partiamo da un presupposto: questo NON è scrivere. questo è solo parlarsi addosso. un po' meno che pensare a voce alta, un po' come parlarsi allo specchio e studiarsi la faccia, vedere che cosa dice mentre la bocca va per la sua via.
questo NON è raccontare un cazzo di niente, perchè non ho da raccontare niente e non ne ho voglia, non mi interessa comunicare qualoca a qualcuno.
questo è gridare controvento, con la voce che si perde, e meno male, e le parole che ti ritornano in gola, perchè si, si, si che lo so che rientrano, che farle uscire è fatica sprecata. perchè farle uscire non significa liberarmene, non significa niente di niente.
assolutamente niente di niente.
e mi sento una bestia in catene. un'anima in pena. troppo spazio, e troppa aria, ma così rarefatta. perchè devo essere coerente?
mi cercherò uno stronzo che mi sposi, ci faccio tre figli e poi metto la testa nel forno, così risolviamo il problema. e se mi sbrigo, me lo trovo pure ricco e magari non tropo vecchio, che anche io non sono più carne fresca e le mie quotazioni sul mercato non so quanto ancora dureranno.
e poi, se devo morire, voglio essere il più bel cadavere dell'anno.
la reginetta del ballo dei funerali, cazzo.
una volta tanto potrò anche volerlo, no? me lo merito.
la compostezza della morte in qesto aiuta, non succede ad un morto che la camicia gli esca dai pantaloni o che la cintura gli stringa il pnto sbagliato o gli si sfilino le calze o tutte quelle cose con cui la vita non manca mai di ricordarti che sei un coglione per quanto ti possa sforzare di metterci rimedio, e che un servitore in casa degli dei è un servitore come tutti gli altri, quindi fattene una ragione e vattene affanculo.
ci avevi provato, eh?
e no, mi dispiace.
ecco.
ma se riesco a non disfarmi troppo PRIMA di morire, la compostezza tipica dei cadaveri potrebbe venire in mio aiuto in questo senso.
è la vita, che va combattuta. è quella che imbruttisce.
già.
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