venerdì 14 dicembre 2012

La cura/2


Ti mangerò il cuore,
ché non faccia più male,
ché tu non senta più,
Ti strapperò gli occhi e,
sturando la memoria,
i ricordi usciranno come puledri assetati
scapperanno da te come tu non fuggi da loro.

E disegnerò un cerchio sotto ai tuoi piedi,
e lì, cieco, ti lascerò correre
finché saranno abbastanza lontani
da non sentirne più l’odore,
finché non saprai cosa ti ingrossa il fiato,
e siederai a riposare,
e non sentirai più,
non saprai più.

E ti strapperò  i capelli, e i denti e la lingua,
non avrai memoria di carezze e di rabbia
 e nessun nome da saper pronunciare.
Diseducato, il muscolo morbido attenderà parole nuove,
suoni incoscienti,
ché un nome o uno zampillo, un fischio, un’esplosione
siano solo suoni.

Ti strapperò le unghie per tutte le volte
che le hai conficcate nel palmo
e ti coprirò le dita di stracci colorati
per farti giocare.

Conserverò io la tua pena.
Conserverò io ciò che è andato perduto.
Perduto te, e perduta me,
conserverò il mio peccato
curerò le tua piaghe,
riempirò stanze e giardini di fili colorati e fontane
e non avrai più dolore, e accoglierò la mia colpa.

giovedì 12 luglio 2012

come i cavalli in guerra.

mi sono quasi stancata di dirmi da sola te l'avevo detto. lo sapevo, lo sapevo, cristoddio, lo sapevo. forse è vero che le cose a pensarle forte forte poi succedono.
mi sono fatta il tragitto dalla metro alla corte dei miracoli a piedi, per smorzare l'ansia, me lo sono fatto piangiucchiando e parlando da sola, ripercorrendo a memoria quello che non era ancora successo, esattamente così come è successo, poi, pochi minuti dopo.

succede che poi, ad un certo punto, ci si spezza. così. senza fare rumore.

che devo fare adesso? non ho nessuna scelta, perché quando la domanda è sbagliata la risposta non può esistere. come puoi chiedermelo, ancora e ancora e ancora, e neanche metterci un filo di comprensione a crudo, chiedere e basta, chiedere per sapere, maledizione a me che non ho più bestemmie che rendano l'idea, chiedere per sapere, così, a titolo informatico.

non lo so qual è la soluzione al problema, non lo so e a dirla tutta non sta a me trovarla. io ti ho accompagnato, curato, sostenuto dal primo giorno ad oggi, sempre, sempre, sempre, e più di quello non devo fare, non posso fare, non so fare. il tuo problema è diventato il mio, ma a quanto pare non è nostro. è anche mio, che è ben diverso. e tu, ovviamente, come ogni volta che mi ricordo di non essere tua madre, una madre perfetta e amorevole e comprensiva e sì amore, certo amore, come dici tu amore è sempre giusto, figurati amore, che ti preoccupi per me? la mamma ti ama qualunque cosa tu faccia. tu, ovviamente, te ne sei andato. come ogni volta. non solo si farà come vuoi tu, perchè certe domande hanno in sè la risposta, e per quello è vile farle, ma si farà senza che io abbia un filo di spazio di comprensione.
è questo quello che mi fa più male. non solo c'è tutto quello che c'è, ma ti inalberi pure.

mi sento come i bambini mollati da qualche parte dalle decisioni dei grandi. mi sento come e io?
e tu, sticazzi.

tutta la tua tanto decantata sensibilità dov'è, adesso? certo, se non facciamo così allora poi succederà che cosà, ed è sempre tutto più grande, più importante, più eccetera del mio miserabile piccolo cuore. già.
è diventata una comoda scusa il tuo dolore, una comoda scusa per camminare speditamente sugli inconvenienti di percorso, tipo me. perchè è così che mi fai sentire.

mi resta da scegliere se indossare il mio vestito migliore e partecipare alla competizione sbagliata, che più ti fai bella più lei si sentirà importante  -guardala, guarda come s'è conciata, si vede che si sente minacciata, porella- oppure fare finta di niente e sbandierare quell'avatar di normalità che si chiama sciatteria, e perdere in partenza la competizione sbagliata.

succede che ad un certo punto si spezza, e lo sai com'è? quando si spezza, non c'è mai nessuno a tenere i due capi del filo, e restano a penzolare miseramente nel fango, come le viscere dei cavalli in guerra.

mercoledì 11 luglio 2012

neanche un dio da bestemmiare.

Hai detto che sarebbe cambiato tutto, dopo. Che si creano legami senza spazio nè tempo, che anche a distanza è come essere qui.

Io lo devo ammettere, non ci credevo, non ci ho creduto, non ci ho mai creduto. Anche quando mi capitavano delle cose, io in fondo in fondo non ci credevo mai del tutto. Il mio sconfinato senso del ridicolo mi ha sempre impedito di avere una fede reale, profonda, in qualsiasi cosa.
E tuttavia, me la sono rischiata. Sapevo che sarei scoppiata in lacrime al momento stesso in cui mi hai detto fai quello che ti senti di fare, se vuoi piangere piangi, se vuoi parlare parla. Non era difficile, io piango sempre. Il mio pianto è come il famoso liuto sospeso. Basta nominarlo e lui suona.

E quindi. Tuttavia ci voglio credere, un po' ci ho creduto, alla fine. C'è stato un breve momento in cui sugli occhi ho sentito una carezza lieve, fresca, pulita.

E io adesso te lo chiedo. Me lo puoi togliere questo dolore? Dimmi di si, o dimmi di no. Dimmi qualcosa. Io non ce la faccio più. Non c'è più spazio per tutto questo dolore, perchè quando chiudo gli occhi mi scappa da tutte le parti, mi soffoca, trasborda, deborda. Perchè a forza di dire che se potessi me lo prenderei io, il tuo dolore, succede che succede,e si accumula, e io lo sento, mi mangia, mi cresce dentro, si accoda agli altri dolori, e al mio. E tira, tira, tira da morire. E io mi sento così desolata. Desolata. C'è solo uno spazio bianco e asciutto e opaco, e io mi sento così sola e desolata in questo spazio morto, sto in piedi al centro e mi sbatte tutto in faccia, la sabbia, le api, il vento, i capelli, e io non riesco a singhiozzare perchè non ho più fiato, non ho più tempo. Desolata. In questo spazio vuoto non c'è neanche un dio da bestemmiare, non c'è niene di niente, e non riesco a singhiozzare, non riesco a. Arriva un momento in cui fa così male che non senti più. Ti sviene l'anima, collassa, si spegne. Lo puoi sentire, sai?è una sensazione fisica abbastanza netta, senti che la fodera interna di te va giù, di botto. Paf. E rimani solo tu, con tutta la tua carne, rimani solo tu, e sei nuda dentro, e senza voce, e senza mani, e senza nient'altro che un pianto che esce quando ti distrai un attimo, quando la disciplina che farebbe impazzire chiunque, quella disciplina ferrea che tutti i giorni, tutto il giorno, ti imponi per controllarti, quando quella disciplina per un attimo va giù, appena appena, quando va giù ti colano  i lacrimoni. A volte succede anche mentre sei pienamente concentrata sula tua disciplina. la sensazione principale è un grande stupore, ti senti presa in giro. è come se tu non fossi tu, come spiegarlo? è come se tu fossi un avatar che si sforza, si sforza, gneeeeeeeeeeeeeeeeeee, si sforza maledettamente, ma è solo un avatar, e non può altro che subire le azioni e reazioni del te reale, che chissà dov'è. come se tu non fossi tu, ma una te nel sogno, quella che non può fare niente, e a cui tu non puoi far niente per aiutarla. Non c'è scampo. è in questa terra di mezzo desolata senza dei che si svuota il mio pianto. Non so a chi darlo. Non c'è a chiedere conforto, o chi bestemmiare, o qualcuno a cui ribellarsi.

Mi stai sentendo?

mercoledì 30 maggio 2012

(h)umor vitreo

un cucchiaio. e un cucchiaio quello che mi è rimasto dentro. piccolo, lucido, speciale, ma pur sempre un volgare cucchiaio. i cucchiai sono strani oggetti. servono a nutrirsi, a portare le cose da fuori a dentro, mi spiego? dal mondo alla bocca, e poi giù, dentro lo stomaco.
ma anche se devi svuotare un frutto un cucchiaio. scavano bene, i cucchiai. non lasciano ferite. sono rotondi come un artiglio, solo più raffinati.
e a me è rimasto dentro, così dentro che non si è neanche incastrato da qualche parte. si è accomodato dentro, al posto di quello che ha tolto.
se mi muovo, e ci si muove sempre, lui stacca dei pezzetti. come accarezzare la mousse con un tocco leggero. qualcosa viene via sempre. poco, pochissimo, ci vorrebbero tremila anni per finirla, ma qualcosa viene comunque via.
è così che mi sento. è lì. a ogni lieve battito del cuore, il sangue pulsa, e la carne si muove, poco ma si muove. e lui scava. fra un movimento e l'altro, quando tutto riposa, e anche lui riposa, io lo sento che si poggia, comodo, sento la curva fredda e rassicurante dentro di me, nel mio stomaco, nel mio stomaco lo sento, nel mio stomaco.
ho sempre voglia di piangere. il cucchiaio continua a portarsi via pezzetti di me. pezzetti così lievi che io non so spiegare questo senso di vuoto che cresce, lento, poco alla volta, pochissimo, ma cresce. io lo sento che il buco si allarga, che lo spazio vuoto cresce, e si avvicina alla buccia, alla pelle. ogni tanto lo sento, lo vedo pulire per bene la pelle da dentro, lo vedo DA FUORI, come quando infili la mano nei collant per vedere se ci sono smagliature. le vedi bene le mani, vero? ne vedi la sagoma che si muove sotto la trama. e io lo vedo, lo sento. non fa male, è un solletico, come quando ti carezzi con la lingua le gengive dopo che ti hanno estratto un molare.
ho voglia di piangere, ma un pozzo vuoto quello che sono. e mi rimbomba dentro, quando il cucchiaio raschia. e raschia sempre.

sabato 26 maggio 2012

io lo so com'è quando senti i crampi al cuore.

io lo so com'è quando senti i crampi al cuore
(no, no non è noemlodia, è una sensazione fisica, fra il dleiquio e l'infarto. fa anche un po' paura, come la fanno gli orgasmi. come doveva avere paura santa teresa quando ero in prossimità dell'estasi)

la bestia, i denti e la corsa.

i denti ridono, masticano, mordono, masticano masticano, masticano. si masticano. i denti ridono gialli grossi e regolari, regolari squadrati. macchiati di rossetto che non tiene il grasso del cibo che ingollano le bocche, le bocche piene di cibo, di carne masticata per ore, all'infinito, carne che a forza di masticarla è paglia secca, senza più succo, pezzetti di paglia fra denti che scandalosi continuano a ridere sporchi. il naturismo non è un valore, non voglio vedere i peli sulle tue gambe, la tua assenza di vergogna per la tua bruttezza mi offende, mi fa schifo. 
la natura non è bella, la natura è informe, è lo stadio iniziale dal quale cerchiamo di affrancarci ma che alla fine ci mastica, perché si muore, e dopo morta non puoi affrancarti dalla natura. sei morta, sei in balìa degli eventi.

continuiamo a scambiare per simpatiche cose che simpatiche non sono. la lingua italiana, perdio, ha tanti aggettivi, usiamoli con coscienza.
un cretino non è simpatico, è un cretino. ti fa ridere, ma non vuol dire che sia simpatico. anche una scimmia allo zoo che si fa le pippe ti fa ridere, ma non è simpatica. è una scimmia che si fa le pippe.
una stronza non è simpatica, è una stronza che sta massacrando creativamente uno che magari è cretino e se lo merita, ma non è simpatica, tecnicamente.
io non sono simpatica, io sono isterica, io mi contorco quando parlo perché mi fanno male le gambe per quanta tensione c'è in quello che ho da dire e in quello che non riesco a dire, mi tira e mi spinge da tutte le parti e io mi contorco, faccio le smorfie, ho movimenti scattosi perché, cristo, io sono isterica e incazzata nera e una sola bocca e due sole mani e una sola faccia non bastano a dire tutto insieme quello che mi riempie fino alla punta dei  piedi, e non c'è un cazzo di niente da ridere, io non sono simpatica e certamente non è per far ridere che mi storco tutta.
cristo.
cristo.
cristoddio.

ho bisogno di fare cose.
quando l'animale si sveglia, e prima o poi si sveglia sempre, rumina, mi rumina dentro, mi rumina le viscere. e inizia il dialogo segreto, come quello delle madri in attesa con il feto. solo che io chiacchiero con la bestia. e per un po' la ammansisco, chè la vita è bella il sole alto e io sono tanto, tanto ironica, e lei si rannicchia borbottando. ma poi, siccome lo sa che anche io per crederci faccio uno sforzo tutti i giorni, che la sopravvivenza è solo una disciplina, e va applicata con fermezza, altrimenti sono cazzi, siccome lei lo sa, prima o poi mi guarda mentre le dico che la vita è bella e il sole alto, mi guarda e non dice niente. 
mi guarda e sta zitta.
fino a quando mi finiscono le parole, e poi restiamo solo io e lei in un mare di neve e silenzio.
e poi devo fare qualcosa, subito.
chiede un tributo di sangue. chiede dolore sangue e attenzione, perché non basta il mio sangue, deve essere confezionato con attenzione. dev'essere ferita, ustione, morso alle guance finché la bocca riconosca il sapore del ferro. e però.
il punto è che è un tributo usuraio, quello che chiede. l'interesse è altissimo, lo sappiamo, lo so io e lo sai, certo che lo sai anche tu. tu sai che al tributo segue l'umiliazione del sacrificato. doppio tributo, doppia sconfitta, sono tua due volte per sempre in più.
posso non farlo, e farle mangiare le mie viscere finché non accada qualcosa, finché morte non ci separi, finché a forza di ricordarmi che è passato troppo tempo ed è troppo tardi per cominciare, cominciare, si, cominciare, non ricominciare, proprio cominciare, che fallita, a forza di ricordarmelo non faccia due passi in pi lungo i binari di qualcosa di più grosso più forte e più veloce di me.
ho scoperto che se corro un po' funziona. terapia della corsa, non della fuga. io non fuggo da lei, non vado da nessuna parte. 
è un bisogno autistico di calcolare tempo, distanza, calorie bruciate.

odio correre al parco. io non corro per salutismo, io corro perché a qualcosa devo aggrapparmi. non mi serve compagnia, non mi servono gli uccellini. mi servono un cronometro, un display, tempodistanzacalorie. mi servono certezze, numeri.
si vince su tutti i fronti: sopisco la bestia, non le offro tributi di sorta e non mi sento una merda. e in più, abbiamo fatto un passo avanti sulla via del culo sodo, che non è male. anzi, forse piano piano guadagnerà il primo posto nella classifica delle cose ottenute. il punto è che devo sapere cosa sto facendo, in ogni momento. devo saper quanto manca, e per saperlo devo avere un obiettivo e qualcuno, meglio qualcosa, che me lo dica con onestà.
devo sfinirmi, perché lei è me, e se io sono stanca si stanza anche lei, e va a dormire, ancora un po'. ancora una volta.

domenica 11 marzo 2012

cosmetica tassidermica.

mi si crepa la faccia.

la pelle
secca
si spacca.

è un cosmetico che richiede disciplina e solitudini mirate,
il silenzio assenso.
non chiedere, chiedersi sempre di più.

disciplina tassidermica,
aprirsi il ventre perchè il nascituro non muoia,
e sapere esattamente a che punto chiuderlo,
perchè non ne esca il silenzio che devi inghiottire.

mangia, sputa, urla, grida
con in gola uno straccio bagnato,
ficcatelo giù in gola, tu
che altrimenti la pelle cede
le impalcature  -mi reggo sul nulla-
non reggono la pelle - che si affloscia.

e solo chi è stato già amato per sempre è per sempre giovane.

io non c'ero, io non ci sarò.

il mio ventre vuoto non può svuotarsi.

e ogni notte all'alba mi sento morire.

sabato 3 marzo 2012

come l'acqua

forse ho solo bisogno di un buon amico, di un buon bicchere di vino o di un buon medico.

questo mio cuore di pane.

tu lo sai che non ho perdonato, e non ho dimenticato. lo sai tu e lo so io, che poi è la stessa cosa. non ho perdonato, non perdono, nè me, nè tutti, perchè poi alla fine cosa cambia, non perdonare solo qualcuno. sarà anche dargli troppa importanza, ma è importante, perdio.
così importante da meritare un'esclamazione ridicola.

se è vero che è una ruota, e che siamo destinati a tornare, ci sarà tempo per una vendetta. ci sarà tutto il tempo del mondo. per rinascere e no ricordare, e una vita dopo l'altra avere questo solletico alla base del collo, i peli che si rizzano per un motivo non meglio dientificato, fino alla consapevolezza. e se poi il mio nemico sarà diventato pietra per allora, ci sarà ancora altro tempo, e altro tempo ancora, per scoprire come si parla ad na pietra. dove ha gli occhi una pietra, una foglia, una goccia, quello che sia, tutto ha occhi, tutto si può scrutare in fondo e fargli sapere che ovunque, sempre, prima o poi, sarò lì.
se invece è tutto destinato a perdersi nel raggio di un filo di perle, che la vita è uno sputo e poco più, allora forse - forse - potrebbe valere la pena aspettare la fine. e vedere se sparendo, sparisca anche tutto questo con me.
non ho perdonato, e non ho dimenticato.
quello che mi è stato soffiato via - soffiato, non solo strappato. soffiato come la sabbia negli occhi, che aceca e distrae e improvvisamente - sei a piedi in mezzo al deserto. senza vestiti. senza pelle. solo sole, sabbia, e gli occhi dei corvi. e io, io vorrei solo morire ad ogni risveglio in mezzo alla dune.

questo mio cuore di pane.
il tempo e il dolore mi hanno arato il petto come lunghi pettini d'acciaio appuntito e grosso, queste zampa d'orso che mi hanno sfondato il petto - e mi manca il respiro. e scavano, scavano, continuano a grattare le ossa, quello che rimane della mia carne a tenere uniti i buchi, questo mio petto sfondato, sfondato, che è un gesto brutale quanto il suono stesso della parola.
sfondato è più che distrutto, schiacciato, squariciato, mutilato. è tutto insieme. l'impalcatura che regge la tela e la ela insieme sono compromesse.
si chiedono perchè. in fondo non ci sono grandi dolori, qui dentro.
è solo successo che in città è arrivata la peste, e sono morti tutti. quelli che prima stavano bene, e quelli che stavano così così. semplice. non serve avere una grave malattia per morire di peste.

non ho dimenticato, e non ho perdonato. sopravvivere costa come l'acqua. irrifiutabile. non trattabile.
io non ho dimenticato. 

la diga e il serpente

come quando a cinque anni, e poi a quindici, cammini per strada e ad un certo punto ti assale l'angoscia. una tristezza spessa, pesante, umida. cammini per inerzia, e non sai dove andare, anche se in raltà sai perfettamente dove stai andando -a scuola,a casa, a lavorare. non è quello il punto. il tuo corpo lo sa e tira dritto, perchè è sempre un po' più intelligente della testa, tira dritto (la salvezza della strada dello scecco, già) ma nel frattempo è come se stessi andando non si sa dove. vorresti tagliare per un'altra strada, allungare, non arrivare a destinazione, perchè poi? poi? poi ti siederai -sul divano, su una sedia, alla scrivania- e non ci sarà niente da fare. finchè cammini per strada nessuno si accorge della tua faccia, di che colore è, o di quanto possa essere umida o tesa. cammini, tiri dritto, e tutti fanno altrettanto, e puoi anche farti venire un piccolo attacco d'asma, nessuno se ne accorge, non importa, cammini e fendi l'aria come fosse chissà quale spavalderia, e certo, brava, fendi l'aria, stronzetta, e poi prendi a facciate i muri, tanto la differenza la conosci perfettamente. stupida. stupida idiota. e quindi cammini, acceleri il passo e puoi sentirla, si si, puoi proprio sentirla, la scia umida che ti pende dalle spalle, come una sciarpa, come un fronzolo che ondeggia attaccato alle scapole mentre cammini.
scampoli d'ansia, piccoli attacchi di panico a metà prezzo. solo pret a porter, che in metro, con la folla, qualsiasi oggetto di qualità superiore e di trama più delicata andrebbe in pezzi.
te lo porterebbero via.
borseggiatori di stati d'animo. un sacco di gente lo fa. qualcuno per solitudine, qualcuno per collezionismo. qualcun altro perchè è semplicemente un essere umano e, in quanto tale, un essere aberrante.
e mentre cammini a testa bassa e magari parli da solo, non proprio come i matti ma come gli scemi si, ti fai scappare un paio di ansimi asmatici o impauriti, poco cambia, il suono è quello, irritante. irritante perchè suona come una richiesta d'aiuto, e la gente si irrita quando qualcuno chiede aiuto prima di lei. era il mio turno, cazzo, e adesso invece devo aiutare te. vaffanculo. stronza. debole di merda.
era il mio turno, cazzo.
e così via.
quindi magari te lo lasci sfuggire, ma quando non c'è nessuno troppo vicino. non proprio che non ci sia nessuno intorno, in fondo il dolore esce sempre quando c'è qualcuno all'orizzonte. non troppo vicino, ma visibile.
vedi una persona che ride e scoppi in lacrime. la vicina che porta a spasso il cane. e poverina, è pure brutta, c'è poco da autocommiserarsi a vederla. ma tant'è, pure lei è una buona scusa.
come tutte le dighe del mondo, basta un buchino. una puntura di spillo. e neanche quello, in realtà.
a dimostrazione che le dighe a volte servono solo a fare montare la corrente più forte. un fiume che diventa un serpente d'acqua, enorme e invincibile e arrabbiato e così forte, così ridicolmente più forte di te che ti senti un cretino ad aver costruito la tua cazzo di ridicola, minuscola diga.
tanto, anche se non si fosse bucata, l'avrebbe saltata, prima o poi.
e tu lo sapevi, l'hai sempre saputo. stava lì, seduto, sbuffando vapore dalle narici, con la faccia divertita. arrotolato su se stesso, comodo, a fumare e conversare con te al di là della tua diga.
tanto lo sai che prima o poi arrivo.
tanto lo sai che prima o poi arrivo e ti mangio.
ti dirò di più.
sai anche quando lo farò.

il sonno, gli animaletti, le montagne

sono secoli che non dormo. centinaia di anni, migliaia di giorni e un numero spaventoso di ore, minuti e secondi che non dormo. attraversare un luogo e non fermarsi, mi fermo più avanti, quando trovo un posto riparato. magari più in là, quando trovo anche un corso d'acqua nelle vicinanze, inventare motivazioni perfettamennte funzionali che non lasciano spazio a nessun disaccordo con se stessi, perchè la logica è pur sempre un'ottima scusa per qualunque cosa.
secoli che non dormo, e questo non erve, però, perchè non è la lucidità l'arma afferrata dal lato sbagliato, e la luce è sempre piena, e no smussa gli angoli e non copre le tappezzerie cadenti, così come smaschera altrui perfezioni immediatamente così vicine e parallele e perfettamente cortesi e sorridenti che fanno due volte più male. una luce perfetta, piana, uniforme, biancoavorio, senza pulviscolo e senza tendaggi.
non dormo da secoli e sono animaletti piccoli e verdi che saltano e ridono e dalle orecchie entrano dentro la testa, dietro gli occhi, dentro i femori, e ridono, saltano, e parlano, parlano, parlano. saggiano con le zampette e con i dentini il terreno morbido, e sono milioni di punture di spillo sulla carne tenera, milioni punture di spillo che non mi lasciano dormire, perchè hanno la ferocia dei bambini, e vogliono solo giocare, e lo fanno, lo fanno con totale coerenza. animaletti verdi e piccoli e con denti e zampette e unghiette e vocine.
non dormo da secoli e sono così stanca. vorrei dormire per giorni, mesi, anni. giorni, mesi, anni, secoli, dormire con loro, che a mandarli via non resterebbe probabilmente molto di me, ci reggiamo in piedi a vicenda.
dormire con loro e non sognare, dormire come dormono le montagne. lasciarmi erodere da fuori. lasciare scivolare via un pezzetto alla volta la pelle inseme a quello che vi scorre sopra.
e non farebbe male. chi dorme è invulnerabile. perchè non vi è nessun piacere a colpire chi non può vederti.

l'acqua e la buccia

spaccarmi il naso, i denti, riempirmi la bocca di sangue e sentire il sapore che hanno le ossa e la carne quando sono ancora calde e pulsanti. cadere di faccia, a braccia aperte e non cercare nemmeno di mettere le mani avanti, che servirebbe solo a ferire anche loro, e non serve, non è quello che mi serve. le stimmate al prossimo giro, adesso solo facciate contro il pavimento, e che si adi terra battuta, o di linoleum, che bruci aoltre a spaccare, una striscia ustionata sulla pelle a racchiudere ossa e denti e carne e sangue e saliva e tutto quello che di reale può uscire da questa mia bocca. spaccarmi la faccia perchè sia nudo, il mio volto.
farmi male, e ricominciare.
perchè tutti prima o poi ti fanno del male, e allora è meglio farlo subito, togliamoci il pensiero e così forse potròò credere che sia finita qui, e che il rsto sia una strada in discesa.
una strada primaverile in discesa.
cosa fiorisce in primavera?
pensavo ai ciliegi, ma sono troppo ignorante per esserne sicura, e anche se in primavera fiorisce un po' di tutto questo potrebbe tranquillamente essere uno di quei casi in cui ti sbagli clamorosamente, la famosa eccezione del cazzo.
rami di ciliegio e rami di pesco. ah, i mandoli. sono belli i mandorli in fiore.
e le zagare. indimenticabili.

e con la faccia spaccata forse non ne sentirò l'odore, m il profumo delle zagare è già dentro di me, non mi serve il naso. e poi il naso è traditore, non mi fa più sentire il profumo dei garofani, funziona meglio la memoria dell'olfatto, quindi vaffanculo al naso.
la faccia non serve, ancoa una volta.

se solo potessi strappare tutta questa pelle. sbucciarmi, così, semplicemente. uscirne scivolando come da una sottoveste.
toglierla tutta e abbandonarla in un angolo, come certi brandeli di stoffa in certe case abbandonate. liberarmene con un gesto, e spingerla via con il piede, come si fa con gi abiti abbandonati degli amanti.
perderla e andarmene via. sparire nell'acqua. acqua dolce, che non mi appartiene, ma se potessi sbucciarmi senza troppo dolore forse anche l'acqua salata non brucerebbe.
scivolare sott'acqua, e non dover sentire, e vedere appannato quel tanto che basta per non cogliere le sfumature obbrobbriose.

e non potermi spaccare la faccia perchè l'acqua attutisce il colpo,
e poi, non servirebbe. non servirebbe più.

come quando si sgozzano i maiali


come quando si sgozzano i maiali.
anche a starci attenti, si fa un casino incredibile. per forza: è un animale grosso, il maiale. è forte, e pesante.
e come tutti gli animali del mondo, quando ha paura, ma la paura quella vera, la paura di chi sa che sta per morire, impazzisce, e non lo tieni fermo tanto facilmente.
come le aragoste, che se solo fossero più grosse non sarebbe una passeggiata cucinarle vive.
dei mostri rossi, spaventati e terribilmente incazzati, tutti antenne e chele.
ma insomma, il maiale.
lo sgozzi. muore dissanguato. ci mette un sacco, credo.
non ho mai sgozzato niente, nè un maiale nè altro, ma credo ci metta un po'. non credo sia una morte pietosa, e poi a fare due conti stupidi, per quanto è grosso avrà un sacco di sangue da buttare prima di morire.

mi dicevano l'altra sera che, dopo, viene buttato nell'acqua bollente, ma non mi ricordo il perchè. ricordo però che certo, il dubbio che non ci sia un coroner in zona ad accertare l'avvenuto decesso ci abbia legittimati a credere che spesso il maiale sia ancora vivo.

è uno di quei lavori che anche se lo fai in modo pulito immagino si faccia un casino che nemmeno il più prolifico palahniuk.
ma non credo che si faccia mai in  modo 'pulito', e non mi riferisco al senso etico del termine.

non mi riferisco alla sfiducia morale che ho nei confronti del genere umano, che sempre c'è stata e ultimamente è diventata sconforto.
uno sconforto così netto da essere quasi rasserenante. non c'è niente da fare, prima o poi tutti, tutti ti fregheranno, che tu ti fidi o no, succederà.
pace. non mi fido del mio istinto, non mi fido della mia razionalità.
e quando prendi atto di essere totalmente cretino, beh, a quel punto la paura è osì grande che prima o poi i passi sopra, paradossalmente.
ma questo è un altro discorso.

parliamo di maiali sgozzati.

la mia sfiducia è metodologica e sistemica: le persone non sono sufficientemente pregne di senso del dovere per fare bene un lavoro.
per questo non mi fido.
se davvero sapessero sgozzare i maiali come si deve, allora andrebbe anche bene, magari inventerebbero un modo per fare meno casino, oltre che per farli soffrire di meno, non fosse altro che per la praticità che un maiale meno sofferente è un maiale che si fa meno fatica ad ammazzare.
ma no. alla gente non importa nemmeno l'aspetto pratico della cosa, e questo è grave. sopattutto quando si fa unacosa con un rituale simile ad un metodo.

la verità è che non esiste prova provata dell'innocenza di nessuno. e che prima o poi paghiamo tutti per le colpe di qualcun altro, quindi in fondo forse non serve nemmeno sforzarsi di restare quanto più puliti possibile, tanto prima o poi passerà uno che ha appena sgozzato un maiale e ti schizzerà. e ti sentrai sporco ugualmente, anche se non sei stato tu.

la verità è ci sono rimasta così male. così male. così male.
perchè se fosse solo una festa sgozzare il maiale, andrebbe ancora bene.
il carnevale è la porta del'apocalisse, la legittimazione della stortaggine, l'esorcizzazione del desiderio e della paura. e infatti è tollerabile una volta l'anno, di più sarebbe impossibile, siamo tutti troppo paurosi per tollerarlo più a lungo.

il problema è che sgozzare il maiale è un mestiere, e se uccidere qualcuno per puro diletto mi riesce ancora comprensibile, farlo a fini pratici mi sembra abominevole.

porto d'inverno - a mia sorella

il mio porto d'inverno.
solida, serena, sempre, bella della bella di un quadro del giorgione. tu con le tue braccia sempre aperte per me. tu con i il tuo sorriso quando vinco e quando perdo. tu che mi porti acqua fresca con le tue mani quando le mie non ce la fanno. tu che sei candida senza dover essere accecante.
sei bianca come il latte, sei bianca come il lino al sole. come il cuore del grano, come la farina, come tutte le cose buone e sane e giuste di questo schifosissimo mondo.
tu che compensi sempre il mio malessere con la tua stabilità, eppure so che anche tu hai un cuore ferito. ma ame non lo hai mai sbattuto addosso, non hai mai sporcato i miei vestiti con il tuo sangue, anche quando l'ho cercato io, perchè era giusto così.
onora il grano, onora la terra, onora le cose pulite, questi sono i comandamenti che ogni uomo dovrebbe avere a questo mondo.
tu che mi hai sempre tenuta per mano.
ti ho vista gioire quelle rare volte che ho tagliato il traguardo, e non solo quando l'ho tagliato per prima, perchè a te basta che io ci arrivi, per esserne felice.
mi hai coperta quando pioveva.
lo fai sempre, da sempre e per sempre.
e quando il mio cuore è un arnese scomposto e vago come una barchetta di carta nell'oceano, tu arrivi e gentile come una madre dovebbe essere, tu mi ricomponi, mi parli, mi culli.
tu sai tirare fuori il mio dolore e lenirlo.
sei la stanza più sicura che abbia mai avuto. posso chiudermi dentro, e nessuno mi farà del male.
posso gridare, o posso dormire, posso giocare ai lego o prendere i muri a testate, tu sei lì, mi lasci fare, e poi mi prendi per mano quando è abbastanza, e mi lavi il viso, mi ravvii i capelli, mi fai respirare come nel sonno. quel respiro regolare, il sonno dei giusti.
il mio cuore spezzato, le mie gambe piene di lividi, i nodi nei miei capelli e le mie mani arrossate.
tu non mi fai sentire brutta nonostante tutto. mai. e quando non voglio guardarmi tu tiri le tende e mi racconti una storia.
e non lo sai, lo fai così, con naturalezza.
proserpina lieve sei tu, e io con te mi sento grano e non pula.
il mio porto d'inverno. la mia tana, casa, madre e chiesa in cui rifugiarmi quando fuori infuria la peste e impazza la guerra. sempre. da sempre. per sempre, la parte migliore di me.

aprile

ha un suono gentile, aprile.
ha il suono di un tempo che arriva dopo il fango autunnale e i ghiacci invernali. ha il suono delle foglie tenere che si spiegano nuovamente, e pazienza per ciò che è morto. è nella natura delle cose. e la natura non è gentile. non è clemente. e non è giusta. che poi, cosa sia giusto o meno, per la natura, non lo so. per la natura è giusto che un ragno intessa la tela intorno ad un insetto ignaro e lo digerisca ancora vivo, prima ancora di mangiarlo.questa, è la natura.
per quello esistono le parole.
per addolcirla.
aprile.
a pri le.
suona dolce. suona come il pistillo di certi fiori viola, quelli che tutti da bambini abbiamo assaggiato. perfino io, e fiori ce n'erano già pochi.
però, però mi ricordo che i garofani profumavano ancora, all'epoca. non profumano più. e io, maledizione, mi sto dimenticando l'odore dei garofani.
aprile non è primavera e non è estate. aprile è a metà strada, come lo stato di grazia.
aprile è la luce che invade le stanze e ti fa vedere il pulviscolo, ma soprattutto lo fa sembrare bello. ed è la bellezza quella che manca, in realtà.
è un calore della luce diverso, è una sensazione tattile. non è caldo, è tiepido, è il tepore del fiato sulle mani, è delicato. è stirarsi senza tendersi troppo, senza dolore.
è una musica. e forse è solo di questo che ho bisogno.
di lentezza. di un rifugio tiepido. di un po' di luce, non troppa. ma sono stanca di antri oscuri e oddio! di tutto questo epico, epicissimo piangersi addosso.
lentezza. un po' di luce.

aprile.