venerdì 15 gennaio 2010

farfalle notturne

quelle farfalle orrende, quell ciccione e pelose che ogni tanto la sera sbatacchiano contro lo specchio del bagno, quelle grigie che non sembrano nemmeno farfalle, e forse non lo sono.
ecco, pensa a quelle farfalle.
sono brutte, fanno un po' schifo.
disturbano, le ali sbatacchiano con un rumore schifoso.

se per disgrazia si avvicinano troppo al lavandino tu, ne sono sicura, non negarlo, aprirai l'acqua di getto, fortissima, per annegarle.
lo so. lo faccio anche io.
e non vogliono morire! qulche sera fa ne ho vista una, enorme. enorme e schifosa. anzi, erano due, mauna mi dava proprio fastidio. solo perchè era lì, mica faceva niente. quando è arrivata sul lavabo ho paerto l'acqua, non mi è riuscito subito di sparare un getto perchè mi è scivolata la manopola, ma insomma, dopo poco era pieno d'acqua.
e quella cazzo di farfalla non voleva morire. continuava a sbattere le ali, si muoveva. è rimasta pure un pezzo sott'acqua, e non moriva, si è addirittura rivoltata a pancia all'aria. e ancora non moriva.

ad un certo punto mi sono sentita in colpa. chssà che paura avrà avuto. ho ciuso l'acua, e lentamente questo catamarano peloso si allontanato dal fondo del lavabo e piano piano è risalito verso il bordo. eha cominciato a muovere le ali velocissimo ma con un'oscillazione minima, per asciugarle.
mi ricordo che da piccola mi dicevano che non ti toccano l ali delle farfalle, perchè sopra c'è una polverina che se la tochi ti rimane sulle dita e loro dopo non possono volare più.
forse è una cazzata.

comunque, questa dopo volava.
l'ho guardata per un po', mi sono sentita uno schifo. e poi c'era la'ltra. mi è venuta anche un po' d'ansia. ho pensato che magari si sarebbe arrabbiata e avrebbe voluto farmela pagare, che magari soffriva, non so. credo che gli animali abbiano quella specie di telepatia che hanno i gemelli.
ma magari è una cazzata anche questa. 

domenica 3 gennaio 2010

la reginetta del ballo dei funerali

partiamo da un presupposto: questo NON è scrivere. questo è solo parlarsi addosso. un po' meno che pensare a voce alta, un po' come parlarsi allo specchio e studiarsi la faccia, vedere che cosa dice mentre la bocca va per la sua via.
questo NON è raccontare un cazzo di niente, perchè non ho da raccontare niente e non ne ho voglia, non mi interessa comunicare qualoca a qualcuno.
questo è gridare controvento, con la voce che si perde, e meno male, e le parole che ti ritornano in gola, perchè si, si, si che lo so che rientrano, che farle uscire è fatica sprecata. perchè farle uscire non significa liberarmene, non significa niente di niente.
assolutamente niente di niente.
e mi sento una bestia in catene. un'anima in pena. troppo spazio, e troppa aria, ma così rarefatta. perchè devo essere coerente?
mi cercherò uno stronzo che mi sposi, ci faccio tre figli e poi metto la testa nel forno, così risolviamo il problema. e se mi sbrigo, me lo trovo pure ricco e magari non tropo vecchio, che anche io non sono più carne fresca e le mie quotazioni sul mercato non so quanto ancora dureranno.
e poi, se devo morire, voglio essere il più bel cadavere dell'anno.
la reginetta del ballo dei funerali, cazzo.
una volta tanto potrò anche volerlo, no? me lo merito.
la compostezza della morte in qesto aiuta, non succede ad un morto che la camicia gli esca dai pantaloni o che la cintura gli stringa il pnto sbagliato o gli si sfilino le calze o tutte quelle cose con cui la vita non manca mai di ricordarti che sei un coglione per quanto ti possa sforzare di metterci rimedio, e che un servitore in casa degli dei è un servitore come tutti gli altri, quindi fattene una ragione e vattene affanculo.
ci avevi provato, eh?
e no, mi dispiace.
ecco.
ma se riesco a non disfarmi troppo PRIMA di morire, la compostezza tipica dei cadaveri potrebbe venire in mio aiuto in questo senso.
è la vita, che va combattuta. è quella che imbruttisce.
già.

ghostwriter


io non so scrivere. nel senso, non so 'scrivere', non so raccontare una storia, formulare parole, costruire qualcosa che porti da qualche parte. non c'è niente da fare, bisogna prenderne atto.
posso limare, smontare e rimontare. ho stile, sono elegante, lucida se serve e grezza nel dolore, così dicono.
ma non sanno di dirlo a me. lo dicono di quello che leggo e non firmo, perchè in effetti non ho nessun diritto di paternità, al più sono una zia che ti insegna qualcosa, utile o meno, la zia che ti ricordi, forse, ma certo non c'è partita con la mamma, con tutti i suoi errori, tutte le volte che ti ha rotto le scatole e che non ha saputo parlart. solo una zia.
molto meno di un ghostwriter, un po' più di un correttore di bozze. non c'è arte, non c'è mestiere. a metà di un po' meno di quello, un po' più di quell'altro, brevi cenni sull'universo,come tutto quello che mi riguarda.
piccoli spazi, poca luce, un po' di polvere, il retrobottega della mia vita che forse mi manca, se può mai mancare quello che non hai.
un giorno riuscirò ad uscire di casa struccata, in jeans e converse, dopo il tramonto. senza sentirmi travestita da qualcun altro, senza sentirmi così tremendamente ridicola.
cos'altro non so fare? un mare di cose. solo che -non- le faccio con stile, e qualcuno continua a cascarci.