Ti mangerò il cuore,
ché non faccia più male,
ché tu non senta più,
Ti strapperò gli occhi e,
sturando la memoria,
i ricordi usciranno come puledri assetati
scapperanno da te come tu non fuggi da loro.
E disegnerò un cerchio sotto ai tuoi piedi,
e lì, cieco, ti lascerò correre
finché saranno abbastanza lontani
da non sentirne più l’odore,
finché non saprai cosa ti ingrossa il fiato,
e siederai a riposare,
e non sentirai più,
non saprai più.
E ti strapperò i
capelli, e i denti e la lingua,
non avrai memoria di carezze e di rabbia
e nessun nome da
saper pronunciare.
Diseducato, il muscolo morbido attenderà parole nuove,
suoni incoscienti,
ché un nome o uno zampillo, un fischio, un’esplosione
siano solo suoni.
Ti strapperò le unghie per tutte le volte
che le hai conficcate nel palmo
e ti coprirò le dita di stracci colorati
per farti giocare.
Conserverò io la tua pena.
Conserverò io ciò che è andato perduto.
Perduto te, e perduta me,
conserverò il mio peccato
curerò le tua piaghe,
riempirò stanze e giardini di fili colorati e fontane
e non avrai più dolore, e accoglierò la mia colpa.