
(qualcuno dixit)
non che serva poi a molto.
perch le pareti sono calde e gelide, neanche le avesse progettate l'inquisizione in persona. perchè c'è gelo e fiamme tutto intorno, e la strada è appuntita. appuntita. non è un aggettivo appropriato, forse, ma rende, io la vedo così. appuntita. il suono di certe parole rende l'immagine in modo piuttosto fedele, per improprio che sia il significato.
e in questo inutile percorso, che come molte cose inutili ha i tratti delle cose inevitabili, non ci sono tasche per custodire la parte migliore di me. si strappano, si consumano, e il rischio che cada per strada è alto. è così facile. cadere da un buco, cadere da una tasca. infrangersi al suolo. venire calpestata. perderla in mezzo a tutto questo casino.
l'ho dovuta seppellire. dentro la mia testa, sotto la pelle, in un luogo in cui neanche io posso vederla. come se non esistesse, perchè solo dimenticandola per un po' posso proteggerla. da me, dal mondo, da tutto. dal freddo e dal fuoco. dal vento e dal silenzio.
non sono capace di scaldarla, adesso. e le mie mani sono così brutte, così brutte. non si piegano le dita per chiuderle a coppa e raccoglierla.
l'ho seppellita e lasciata lì, da qualche parte, e se riesco a dimenticare dove l'ho messa sarà un posto così anonimo che nessuno avrà voglia di violarlo per prendersela. sta lì, zitta zitta, come la funambola sepolta sotto la neve. morta e perfetta, in attesa che la primavera sciolga i ghiacciai.
sta lì e anche se mi strugge non averla so che sta lì.
sta lì, inutile come tutta la poesia del mondo è inutile. come la bellezza che solo la morte preserva.
e forse la morte apparnte è morte piena, ma non sono in grado di proteggerla.
non sono in grado.
sta lì, e dorme. spero che dorma. spero che non senta, non veda, come si spera che non veda e non senta e non soffra una persona cara che dorme. come si spera sia ignara di quello che frattanto le gira intorno.
come il giovane che dormiva e non vide la morte passargli accanto, e quando si svegliò era già andata via, non l'aveva visto nè sentito, nè lui lei.
in un libro per il resto orribile ho trovato una cosa bella. spacciata per una preghiera dei papi, che non so nemmeno cosa sia. e non so nemmeno se sia quello che dice di essere, ma è bella, e per adesso tanto mi basta. è più di quanto mi aspettassi, e va bene così.
(...)
Ahimè, purtroppo l'ultimo giorno si avvicina.
Scaccia i demoni nei precipizi dell'inferno,
E dimora vicina, cara Madre,
Al tuo figlio vecchio e traviato.
Con mano gentile chiudi le stanche palpebre
E consegna nelle mani di Dio
L'anima di colui che sta tornando a Lui.
(...)
mercoledì 3 marzo 2010
come le macine su ofelia
forse, se resto immobile, farà meno male quando arriverà addosso. questo uso improprio del futuro. se resto ferma e immobile, se riduco i respiri, piano piano, poco profondi, se mi concentro per non respirare quasi, e non muovere gli occhi, e pregare che il cuore cessi quasi di battere, il sangue di scorrere, forse farà meno male. offrire il minor numero possibile di protuberanze, schiacciarmi e appiattirmi, come se Ofelia si potesse sciogliere e diventare solo una chiazza di colore nell'acqua.
come cercare un posto morbido su cui stendermi, un accogliente sabbia mobile che gentilmente mi attiri a sé, un rifugio su cui dormire finché non passi questo lento incedere che non si solleva un millimetro da terra e striscia strappa e porta via con sé tutto quello che forma una faccia, come una grattugia suun frutto morbido e maturo, come le piramidi sopra gli schiavi addormentati, come una macina lenta e pesante sul grano tenero. passerà, e vorrei crederci adesso.
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