E dunque, alla fine il famoso film l’abbiamo ‘fatto’. Dico fatto perché poche cose richiedono un maggior impegno fisico per un prodotto che in realtà non esiste. Un film è un’idea, una storia che racconti, ma come tutte le parole, non ha una consistenza incontrovertibile. Un film, come le idee, si può tradire. O rispettare.
I film, le storie, sono fatte di due livelli di umanità, quello della vita che racconti e quello della vita di chi lo interpreta.
Ti devi fidare. Sei nudo oltre la pelle, sei tutto lì. E se sei vuoto fa un male cane, perché non c’è verso di nasconderlo.
Possono truccarti, pettinarti, vestirti quanto ti pare. Ma poi tocca a te.
A me vengono sempre degli attacchi di terrore puro quando finisce tutta la preparazione. Il truccatore sa quello che deve fare, il parrucchiere pure. Ma l’attore? Non so, forse qualcuno sì, ma io appartengo ad un’altra categoria. Mi nascondo, mi allontano. Coltivo la solitudine che ripulisce lo sguardo, prima di girare.
È stato il film, no, è stata la cosa più bella e difficile che abbia mai fatto, quel film.
Hai presente quella sensazione di comunione universale con il mondo intero?
Ecco, quella. Non sempre, par carità, ma c’è stato un momento così. Eravamo tutti in una stanza, una scena difficilissima – come si rende un dolore che non è tuo? Si rende. Lasciando che ti pervada. Spogliandoti completamente, senza protezioni. C’è una parte morbida e rosea e pudica che devi dare in pasto alla vita se vuoi che funzioni. Non puoi permetterti di averne paura, di avere vergogna. Succede da solo, ad un certo punto. Eravamo in quella stanza, poche persone perché le persone sono energia, e se devi essere tutta la desolazione del mondo è proprio quello di cui devi privarti, questa energia. Poche persone, qualcuno parlava pure, all’inizio.
Poi è successo. È successo che io me ne sono accorta dopo, ma nell’aria c’era davvero tutta la desolazione di tutti quelli che erano lì in quel momento. Si chiama empatia. Me ne sono accorta dopo, dopo aver pianto per ore e ore perché quando dai la stura è un casino fermarla, ed è quello il prezzo da pagare, ma ne vale la pena. Un silenzio di pietra, sudore freddo lungo la schiena dei presenti e la presenza di spirito del fonico di fare un paio di riprese audio di un pianto che più vero non si poteva. L’assistente alla regia che nel cambio macchina si prende un cazziatone cosmico perché viene ad abbracciarmi mentre io piango, piango, piango come i bambini, come i matti, perché non devi uscire, non ancora. Lo strano meccanismo per cui in qualche modo hai non il controllo, ma la supervisione della situazione, e non ti consenti di riprendere il controllo.
Di ricordarti che ci sono degli estranei lì e che tu stai piangendo disperatamente, che gli stai raccontando tutti gli affari tuoi. Che potrebbero immaginarsi chissà cosa – perché fa così? Cosa le sarà successo?- ma non lo fanno, non in quel momento. Magari lo faranno dopo, chè la vita è tutta una portineria, ma non in quel momento.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. È una cartina di tornasole della gente. L’altra assistente, quella che assistente che dormiva, ti dice molto del suo spessore umano.
In quella casa l’aria era irrespirabile. Le assistenti al piano di sotto ci hanno poi raccontato che pur non vedendo niente erano tesissime, sentivano solo piangere piangere piangere e ridere, ridere, ridere, e che c’era qualcosa di malato nell’aria, e non sapevano che fare.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. Il mio partner che alla fine della scena si allontana in lacrime anche lui, chiedendomi scusa per quello che mi aveva fatto.
(Cosa mi hai fatto? Non mi hai fatto niente, non tu e non adesso, dai, è solo un film. È tutta finzione. Siamo solo degli strumenti. Non mi neanche hai toccata ma vorrei farmi a pezzi in questo preciso istante)
Perché ti fai male per davvero, solo che non si vede.
Ci vuole un grande amore per infilarsi in queste situazioni e una grande disciplina per non cedere alla tentazione di proteggersi, perché quando riesce, cazzo, riesce proprio bene.
Io sono la matta che prima delle riprese non va a mangiare con gli altri, perché il corpo sia pulito e non sia impegnato in nient’altro che fare quello che deve fare.
Che si nasconde negli angoli per allontanare la vita di quel momento, perché l’animo è come un campo, e va preparato alla semina.
I film, le storie, sono fatte di due livelli di umanità, quello della vita che racconti e quello della vita di chi lo interpreta.
Ti devi fidare. Sei nudo oltre la pelle, sei tutto lì. E se sei vuoto fa un male cane, perché non c’è verso di nasconderlo.
Possono truccarti, pettinarti, vestirti quanto ti pare. Ma poi tocca a te.
A me vengono sempre degli attacchi di terrore puro quando finisce tutta la preparazione. Il truccatore sa quello che deve fare, il parrucchiere pure. Ma l’attore? Non so, forse qualcuno sì, ma io appartengo ad un’altra categoria. Mi nascondo, mi allontano. Coltivo la solitudine che ripulisce lo sguardo, prima di girare.
È stato il film, no, è stata la cosa più bella e difficile che abbia mai fatto, quel film.
Hai presente quella sensazione di comunione universale con il mondo intero?
Ecco, quella. Non sempre, par carità, ma c’è stato un momento così. Eravamo tutti in una stanza, una scena difficilissima – come si rende un dolore che non è tuo? Si rende. Lasciando che ti pervada. Spogliandoti completamente, senza protezioni. C’è una parte morbida e rosea e pudica che devi dare in pasto alla vita se vuoi che funzioni. Non puoi permetterti di averne paura, di avere vergogna. Succede da solo, ad un certo punto. Eravamo in quella stanza, poche persone perché le persone sono energia, e se devi essere tutta la desolazione del mondo è proprio quello di cui devi privarti, questa energia. Poche persone, qualcuno parlava pure, all’inizio.
Poi è successo. È successo che io me ne sono accorta dopo, ma nell’aria c’era davvero tutta la desolazione di tutti quelli che erano lì in quel momento. Si chiama empatia. Me ne sono accorta dopo, dopo aver pianto per ore e ore perché quando dai la stura è un casino fermarla, ed è quello il prezzo da pagare, ma ne vale la pena. Un silenzio di pietra, sudore freddo lungo la schiena dei presenti e la presenza di spirito del fonico di fare un paio di riprese audio di un pianto che più vero non si poteva. L’assistente alla regia che nel cambio macchina si prende un cazziatone cosmico perché viene ad abbracciarmi mentre io piango, piango, piango come i bambini, come i matti, perché non devi uscire, non ancora. Lo strano meccanismo per cui in qualche modo hai non il controllo, ma la supervisione della situazione, e non ti consenti di riprendere il controllo.
Di ricordarti che ci sono degli estranei lì e che tu stai piangendo disperatamente, che gli stai raccontando tutti gli affari tuoi. Che potrebbero immaginarsi chissà cosa – perché fa così? Cosa le sarà successo?- ma non lo fanno, non in quel momento. Magari lo faranno dopo, chè la vita è tutta una portineria, ma non in quel momento.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. È una cartina di tornasole della gente. L’altra assistente, quella che assistente che dormiva, ti dice molto del suo spessore umano.
In quella casa l’aria era irrespirabile. Le assistenti al piano di sotto ci hanno poi raccontato che pur non vedendo niente erano tesissime, sentivano solo piangere piangere piangere e ridere, ridere, ridere, e che c’era qualcosa di malato nell’aria, e non sapevano che fare.
Ecco, è di questo che stiamo parlando. Il mio partner che alla fine della scena si allontana in lacrime anche lui, chiedendomi scusa per quello che mi aveva fatto.
(Cosa mi hai fatto? Non mi hai fatto niente, non tu e non adesso, dai, è solo un film. È tutta finzione. Siamo solo degli strumenti. Non mi neanche hai toccata ma vorrei farmi a pezzi in questo preciso istante)
Perché ti fai male per davvero, solo che non si vede.
Ci vuole un grande amore per infilarsi in queste situazioni e una grande disciplina per non cedere alla tentazione di proteggersi, perché quando riesce, cazzo, riesce proprio bene.
Io sono la matta che prima delle riprese non va a mangiare con gli altri, perché il corpo sia pulito e non sia impegnato in nient’altro che fare quello che deve fare.
Che si nasconde negli angoli per allontanare la vita di quel momento, perché l’animo è come un campo, e va preparato alla semina.
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