domenica 11 marzo 2012

cosmetica tassidermica.

mi si crepa la faccia.

la pelle
secca
si spacca.

è un cosmetico che richiede disciplina e solitudini mirate,
il silenzio assenso.
non chiedere, chiedersi sempre di più.

disciplina tassidermica,
aprirsi il ventre perchè il nascituro non muoia,
e sapere esattamente a che punto chiuderlo,
perchè non ne esca il silenzio che devi inghiottire.

mangia, sputa, urla, grida
con in gola uno straccio bagnato,
ficcatelo giù in gola, tu
che altrimenti la pelle cede
le impalcature  -mi reggo sul nulla-
non reggono la pelle - che si affloscia.

e solo chi è stato già amato per sempre è per sempre giovane.

io non c'ero, io non ci sarò.

il mio ventre vuoto non può svuotarsi.

e ogni notte all'alba mi sento morire.

sabato 3 marzo 2012

come l'acqua

forse ho solo bisogno di un buon amico, di un buon bicchere di vino o di un buon medico.

questo mio cuore di pane.

tu lo sai che non ho perdonato, e non ho dimenticato. lo sai tu e lo so io, che poi è la stessa cosa. non ho perdonato, non perdono, nè me, nè tutti, perchè poi alla fine cosa cambia, non perdonare solo qualcuno. sarà anche dargli troppa importanza, ma è importante, perdio.
così importante da meritare un'esclamazione ridicola.

se è vero che è una ruota, e che siamo destinati a tornare, ci sarà tempo per una vendetta. ci sarà tutto il tempo del mondo. per rinascere e no ricordare, e una vita dopo l'altra avere questo solletico alla base del collo, i peli che si rizzano per un motivo non meglio dientificato, fino alla consapevolezza. e se poi il mio nemico sarà diventato pietra per allora, ci sarà ancora altro tempo, e altro tempo ancora, per scoprire come si parla ad na pietra. dove ha gli occhi una pietra, una foglia, una goccia, quello che sia, tutto ha occhi, tutto si può scrutare in fondo e fargli sapere che ovunque, sempre, prima o poi, sarò lì.
se invece è tutto destinato a perdersi nel raggio di un filo di perle, che la vita è uno sputo e poco più, allora forse - forse - potrebbe valere la pena aspettare la fine. e vedere se sparendo, sparisca anche tutto questo con me.
non ho perdonato, e non ho dimenticato.
quello che mi è stato soffiato via - soffiato, non solo strappato. soffiato come la sabbia negli occhi, che aceca e distrae e improvvisamente - sei a piedi in mezzo al deserto. senza vestiti. senza pelle. solo sole, sabbia, e gli occhi dei corvi. e io, io vorrei solo morire ad ogni risveglio in mezzo alla dune.

questo mio cuore di pane.
il tempo e il dolore mi hanno arato il petto come lunghi pettini d'acciaio appuntito e grosso, queste zampa d'orso che mi hanno sfondato il petto - e mi manca il respiro. e scavano, scavano, continuano a grattare le ossa, quello che rimane della mia carne a tenere uniti i buchi, questo mio petto sfondato, sfondato, che è un gesto brutale quanto il suono stesso della parola.
sfondato è più che distrutto, schiacciato, squariciato, mutilato. è tutto insieme. l'impalcatura che regge la tela e la ela insieme sono compromesse.
si chiedono perchè. in fondo non ci sono grandi dolori, qui dentro.
è solo successo che in città è arrivata la peste, e sono morti tutti. quelli che prima stavano bene, e quelli che stavano così così. semplice. non serve avere una grave malattia per morire di peste.

non ho dimenticato, e non ho perdonato. sopravvivere costa come l'acqua. irrifiutabile. non trattabile.
io non ho dimenticato. 

la diga e il serpente

come quando a cinque anni, e poi a quindici, cammini per strada e ad un certo punto ti assale l'angoscia. una tristezza spessa, pesante, umida. cammini per inerzia, e non sai dove andare, anche se in raltà sai perfettamente dove stai andando -a scuola,a casa, a lavorare. non è quello il punto. il tuo corpo lo sa e tira dritto, perchè è sempre un po' più intelligente della testa, tira dritto (la salvezza della strada dello scecco, già) ma nel frattempo è come se stessi andando non si sa dove. vorresti tagliare per un'altra strada, allungare, non arrivare a destinazione, perchè poi? poi? poi ti siederai -sul divano, su una sedia, alla scrivania- e non ci sarà niente da fare. finchè cammini per strada nessuno si accorge della tua faccia, di che colore è, o di quanto possa essere umida o tesa. cammini, tiri dritto, e tutti fanno altrettanto, e puoi anche farti venire un piccolo attacco d'asma, nessuno se ne accorge, non importa, cammini e fendi l'aria come fosse chissà quale spavalderia, e certo, brava, fendi l'aria, stronzetta, e poi prendi a facciate i muri, tanto la differenza la conosci perfettamente. stupida. stupida idiota. e quindi cammini, acceleri il passo e puoi sentirla, si si, puoi proprio sentirla, la scia umida che ti pende dalle spalle, come una sciarpa, come un fronzolo che ondeggia attaccato alle scapole mentre cammini.
scampoli d'ansia, piccoli attacchi di panico a metà prezzo. solo pret a porter, che in metro, con la folla, qualsiasi oggetto di qualità superiore e di trama più delicata andrebbe in pezzi.
te lo porterebbero via.
borseggiatori di stati d'animo. un sacco di gente lo fa. qualcuno per solitudine, qualcuno per collezionismo. qualcun altro perchè è semplicemente un essere umano e, in quanto tale, un essere aberrante.
e mentre cammini a testa bassa e magari parli da solo, non proprio come i matti ma come gli scemi si, ti fai scappare un paio di ansimi asmatici o impauriti, poco cambia, il suono è quello, irritante. irritante perchè suona come una richiesta d'aiuto, e la gente si irrita quando qualcuno chiede aiuto prima di lei. era il mio turno, cazzo, e adesso invece devo aiutare te. vaffanculo. stronza. debole di merda.
era il mio turno, cazzo.
e così via.
quindi magari te lo lasci sfuggire, ma quando non c'è nessuno troppo vicino. non proprio che non ci sia nessuno intorno, in fondo il dolore esce sempre quando c'è qualcuno all'orizzonte. non troppo vicino, ma visibile.
vedi una persona che ride e scoppi in lacrime. la vicina che porta a spasso il cane. e poverina, è pure brutta, c'è poco da autocommiserarsi a vederla. ma tant'è, pure lei è una buona scusa.
come tutte le dighe del mondo, basta un buchino. una puntura di spillo. e neanche quello, in realtà.
a dimostrazione che le dighe a volte servono solo a fare montare la corrente più forte. un fiume che diventa un serpente d'acqua, enorme e invincibile e arrabbiato e così forte, così ridicolmente più forte di te che ti senti un cretino ad aver costruito la tua cazzo di ridicola, minuscola diga.
tanto, anche se non si fosse bucata, l'avrebbe saltata, prima o poi.
e tu lo sapevi, l'hai sempre saputo. stava lì, seduto, sbuffando vapore dalle narici, con la faccia divertita. arrotolato su se stesso, comodo, a fumare e conversare con te al di là della tua diga.
tanto lo sai che prima o poi arrivo.
tanto lo sai che prima o poi arrivo e ti mangio.
ti dirò di più.
sai anche quando lo farò.

il sonno, gli animaletti, le montagne

sono secoli che non dormo. centinaia di anni, migliaia di giorni e un numero spaventoso di ore, minuti e secondi che non dormo. attraversare un luogo e non fermarsi, mi fermo più avanti, quando trovo un posto riparato. magari più in là, quando trovo anche un corso d'acqua nelle vicinanze, inventare motivazioni perfettamennte funzionali che non lasciano spazio a nessun disaccordo con se stessi, perchè la logica è pur sempre un'ottima scusa per qualunque cosa.
secoli che non dormo, e questo non erve, però, perchè non è la lucidità l'arma afferrata dal lato sbagliato, e la luce è sempre piena, e no smussa gli angoli e non copre le tappezzerie cadenti, così come smaschera altrui perfezioni immediatamente così vicine e parallele e perfettamente cortesi e sorridenti che fanno due volte più male. una luce perfetta, piana, uniforme, biancoavorio, senza pulviscolo e senza tendaggi.
non dormo da secoli e sono animaletti piccoli e verdi che saltano e ridono e dalle orecchie entrano dentro la testa, dietro gli occhi, dentro i femori, e ridono, saltano, e parlano, parlano, parlano. saggiano con le zampette e con i dentini il terreno morbido, e sono milioni di punture di spillo sulla carne tenera, milioni punture di spillo che non mi lasciano dormire, perchè hanno la ferocia dei bambini, e vogliono solo giocare, e lo fanno, lo fanno con totale coerenza. animaletti verdi e piccoli e con denti e zampette e unghiette e vocine.
non dormo da secoli e sono così stanca. vorrei dormire per giorni, mesi, anni. giorni, mesi, anni, secoli, dormire con loro, che a mandarli via non resterebbe probabilmente molto di me, ci reggiamo in piedi a vicenda.
dormire con loro e non sognare, dormire come dormono le montagne. lasciarmi erodere da fuori. lasciare scivolare via un pezzetto alla volta la pelle inseme a quello che vi scorre sopra.
e non farebbe male. chi dorme è invulnerabile. perchè non vi è nessun piacere a colpire chi non può vederti.

l'acqua e la buccia

spaccarmi il naso, i denti, riempirmi la bocca di sangue e sentire il sapore che hanno le ossa e la carne quando sono ancora calde e pulsanti. cadere di faccia, a braccia aperte e non cercare nemmeno di mettere le mani avanti, che servirebbe solo a ferire anche loro, e non serve, non è quello che mi serve. le stimmate al prossimo giro, adesso solo facciate contro il pavimento, e che si adi terra battuta, o di linoleum, che bruci aoltre a spaccare, una striscia ustionata sulla pelle a racchiudere ossa e denti e carne e sangue e saliva e tutto quello che di reale può uscire da questa mia bocca. spaccarmi la faccia perchè sia nudo, il mio volto.
farmi male, e ricominciare.
perchè tutti prima o poi ti fanno del male, e allora è meglio farlo subito, togliamoci il pensiero e così forse potròò credere che sia finita qui, e che il rsto sia una strada in discesa.
una strada primaverile in discesa.
cosa fiorisce in primavera?
pensavo ai ciliegi, ma sono troppo ignorante per esserne sicura, e anche se in primavera fiorisce un po' di tutto questo potrebbe tranquillamente essere uno di quei casi in cui ti sbagli clamorosamente, la famosa eccezione del cazzo.
rami di ciliegio e rami di pesco. ah, i mandoli. sono belli i mandorli in fiore.
e le zagare. indimenticabili.

e con la faccia spaccata forse non ne sentirò l'odore, m il profumo delle zagare è già dentro di me, non mi serve il naso. e poi il naso è traditore, non mi fa più sentire il profumo dei garofani, funziona meglio la memoria dell'olfatto, quindi vaffanculo al naso.
la faccia non serve, ancoa una volta.

se solo potessi strappare tutta questa pelle. sbucciarmi, così, semplicemente. uscirne scivolando come da una sottoveste.
toglierla tutta e abbandonarla in un angolo, come certi brandeli di stoffa in certe case abbandonate. liberarmene con un gesto, e spingerla via con il piede, come si fa con gi abiti abbandonati degli amanti.
perderla e andarmene via. sparire nell'acqua. acqua dolce, che non mi appartiene, ma se potessi sbucciarmi senza troppo dolore forse anche l'acqua salata non brucerebbe.
scivolare sott'acqua, e non dover sentire, e vedere appannato quel tanto che basta per non cogliere le sfumature obbrobbriose.

e non potermi spaccare la faccia perchè l'acqua attutisce il colpo,
e poi, non servirebbe. non servirebbe più.

come quando si sgozzano i maiali


come quando si sgozzano i maiali.
anche a starci attenti, si fa un casino incredibile. per forza: è un animale grosso, il maiale. è forte, e pesante.
e come tutti gli animali del mondo, quando ha paura, ma la paura quella vera, la paura di chi sa che sta per morire, impazzisce, e non lo tieni fermo tanto facilmente.
come le aragoste, che se solo fossero più grosse non sarebbe una passeggiata cucinarle vive.
dei mostri rossi, spaventati e terribilmente incazzati, tutti antenne e chele.
ma insomma, il maiale.
lo sgozzi. muore dissanguato. ci mette un sacco, credo.
non ho mai sgozzato niente, nè un maiale nè altro, ma credo ci metta un po'. non credo sia una morte pietosa, e poi a fare due conti stupidi, per quanto è grosso avrà un sacco di sangue da buttare prima di morire.

mi dicevano l'altra sera che, dopo, viene buttato nell'acqua bollente, ma non mi ricordo il perchè. ricordo però che certo, il dubbio che non ci sia un coroner in zona ad accertare l'avvenuto decesso ci abbia legittimati a credere che spesso il maiale sia ancora vivo.

è uno di quei lavori che anche se lo fai in modo pulito immagino si faccia un casino che nemmeno il più prolifico palahniuk.
ma non credo che si faccia mai in  modo 'pulito', e non mi riferisco al senso etico del termine.

non mi riferisco alla sfiducia morale che ho nei confronti del genere umano, che sempre c'è stata e ultimamente è diventata sconforto.
uno sconforto così netto da essere quasi rasserenante. non c'è niente da fare, prima o poi tutti, tutti ti fregheranno, che tu ti fidi o no, succederà.
pace. non mi fido del mio istinto, non mi fido della mia razionalità.
e quando prendi atto di essere totalmente cretino, beh, a quel punto la paura è osì grande che prima o poi i passi sopra, paradossalmente.
ma questo è un altro discorso.

parliamo di maiali sgozzati.

la mia sfiducia è metodologica e sistemica: le persone non sono sufficientemente pregne di senso del dovere per fare bene un lavoro.
per questo non mi fido.
se davvero sapessero sgozzare i maiali come si deve, allora andrebbe anche bene, magari inventerebbero un modo per fare meno casino, oltre che per farli soffrire di meno, non fosse altro che per la praticità che un maiale meno sofferente è un maiale che si fa meno fatica ad ammazzare.
ma no. alla gente non importa nemmeno l'aspetto pratico della cosa, e questo è grave. sopattutto quando si fa unacosa con un rituale simile ad un metodo.

la verità è che non esiste prova provata dell'innocenza di nessuno. e che prima o poi paghiamo tutti per le colpe di qualcun altro, quindi in fondo forse non serve nemmeno sforzarsi di restare quanto più puliti possibile, tanto prima o poi passerà uno che ha appena sgozzato un maiale e ti schizzerà. e ti sentrai sporco ugualmente, anche se non sei stato tu.

la verità è ci sono rimasta così male. così male. così male.
perchè se fosse solo una festa sgozzare il maiale, andrebbe ancora bene.
il carnevale è la porta del'apocalisse, la legittimazione della stortaggine, l'esorcizzazione del desiderio e della paura. e infatti è tollerabile una volta l'anno, di più sarebbe impossibile, siamo tutti troppo paurosi per tollerarlo più a lungo.

il problema è che sgozzare il maiale è un mestiere, e se uccidere qualcuno per puro diletto mi riesce ancora comprensibile, farlo a fini pratici mi sembra abominevole.

porto d'inverno - a mia sorella

il mio porto d'inverno.
solida, serena, sempre, bella della bella di un quadro del giorgione. tu con le tue braccia sempre aperte per me. tu con i il tuo sorriso quando vinco e quando perdo. tu che mi porti acqua fresca con le tue mani quando le mie non ce la fanno. tu che sei candida senza dover essere accecante.
sei bianca come il latte, sei bianca come il lino al sole. come il cuore del grano, come la farina, come tutte le cose buone e sane e giuste di questo schifosissimo mondo.
tu che compensi sempre il mio malessere con la tua stabilità, eppure so che anche tu hai un cuore ferito. ma ame non lo hai mai sbattuto addosso, non hai mai sporcato i miei vestiti con il tuo sangue, anche quando l'ho cercato io, perchè era giusto così.
onora il grano, onora la terra, onora le cose pulite, questi sono i comandamenti che ogni uomo dovrebbe avere a questo mondo.
tu che mi hai sempre tenuta per mano.
ti ho vista gioire quelle rare volte che ho tagliato il traguardo, e non solo quando l'ho tagliato per prima, perchè a te basta che io ci arrivi, per esserne felice.
mi hai coperta quando pioveva.
lo fai sempre, da sempre e per sempre.
e quando il mio cuore è un arnese scomposto e vago come una barchetta di carta nell'oceano, tu arrivi e gentile come una madre dovebbe essere, tu mi ricomponi, mi parli, mi culli.
tu sai tirare fuori il mio dolore e lenirlo.
sei la stanza più sicura che abbia mai avuto. posso chiudermi dentro, e nessuno mi farà del male.
posso gridare, o posso dormire, posso giocare ai lego o prendere i muri a testate, tu sei lì, mi lasci fare, e poi mi prendi per mano quando è abbastanza, e mi lavi il viso, mi ravvii i capelli, mi fai respirare come nel sonno. quel respiro regolare, il sonno dei giusti.
il mio cuore spezzato, le mie gambe piene di lividi, i nodi nei miei capelli e le mie mani arrossate.
tu non mi fai sentire brutta nonostante tutto. mai. e quando non voglio guardarmi tu tiri le tende e mi racconti una storia.
e non lo sai, lo fai così, con naturalezza.
proserpina lieve sei tu, e io con te mi sento grano e non pula.
il mio porto d'inverno. la mia tana, casa, madre e chiesa in cui rifugiarmi quando fuori infuria la peste e impazza la guerra. sempre. da sempre. per sempre, la parte migliore di me.

aprile

ha un suono gentile, aprile.
ha il suono di un tempo che arriva dopo il fango autunnale e i ghiacci invernali. ha il suono delle foglie tenere che si spiegano nuovamente, e pazienza per ciò che è morto. è nella natura delle cose. e la natura non è gentile. non è clemente. e non è giusta. che poi, cosa sia giusto o meno, per la natura, non lo so. per la natura è giusto che un ragno intessa la tela intorno ad un insetto ignaro e lo digerisca ancora vivo, prima ancora di mangiarlo.questa, è la natura.
per quello esistono le parole.
per addolcirla.
aprile.
a pri le.
suona dolce. suona come il pistillo di certi fiori viola, quelli che tutti da bambini abbiamo assaggiato. perfino io, e fiori ce n'erano già pochi.
però, però mi ricordo che i garofani profumavano ancora, all'epoca. non profumano più. e io, maledizione, mi sto dimenticando l'odore dei garofani.
aprile non è primavera e non è estate. aprile è a metà strada, come lo stato di grazia.
aprile è la luce che invade le stanze e ti fa vedere il pulviscolo, ma soprattutto lo fa sembrare bello. ed è la bellezza quella che manca, in realtà.
è un calore della luce diverso, è una sensazione tattile. non è caldo, è tiepido, è il tepore del fiato sulle mani, è delicato. è stirarsi senza tendersi troppo, senza dolore.
è una musica. e forse è solo di questo che ho bisogno.
di lentezza. di un rifugio tiepido. di un po' di luce, non troppa. ma sono stanca di antri oscuri e oddio! di tutto questo epico, epicissimo piangersi addosso.
lentezza. un po' di luce.

aprile.