venerdì 13 maggio 2011

la solitudine dei marinai.

sul trenino per tornare a casa, che casa non è, e non sarà più, le cuffie nelle orecchie come i ragazzini, il riflesso nel vetro, lo scorrere di un non paesaggio sullo sfondo.
tutto si muove, tutto passa, ci vuole solo tempo, pazienza e sopravvivenza.
tutto passa e non sta scritto da nessuna parte che la vita debba sempre fare proprio del tutto schifo.
la valigia pesantissima alla fine non solo l'ho presa, l'ho anche portata a destinazione. ma arrivata lì una mano gentile l'ha sostituita con un'altra, più piccola e leggera. e un'altra mano gentile mi ha riportata a casa, quasta casa che lo è solo fra virgolette, ma questo l'ho sempre saputo, in fondo.
puoi abitare ovunque, ma puoi vivere in un solo luogo.
partire per tornare e tornare per ripartire, sarà colpa di mio padre marinaio, non so, ma è così. è nelle cartoline che ogni tanto saltano fuori quando metti in ordine i mobili della casa dei nonni, fotografie degli anni '70 con fanciulle di belle speranze che gli mandavano un bacio dall'altra parte del mondo e chissà se ci credevano che un marinaio sarebbe tornato in una casa non sua, chissà. mio padre che se la ride e mi dice, imbarazzato come un orso 'ma se scoprissi di avere un fratellino dall'altra parte del mondo, di quando facevo il marinaio?'
papà, se avessi un fratellino dell'epoca, oggi avrebbe cinquant'anni.

e io lo so che anche tu hai questa smania di andare e la nostalgia struggente di tornare, perchè è così che ci hanno fatti, marinai e spettatori smaniosi di unirci a chi salpa, è così che ci hanno fatti e non c'è niente da fare, per un popolo condannato alla solitudine infinita di chi vede andare e venire il mondo sulle propri sponde.

domenica 8 maggio 2011

Lettere dal fronte - dell'amore e d'altri demoni

E dunque, alla fine il famoso film l’abbiamo ‘fatto’. Dico fatto perché poche cose richiedono un maggior impegno fisico per un prodotto che in realtà non esiste. Un film è un’idea, una storia che racconti, ma come tutte le parole, non ha una consistenza incontrovertibile. Un film, come le idee, si può tradire. O rispettare. 
I film, le storie, sono fatte di due livelli di umanità, quello della vita che racconti e quello della vita di chi lo interpreta. 
Ti devi fidare. Sei nudo oltre la pelle, sei tutto lì. E se sei vuoto fa un male cane, perché non c’è verso di nasconderlo. 
Possono truccarti, pettinarti, vestirti quanto ti pare. Ma poi tocca a te. 
A me vengono sempre degli attacchi di terrore puro quando finisce tutta la preparazione. Il truccatore sa quello che deve fare, il parrucchiere pure. Ma l’attore? Non so, forse qualcuno sì, ma io appartengo ad un’altra categoria. Mi nascondo, mi allontano. Coltivo la solitudine che ripulisce lo sguardo, prima di girare. 
È stato il film, no, è stata la cosa più bella e difficile che abbia mai fatto, quel film. 
Hai presente quella sensazione di comunione universale con il mondo intero? 
Ecco, quella. Non sempre, par carità, ma c’è stato un momento così. Eravamo tutti in una stanza, una scena difficilissima – come si rende un dolore che non è tuo? Si rende. Lasciando che ti pervada. Spogliandoti completamente, senza protezioni. C’è una parte morbida e rosea e pudica che devi dare in pasto alla vita se vuoi che funzioni. Non puoi permetterti di averne paura, di avere vergogna. Succede da solo, ad un certo punto. Eravamo in quella stanza, poche persone perché le persone sono energia, e se devi essere tutta la desolazione del mondo è proprio quello di cui devi privarti, questa energia. Poche persone, qualcuno parlava pure, all’inizio. 
Poi è successo. È successo che io me ne sono accorta dopo, ma nell’aria c’era davvero tutta la desolazione di tutti quelli che erano lì in quel momento. Si chiama empatia. Me ne sono accorta dopo, dopo aver pianto per ore e ore perché quando dai la stura è un casino fermarla, ed è quello il prezzo da pagare, ma ne vale la pena. Un silenzio di pietra, sudore freddo lungo la schiena dei presenti e la presenza di spirito del fonico di fare un paio di riprese audio di un pianto che più vero non si poteva. L’assistente alla regia che nel cambio macchina si prende un cazziatone cosmico perché viene ad abbracciarmi mentre io piango, piango, piango come i bambini, come i matti, perché non devi uscire, non ancora. Lo strano meccanismo per cui in qualche modo hai non il controllo, ma la supervisione della situazione, e non ti consenti di riprendere il controllo. 
Di ricordarti che ci sono degli estranei lì e che tu stai piangendo disperatamente, che gli stai raccontando tutti gli affari tuoi. Che potrebbero immaginarsi chissà cosa – perché fa così? Cosa le sarà successo?- ma non lo fanno, non in quel momento. Magari lo faranno dopo, chè la vita è tutta una portineria, ma non in quel momento. 
Ecco, è di questo che stiamo parlando. È una cartina di tornasole della gente. L’altra assistente, quella che assistente che dormiva, ti dice molto del suo spessore umano. 
In quella casa l’aria era irrespirabile. Le assistenti al piano di sotto ci hanno poi raccontato che pur non vedendo niente erano tesissime, sentivano solo piangere piangere piangere e ridere, ridere, ridere, e che c’era qualcosa di malato nell’aria, e non sapevano che fare. 
Ecco, è di questo che stiamo parlando. Il mio partner che alla fine della scena si allontana in lacrime anche lui, chiedendomi scusa per quello che mi aveva fatto. 
(Cosa mi hai fatto? Non mi hai fatto niente, non tu e non adesso, dai, è solo un film. È tutta finzione. Siamo solo degli strumenti. Non mi neanche hai toccata ma vorrei farmi a pezzi in questo preciso istante) 

Perché ti fai male per davvero, solo che non si vede. 
Ci vuole un grande amore per infilarsi in queste situazioni e una grande disciplina per non cedere alla tentazione di proteggersi, perché quando riesce, cazzo, riesce proprio bene. 
Io sono la matta che prima delle riprese non va a mangiare con gli altri, perché il corpo sia pulito e non sia impegnato in nient’altro che fare quello che deve fare. 
Che si nasconde negli angoli per allontanare la vita di quel momento, perché l’animo è come un campo, e va preparato alla semina.

il pescatore.

come un pescatore al riva, mi sento così. la mia barchetta è lontanissima, e io tiro, tiro, tiro questa cima infinita, lunghissima, tiro, tiro, tiro e continuo a tirare, piano piano, non la vedo, non so neanche se c'è ancora, legata alla cima, la mia barchetta.
 la vita è cattiva, magari alla fine troverò che il mare se l'è mangiata, la mia barchetta leggera leggera, un guscio di noce - tutto quello che ho. o non ho più, chissà.
e non puoi dormire, non puoi fermarti, la tua barchetta che non sai neppure se c'è ancora è tutta sola, è sola quanto te, e chissà come sta, quanto sarà ammaccata, anche lei, come sono io. come avrà cambiato faccia - e quanta paura ho di vederlo. non so, anche quando la mia barchetta tornasse a riva, se avrò il coraggio di guardarla. non reggerei di vederla così diversa da come l'ho lasciata. -non volevo lasciarti, è che a riva le stavano incendiando, le incendiavano tutte, ho pensato che in mare saresti stata meglio. ma sono vigliacca e ho tenuto la cima in tasca, l'ho sempre tenuta in tasca, avvolta intorno alla coscia, sotto i vestiti, dove non si vedesse. guarda! sono piena di lividi qui qui e qui, quando la cima tirava troppo e stringeva, mi ha maciullato la pelle, guarda. no, non guardare, non guardare. e poi, non sei tenuta a trovarla una cosa interessante. -guarda la mia coscia destra, guarda. il livido corre tutt'intorno alla gamba, perfetto e nettissimo. potrei raccontarti ogni volta che tirava, e dovevo fermarmi e sperare solo che la corda non si spezzasse. perché tu saresti approdata da qualche parte, forse. ma io come faccio a tornare a casa, come faccio.
come faccio.
per cui adesso resto a riva, come un pescatore stanco, e tiro, tiro tiro questa cima infinita e lunghissima, e mi chiedo come nasconderò i calli alle mani se mai la vedrò spuntare.