sforzarsi di non farci l'abitudine è la cosa più difficile e necessaria insieme.
ti ho chiamata come la madre terra, la madre che non sono e non sarò mai, nè saprei essere. ti ho cresciuta come una bambina, una pupattola buffa, mio amore dolce e ingombrante, amore mio, cuore del mio cuore. è che tu non puoi leggere, e anche quando cosa cambierebbe? niente, le parole che possono uccidere non possono lenore il dolore.
nella mia piazza di pietra non ci sarai tu, nè io.
solitaria fradda grigia piazza di pietra le mie viscere spopolate, fredde, in cui non rimbomba solitario un tocco di campana perchè non ci sono più campane, in questo paese desolato.
10 miliardi di sinapsi per un solo pianto antico e silenzioso.
non posso fidarmi, non mi fiderò più, nè di me, nè di altri al mondo, questo è il prezzo da pagare per questo amore -cuore del mio cuore, amore mio dolce e ingombrante- neanche un pesce rosso di gomma, perchè la memoria, l'inutile sciocca memoria è l'unica cosa che posso lasciarti, e lasciarmi.
forse è per questo che ho paura della memoria degli altri, perchè lo so -los, lo so profondamente- è l'unica cosa che nessuno può toglierci, mai e poi mai, neanche se lo volessimo. e a volte sarebbe la miglior cura, l'unica.
lunedì 20 giugno 2011
sabato 11 giugno 2011
aprile.
è una cosa buffa, ma ora che ci penso è ad aprile che sono tornata. più o meno. in effetti sono arrivata a maggio, ma è ad aprile che il cielo si è aperto di nuovo.
con un anno di distanza in più rispetto a quanto mi piaceva pensare. chissà perché poi, ad aprile. tre mesi più dodici, che cosa buffa.
non so perché aprile, non lo so, ma evidentemente non mi sbagliavo, non del tutto, insomma.
e insomma, ad agosto finalmente andrò via. una casa e una terrazza per stendere il mio dolore, il mio silenzio, la paura, la rabbia, la frustrazione, quel senso di profonda idiozia che ti pervade ad un certo punto e che non puoi combattere, non puoi. che peccato, che sia andata così. e anche che fortuna.
lo sai anche tu, che a volte le cose sono così belle perché non sono successe. non che avessi proprio questo bisogno di traslarmi in un'eroina del peggior ottocento francese, ma insomma, è andata.
non invecchierà, questa bellezza. creo che il giorno che fosse divenuta reale avrebbe cominciato a morire, anzi credo che sia quello che è successo proprio adesso. non dovevo tornare, non così tanto. che brutta cosa spaventosa è la vita, vero?
ad ogni modo, ad agosto mi trasferirò, mi piaceva, quando guardavo i diversi posti, immaginare di invitartici, un giorno. un posto mio, uno spazio in cui farti entrare.
perchè forse non te ne sei accorto, ma io non ho mai giocato in casa. mai. era troppo rischioso e poi, non me la sentivo. come adesso. non ti ho voluto offrire ospitalità perchè sai, ci sono posti che sporcano chi ci entra anche dopo che la bufera è passata.
una costruita sopra un cimitero puzzerà sempre di morto, per chi sa cosa c'è là sotto. per questo non ti ci ho invitato. volevo portarti in un posto bianco, trasparente, dove l'aria fosse fresca.
comunque. ad agosto vado via. in un posto tutto bianco, le cui pareti possano dare spazio al mio silenzio. mi piacerebbe che tu rimanessi un pensiero felice. credo che sparirò di nuovo, per questo.
e credo che aspetterò che mi cerchi. e poi, quando non lo avrai fatto per un tempo sufficientemente lungo, ricomincerò a dormire, e a dipingere le pareti. un fiore rosso e nero per ogni respiro che ancora faccio, un fiore d'ossa d'uccello per ogni respiro che mi apre il petto.
con un anno di distanza in più rispetto a quanto mi piaceva pensare. chissà perché poi, ad aprile. tre mesi più dodici, che cosa buffa.
non so perché aprile, non lo so, ma evidentemente non mi sbagliavo, non del tutto, insomma.
e insomma, ad agosto finalmente andrò via. una casa e una terrazza per stendere il mio dolore, il mio silenzio, la paura, la rabbia, la frustrazione, quel senso di profonda idiozia che ti pervade ad un certo punto e che non puoi combattere, non puoi. che peccato, che sia andata così. e anche che fortuna.
lo sai anche tu, che a volte le cose sono così belle perché non sono successe. non che avessi proprio questo bisogno di traslarmi in un'eroina del peggior ottocento francese, ma insomma, è andata.
non invecchierà, questa bellezza. creo che il giorno che fosse divenuta reale avrebbe cominciato a morire, anzi credo che sia quello che è successo proprio adesso. non dovevo tornare, non così tanto. che brutta cosa spaventosa è la vita, vero?
ad ogni modo, ad agosto mi trasferirò, mi piaceva, quando guardavo i diversi posti, immaginare di invitartici, un giorno. un posto mio, uno spazio in cui farti entrare.
perchè forse non te ne sei accorto, ma io non ho mai giocato in casa. mai. era troppo rischioso e poi, non me la sentivo. come adesso. non ti ho voluto offrire ospitalità perchè sai, ci sono posti che sporcano chi ci entra anche dopo che la bufera è passata.
una costruita sopra un cimitero puzzerà sempre di morto, per chi sa cosa c'è là sotto. per questo non ti ci ho invitato. volevo portarti in un posto bianco, trasparente, dove l'aria fosse fresca.
comunque. ad agosto vado via. in un posto tutto bianco, le cui pareti possano dare spazio al mio silenzio. mi piacerebbe che tu rimanessi un pensiero felice. credo che sparirò di nuovo, per questo.
e credo che aspetterò che mi cerchi. e poi, quando non lo avrai fatto per un tempo sufficientemente lungo, ricomincerò a dormire, e a dipingere le pareti. un fiore rosso e nero per ogni respiro che ancora faccio, un fiore d'ossa d'uccello per ogni respiro che mi apre il petto.
venerdì 3 giugno 2011
trent'anni di galera.
non è vero che l'autodistruzione è sempre inutile, che non crea nulla ma distrugge e basta. è una questione di finalità, di punti di vista, di contesti.
io me lo ricordo. io me lo ricordo com'è quando non ti importa più niente.
quando non ti importa più niente sei libero, ma libero davvero. lo sei altrettanto solo quando è così importante quell'unica cosa che ti dà un motivo per vivere e morire, quando è così importante che nient'altro ha un senso, e niente ha prezzo.
ma è raro.
quella volta che mi hai spinta, forte. quella volta, una delle varie volte in cui sentire che mi stavo allontanando da questo mondo, e da te con esso, che mi stavo staccando dalla vita e che non me ne importava granché e non avresti potuto ricattarmi, quella volta che tanto ti sei arrabbiato per questo scollamento fra me e il tuo potere ti ha fatto diventare cattivo, molto cattivo. ma anche terribilmente stupido.
e vile. perché nella tua viltà io ho trovato una delle chiavi della mia libertà. perché le minacce al mondo che mi stava intorno, e che volevo difendere, le uniche con cui potevi tenermi sotto scacco, quelle minacce non valevano un cazzo. non avresti portato mai a compimento la minaccia. perché portandola a compimento, cosa avresti fatto, poi? distruggere la mia vita del tutto significava perdere il controllo.
e distruggere me, distruggermi troppo, del tutto, anche.
nella tua viltà ho trovato una via di fuga.
passeggiare sui binari in attesa di un tram che mi venisse incontro non bastava.
bastava a me, me io volevo di più. io volevo vincere, scappandoti di mano come un'anguilla che ti ha fregato -ah-ah!, sono ancora viva, coglione, e sguscio via-, ma volevo di più.
quella volta che sei diventato cattivo ma anche stupido, stupido, e mi hai messo le mani al collo, quella volta io ho sperato che fosse fatta.
ammazzami, dai. ammazzami, merda. spezzami il collo, merda, spezzamelo, spezzamelo, avanti, dai, spezzamelo merda che sei.
avanti, merda che sei.
io non ho paura di te, io non ho più paura di te, ho perso tutto pur di non avere più paura di te, non me ne importa un cazzo, non ho più niente e più niente puoi togliermi, merda.
ammazzami, tanto o lo fai tu o se non lo fai tu, prima o poi lo farò io. a me ne non me ne frega un cazzo, merda che sei. non me ne frega un cazzo.
ma la sai qual è la differenza? se mi ammazzo io, finisce qui, e vaffanculo.
ma se mi ammazzi tu, io ho vinto, e per te sono cazzi amari.
trent'anni di galera ti devi fare, merda che sei. ammazzami, che tanto io ormai morta lo sono già, ma la cosa importante non sono io, io non sono più la cosa importante da un pezzo, a me non me ne frega un cazzo, la cosa importante è che tu devi morire pazzo e solo, quindi spezzamelo il collo, merda che sei. avanti, spezzamelo.
io non ho più paura di niente, non mi fa più male niente, non mi fa male quando mi levi pezzi perché pezzi non ne ho più. non mi fai male, non me ne frega un cazzo, io ci morirò in questo posto di merda, sola, maledetta me che neanche una maledizione vera mi merito, in questo buco di culo in cui c'è nebbia e puzza e l'aria appiccicosa tutto l'anno, perché si, questo posto è così, merda che sei. mi ci hai seppellita viva, io mi ci sto lasciando morire, e più muoio più tu non puoi fare un cazzo. ti fa arrabbiare, vero? ti fa arrabbiare da morire, perché se non mi fa male cosa torturi? che potere hai su uno che dorme?
nessuno, n e s s u n o.
e io lo so. e quando l'ho capito è stato tutto più facile. la tua viltà, sempre santa sia la tua viltà, che non ti fa realmente arrivare al punto che minacci, perché hai paura delle conseguenze. ma stavolta no, avanti, avanti avanti cazzo, spezzamelo il collo, merda che sei.
fai il maschio, avanti.
trent'anni di galera ti devi fare, ci devi morire. e se per caso un giorno ti pentirai, oh si, se per caso un giorno dovessi pentirti, ma pentirti per davvero, di quel pentimento che ti leva la pelle, io non verrò a portarti il sale da mettere sulla carne scuoiata. perché a me non me ne frega più un cazzo, hai capito.
a me me ne frega solo che devi morire pazzo.
trent'anni di galera, trent'anni di galera e tanti cari saluti ai tuoi sogni di gloria, che la cosa importante è che la tua vita vada a puttane, che la mia non esiste, e chissenefrega.
io me lo ricordo. io me lo ricordo com'è quando non ti importa più niente.
quando non ti importa più niente sei libero, ma libero davvero. lo sei altrettanto solo quando è così importante quell'unica cosa che ti dà un motivo per vivere e morire, quando è così importante che nient'altro ha un senso, e niente ha prezzo.
ma è raro.
quella volta che mi hai spinta, forte. quella volta, una delle varie volte in cui sentire che mi stavo allontanando da questo mondo, e da te con esso, che mi stavo staccando dalla vita e che non me ne importava granché e non avresti potuto ricattarmi, quella volta che tanto ti sei arrabbiato per questo scollamento fra me e il tuo potere ti ha fatto diventare cattivo, molto cattivo. ma anche terribilmente stupido.
e vile. perché nella tua viltà io ho trovato una delle chiavi della mia libertà. perché le minacce al mondo che mi stava intorno, e che volevo difendere, le uniche con cui potevi tenermi sotto scacco, quelle minacce non valevano un cazzo. non avresti portato mai a compimento la minaccia. perché portandola a compimento, cosa avresti fatto, poi? distruggere la mia vita del tutto significava perdere il controllo.
e distruggere me, distruggermi troppo, del tutto, anche.
nella tua viltà ho trovato una via di fuga.
passeggiare sui binari in attesa di un tram che mi venisse incontro non bastava.
bastava a me, me io volevo di più. io volevo vincere, scappandoti di mano come un'anguilla che ti ha fregato -ah-ah!, sono ancora viva, coglione, e sguscio via-, ma volevo di più.
quella volta che sei diventato cattivo ma anche stupido, stupido, e mi hai messo le mani al collo, quella volta io ho sperato che fosse fatta.
ammazzami, dai. ammazzami, merda. spezzami il collo, merda, spezzamelo, spezzamelo, avanti, dai, spezzamelo merda che sei.
avanti, merda che sei.
io non ho paura di te, io non ho più paura di te, ho perso tutto pur di non avere più paura di te, non me ne importa un cazzo, non ho più niente e più niente puoi togliermi, merda.
ammazzami, tanto o lo fai tu o se non lo fai tu, prima o poi lo farò io. a me ne non me ne frega un cazzo, merda che sei. non me ne frega un cazzo.
ma la sai qual è la differenza? se mi ammazzo io, finisce qui, e vaffanculo.
ma se mi ammazzi tu, io ho vinto, e per te sono cazzi amari.
trent'anni di galera ti devi fare, merda che sei. ammazzami, che tanto io ormai morta lo sono già, ma la cosa importante non sono io, io non sono più la cosa importante da un pezzo, a me non me ne frega un cazzo, la cosa importante è che tu devi morire pazzo e solo, quindi spezzamelo il collo, merda che sei. avanti, spezzamelo.
io non ho più paura di niente, non mi fa più male niente, non mi fa male quando mi levi pezzi perché pezzi non ne ho più. non mi fai male, non me ne frega un cazzo, io ci morirò in questo posto di merda, sola, maledetta me che neanche una maledizione vera mi merito, in questo buco di culo in cui c'è nebbia e puzza e l'aria appiccicosa tutto l'anno, perché si, questo posto è così, merda che sei. mi ci hai seppellita viva, io mi ci sto lasciando morire, e più muoio più tu non puoi fare un cazzo. ti fa arrabbiare, vero? ti fa arrabbiare da morire, perché se non mi fa male cosa torturi? che potere hai su uno che dorme?
nessuno, n e s s u n o.
e io lo so. e quando l'ho capito è stato tutto più facile. la tua viltà, sempre santa sia la tua viltà, che non ti fa realmente arrivare al punto che minacci, perché hai paura delle conseguenze. ma stavolta no, avanti, avanti avanti cazzo, spezzamelo il collo, merda che sei.
fai il maschio, avanti.
trent'anni di galera ti devi fare, ci devi morire. e se per caso un giorno ti pentirai, oh si, se per caso un giorno dovessi pentirti, ma pentirti per davvero, di quel pentimento che ti leva la pelle, io non verrò a portarti il sale da mettere sulla carne scuoiata. perché a me non me ne frega più un cazzo, hai capito.
a me me ne frega solo che devi morire pazzo.
trent'anni di galera, trent'anni di galera e tanti cari saluti ai tuoi sogni di gloria, che la cosa importante è che la tua vita vada a puttane, che la mia non esiste, e chissenefrega.
giovedì 2 giugno 2011
lettera alla troposfera.
come sempre è una reazione a catena, a cascata, giù giù giù verso il più debole, e l'ultimo che arriva chiude la porta e paga da bere. la ripartizione delle colpe non ci rende meno colpevoli, funziona come con i raggi del sole, possiamo essere uno, dieci o un miliardo ma bastano sempre per tutti. qualcuno ne prenderà di più e qualcuno un po' meno, ma sempre sotto il sole siamo, tutti.
meno colpevole è sempre e comunque colpevole.
la spietatezza te la insegna la mamma di piccolo. no, il bicchiere non 'è' caduto. il bicchiere 'ti' è caduto, i bicchieri non cascano da soli. allo stesso modo, io non trovo riparo, non sono capace di trovare riparo da questa spietata consapevolezza che avrei potuto dovuto saputo (?) fare di meglio, e che il tuo meglio, se non è sufficiente, allora semplicemente non è sufficiente, e che sia il tuo meglio non è importante. e mi fa un male cane.
l'attitudine alla solitudine, la pelle sottile.
quanto mi fa paura tutto questo. quanto mi fa male sapere che fra un paio di mesi me ne sarò dimenticata, perchè gli esseri umani dimenticano tutto, e sarò anche capace di tornare a sorridere, con questo schifoso istinto di sopravvivenza che spazza via tutto. e mi sentirò meno colpevole. lo so, e la verità è che dovrebbero insegnarci a dimenticare, che a forza di esercizi per la memoria uno si ritrova con una testa piena così di cose inutili, e spietate. ogni cosa che ho nella testa è piena di occhi, e mi guardano tutti, e io non so dove andare a nascondermi.
e sapere che sarà così è solo la conferma di quello che sono. niente scuse, che le scuse non fuffa. beato chi ci crede, io non so come disimparare la spietatezza bianca che mi falcia lo stomaco.
e mi fa così paura. questa falce così grande e g i u s t a e io con la mia pelle vecchia e sottile. mi fa paura che basti così poco a farmi ridere e così poco, ancor meno, a farmi male, malissimo. non diventare reale, per favore. non diventarlo mai. questo pianto, questo panico leggeri che arrivano e passano adesso che sei solo nella troposfera diventerebbero ingestibili. non posso neanche ridere troppo forte, sai. mi si strappa la faccia se non sto attenta. mi tengo insieme con bastoncini e ossa d'uccello, ricucio i pezzi ogni giorno prima di uscire, ma la stoffa non regge i punti, si lacera, si macera, e ogni mattina devo ricucirla, e ogni giorno è sempre più stretta e miserabile, e io non so quanto ancora andrà avanti. mi fai male. mi fa male qualunque cosa. utile spietatezza bianca e lucida che mi dice con una certa chiarezza che se mai uscissi dalla troposfera il contatto con l'aria sporchissima e vera che respiriamo scioglierebbe il trucco e i nodi ai capelli e crollerebbe miseramente tutto.
e sai cosa accadrebbe? che non avrei più un cielo su cui alzare gli occhi quando mi sento troppo misera.
meno colpevole è sempre e comunque colpevole.
la spietatezza te la insegna la mamma di piccolo. no, il bicchiere non 'è' caduto. il bicchiere 'ti' è caduto, i bicchieri non cascano da soli. allo stesso modo, io non trovo riparo, non sono capace di trovare riparo da questa spietata consapevolezza che avrei potuto dovuto saputo (?) fare di meglio, e che il tuo meglio, se non è sufficiente, allora semplicemente non è sufficiente, e che sia il tuo meglio non è importante. e mi fa un male cane.
l'attitudine alla solitudine, la pelle sottile.
quanto mi fa paura tutto questo. quanto mi fa male sapere che fra un paio di mesi me ne sarò dimenticata, perchè gli esseri umani dimenticano tutto, e sarò anche capace di tornare a sorridere, con questo schifoso istinto di sopravvivenza che spazza via tutto. e mi sentirò meno colpevole. lo so, e la verità è che dovrebbero insegnarci a dimenticare, che a forza di esercizi per la memoria uno si ritrova con una testa piena così di cose inutili, e spietate. ogni cosa che ho nella testa è piena di occhi, e mi guardano tutti, e io non so dove andare a nascondermi.
e sapere che sarà così è solo la conferma di quello che sono. niente scuse, che le scuse non fuffa. beato chi ci crede, io non so come disimparare la spietatezza bianca che mi falcia lo stomaco.
e mi fa così paura. questa falce così grande e g i u s t a e io con la mia pelle vecchia e sottile. mi fa paura che basti così poco a farmi ridere e così poco, ancor meno, a farmi male, malissimo. non diventare reale, per favore. non diventarlo mai. questo pianto, questo panico leggeri che arrivano e passano adesso che sei solo nella troposfera diventerebbero ingestibili. non posso neanche ridere troppo forte, sai. mi si strappa la faccia se non sto attenta. mi tengo insieme con bastoncini e ossa d'uccello, ricucio i pezzi ogni giorno prima di uscire, ma la stoffa non regge i punti, si lacera, si macera, e ogni mattina devo ricucirla, e ogni giorno è sempre più stretta e miserabile, e io non so quanto ancora andrà avanti. mi fai male. mi fa male qualunque cosa. utile spietatezza bianca e lucida che mi dice con una certa chiarezza che se mai uscissi dalla troposfera il contatto con l'aria sporchissima e vera che respiriamo scioglierebbe il trucco e i nodi ai capelli e crollerebbe miseramente tutto.
e sai cosa accadrebbe? che non avrei più un cielo su cui alzare gli occhi quando mi sento troppo misera.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)