un cucchiaio. e un cucchiaio quello che mi è rimasto dentro. piccolo, lucido, speciale, ma pur sempre un volgare cucchiaio. i cucchiai sono strani oggetti. servono a nutrirsi, a portare le cose da fuori a dentro, mi spiego? dal mondo alla bocca, e poi giù, dentro lo stomaco.
ma anche se devi svuotare un frutto un cucchiaio. scavano bene, i cucchiai. non lasciano ferite. sono rotondi come un artiglio, solo più raffinati.
e a me è rimasto dentro, così dentro che non si è neanche incastrato da qualche parte. si è accomodato dentro, al posto di quello che ha tolto.
se mi muovo, e ci si muove sempre, lui stacca dei pezzetti. come accarezzare la mousse con un tocco leggero. qualcosa viene via sempre. poco, pochissimo, ci vorrebbero tremila anni per finirla, ma qualcosa viene comunque via.
è così che mi sento. è lì. a ogni lieve battito del cuore, il sangue pulsa, e la carne si muove, poco ma si muove. e lui scava. fra un movimento e l'altro, quando tutto riposa, e anche lui riposa, io lo sento che si poggia, comodo, sento la curva fredda e rassicurante dentro di me, nel mio stomaco, nel mio stomaco lo sento, nel mio stomaco.
ho sempre voglia di piangere. il cucchiaio continua a portarsi via pezzetti di me. pezzetti così lievi che io non so spiegare questo senso di vuoto che cresce, lento, poco alla volta, pochissimo, ma cresce. io lo sento che il buco si allarga, che lo spazio vuoto cresce, e si avvicina alla buccia, alla pelle. ogni tanto lo sento, lo vedo pulire per bene la pelle da dentro, lo vedo DA FUORI, come quando infili la mano nei collant per vedere se ci sono smagliature. le vedi bene le mani, vero? ne vedi la sagoma che si muove sotto la trama. e io lo vedo, lo sento. non fa male, è un solletico, come quando ti carezzi con la lingua le gengive dopo che ti hanno estratto un molare.
ho voglia di piangere, ma un pozzo vuoto quello che sono. e mi rimbomba dentro, quando il cucchiaio raschia. e raschia sempre.
mercoledì 30 maggio 2012
sabato 26 maggio 2012
io lo so com'è quando senti i crampi al cuore.
io lo so com'è quando senti i crampi al cuore
(no, no non è noemlodia, è una sensazione fisica, fra il dleiquio e l'infarto. fa anche un po' paura, come la fanno gli orgasmi. come doveva avere paura santa teresa quando ero in prossimità dell'estasi)
(no, no non è noemlodia, è una sensazione fisica, fra il dleiquio e l'infarto. fa anche un po' paura, come la fanno gli orgasmi. come doveva avere paura santa teresa quando ero in prossimità dell'estasi)
la bestia, i denti e la corsa.
i denti ridono, masticano, mordono, masticano masticano, masticano. si masticano. i denti ridono gialli grossi e regolari, regolari squadrati. macchiati di rossetto che non tiene il grasso del cibo che ingollano le bocche, le bocche piene di cibo, di carne masticata per ore, all'infinito, carne che a forza di masticarla è paglia secca, senza più succo, pezzetti di paglia fra denti che scandalosi continuano a ridere sporchi. il naturismo non è un valore, non voglio vedere i peli sulle tue gambe, la tua assenza di vergogna per la tua bruttezza mi offende, mi fa schifo.
la natura non è bella, la natura è informe, è lo stadio iniziale dal quale cerchiamo di affrancarci ma che alla fine ci mastica, perché si muore, e dopo morta non puoi affrancarti dalla natura. sei morta, sei in balìa degli eventi.
continuiamo a scambiare per simpatiche cose che simpatiche non sono. la lingua italiana, perdio, ha tanti aggettivi, usiamoli con coscienza.
un cretino non è simpatico, è un cretino. ti fa ridere, ma non vuol dire che sia simpatico. anche una scimmia allo zoo che si fa le pippe ti fa ridere, ma non è simpatica. è una scimmia che si fa le pippe.
una stronza non è simpatica, è una stronza che sta massacrando creativamente uno che magari è cretino e se lo merita, ma non è simpatica, tecnicamente.
io non sono simpatica, io sono isterica, io mi contorco quando parlo perché mi fanno male le gambe per quanta tensione c'è in quello che ho da dire e in quello che non riesco a dire, mi tira e mi spinge da tutte le parti e io mi contorco, faccio le smorfie, ho movimenti scattosi perché, cristo, io sono isterica e incazzata nera e una sola bocca e due sole mani e una sola faccia non bastano a dire tutto insieme quello che mi riempie fino alla punta dei piedi, e non c'è un cazzo di niente da ridere, io non sono simpatica e certamente non è per far ridere che mi storco tutta.
cristo.
cristo.
cristoddio.
ho bisogno di fare cose.
quando l'animale si sveglia, e prima o poi si sveglia sempre, rumina, mi rumina dentro, mi rumina le viscere. e inizia il dialogo segreto, come quello delle madri in attesa con il feto. solo che io chiacchiero con la bestia. e per un po' la ammansisco, chè la vita è bella il sole alto e io sono tanto, tanto ironica, e lei si rannicchia borbottando. ma poi, siccome lo sa che anche io per crederci faccio uno sforzo tutti i giorni, che la sopravvivenza è solo una disciplina, e va applicata con fermezza, altrimenti sono cazzi, siccome lei lo sa, prima o poi mi guarda mentre le dico che la vita è bella e il sole alto, mi guarda e non dice niente.
mi guarda e sta zitta.
fino a quando mi finiscono le parole, e poi restiamo solo io e lei in un mare di neve e silenzio.
e poi devo fare qualcosa, subito.
chiede un tributo di sangue. chiede dolore sangue e attenzione, perché non basta il mio sangue, deve essere confezionato con attenzione. dev'essere ferita, ustione, morso alle guance finché la bocca riconosca il sapore del ferro. e però.
il punto è che è un tributo usuraio, quello che chiede. l'interesse è altissimo, lo sappiamo, lo so io e lo sai, certo che lo sai anche tu. tu sai che al tributo segue l'umiliazione del sacrificato. doppio tributo, doppia sconfitta, sono tua due volte per sempre in più.
posso non farlo, e farle mangiare le mie viscere finché non accada qualcosa, finché morte non ci separi, finché a forza di ricordarmi che è passato troppo tempo ed è troppo tardi per cominciare, cominciare, si, cominciare, non ricominciare, proprio cominciare, che fallita, a forza di ricordarmelo non faccia due passi in pi lungo i binari di qualcosa di più grosso più forte e più veloce di me.
ho scoperto che se corro un po' funziona. terapia della corsa, non della fuga. io non fuggo da lei, non vado da nessuna parte.
è un bisogno autistico di calcolare tempo, distanza, calorie bruciate.
odio correre al parco. io non corro per salutismo, io corro perché a qualcosa devo aggrapparmi. non mi serve compagnia, non mi servono gli uccellini. mi servono un cronometro, un display, tempodistanzacalorie. mi servono certezze, numeri.
si vince su tutti i fronti: sopisco la bestia, non le offro tributi di sorta e non mi sento una merda. e in più, abbiamo fatto un passo avanti sulla via del culo sodo, che non è male. anzi, forse piano piano guadagnerà il primo posto nella classifica delle cose ottenute. il punto è che devo sapere cosa sto facendo, in ogni momento. devo saper quanto manca, e per saperlo devo avere un obiettivo e qualcuno, meglio qualcosa, che me lo dica con onestà.
devo sfinirmi, perché lei è me, e se io sono stanca si stanza anche lei, e va a dormire, ancora un po'. ancora una volta.
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