sabato 30 aprile 2011

la valigia.

"impossibile", "difficile" sono parole che hanno una funzionalità trasversale. ti insegnano a pensarle, e più le pensi più acquistano spessore, diventano concrete, tangibili. ti controlla chi ti insegna queste parole.
impossibile, non si può fare. non che se non lo pensi le cose divengano magicamente semplici, tuttavia ci ti insegna a credere che il tuo personalissimo microcosmo sia circondato da un muro impossibile, ecco, chi te lo insegna ti sta fottendo.
si prende la tua libertà, la tua autostima. ti fa credere che l'unica cosa che ti rimane da fare sia sederti a apingere da qualche parte.
l'armadio  troppo alto.
la valigia troppo pesante.
la strada troppo lunga.
è impossibile, non ce la farò mai.
le parole ti fottono quando sei più fragile, ma lavorano dentro di te tutta la vita.
sali sulla sedia per prender la tua pesantissima valigia sopra un altissimo armadio e già senti che non potrai arrivarci da sola. la prendi, e ti viene un attacco dansia mentre hai le braccia tesissime e cerchi di bilanciarne il peso perchè non cada tutto, tu, la valigia, l'armadio. e vorresti poterti sciogliere in lacrime, MA siccome non c'è nessuno ad aiutarti, la verità è che, semplicemente, non puoi. quindi inqualche modo tiri giù la tua valigia e magari riesci anche a non fare troppi danni.
ecco, adesso puoi piangere. puoi desolarti per la tua solitudine, perchè sei sola solissima come i bambini quando sono soli. puoi fermarti in mezzo alla strada perchè la valigia pesa troppo e tu non ce la fai proprio a trascinarla ancora, e cazzo, non c'è nessuno a darti una mano a trasportarla, perchè c'è sempre altro da fare. però il treno devi prenderlo, in qualche modo.
è quell' "in qualche modo" che spariglia le carte all'"impossibile". non è il tuo coraggio, la tua forza, no, è la potenza incontrastabile del fatto che nella vita ci si arrangia.
il potere cosmico dell'impossibilità messo in discussione da questa cosa così micragnosa che l'arrangiarsi. suonano anche in maniera decisamente diversa, tanto pomposa  una parola quanto popolana l'altra.

puoi piangere per giorni interi, ma solo quando non hai altro da fare, e quello è lo spazio che lasci all'impossibile. è impossibile che tu non pianga, quando le cose vanno così male che la tua immaginazione riesce a concepire che il fondo non sia ancora stato toccato, e tuttavia non riesce a immaginare che le cose possano migliorare, prima o poi, in qualche modo.
puoi piangere come un cretino mentre sei in metro, in treno, per strada, tanto non ti vede nessuno, ma quando devi lavorare, fare la valigia, farti la ceretta, la tinta, no. sorpasso in curva della necessità, e scatta qualcosa. non piangi più, ti rimetti la desolazione in tasca e la tieni al caldo per dopo, certo, ma non adesso. hai una cazzo di valigia pesantissima in mano, sei all'impiedi su una sedia e ormai la valigia l'hai in mano, non puoi nè rimetterla su, che non ce la faresti, nè restare così, che le braccia un due tre e ti cederanno.
impossibile è la parola che ti mette in testa chi vuole fotterti. chi ti taglia le gambe per sembrare più alto di te, chè tu sia zoppo per sempre purchè io possa sembrare alto.
chi vuole toglierti lo spazio, la'ria. chi vuole che tu abbia sempre paura, di tutto. che tu non provi nemmeno a prendere la valigia, attraversare la città con un peso che ti spezza le braccia, figurarsi se proverai mai a fare qualcosa, qualunque cosa, una volta ridotto così.
la natura non ha pietà, e neanche la forza di gravità, se è per questo.

domenica 10 aprile 2011

spiare ai funerali.

io non so davvero se ci sei, o no. o come ci sei, magari. non so neanche cosa vorrei.
parliamo di buone scuse per fare le cose. ne ho cercata una per un pezzo, ma non l'ho trovata. i sorveglianti mi hanno fregata, e ci siamo andati di mezzo tutti. qualcuno un po' meno, ma alla fine pure questi ci sono andati di mezzo. ci ho provato, giuro che ci ho provato. ho pensato che se avessi messo in mezzo il mio corpo avrei fatto da scudo a quello che stava succedendo, tanto in un modo o nell'altro io mi sarei presa comunque il camion in faccia, percui mi sembrava economico, diciamo, prendermelo il più possibile solo io.
non ho tenuto conto che non è vero che chi muore tace e chi resta si dà pace. non lo è sempre, quantomeno.
non ho pensato che forse non era nè utile nè intelligente, e che la vita non è fatta nè di cose utili nè di cose intelligenti.
e poi, mi ero messa di traveso, ma mi ci sono messa a cazzo, perchè ho continuato a gardarmi indietro per tutto il tempo. sono stata vigliacca, e ho cercato di tenere sempre inmano un filo, anche uno solo, che mi tenesse legata alla riva. che ricordasse alla riva che io c'ero, dispersa da qualche parte ma c'ero. e questa è una cosa vigliacca. ho cercato di sapere sempre, di nascosto, se la riva si fosse ripopolata. e ho sempre sperato che non fosse così, che fosse sempre desolata e al più squassata dal maltempo.
e non ho considerato che è una gran vigliaccata fare il martire, e che la gente si incazza con i martiri o presuni tali.
e ha ragione.
martire un cazzo, hai fatto la tua scelta, e di me non te n'è mai importato niente. volevi andare alla deriva, volevi affogare e come se non bastasse, volevi che tutti lo sapessimo e restassimo qui a piangerti.
non è così che va la vita, ragazza.
non è che ti suicidi per poi spiare chi viene al tuo funerale. o ti suicidi, o spii. se riesci a fare entrambe le cose, vuol dire che stai mentendo.
percui adesso mi tengo il batticuore di seconda mano che mi viene ogni volta che non ci sei. quello, che ti piaccia o no, è mio.

martedì 5 aprile 2011

scudo.

niente scuse. niente scuse perchè le scuse sono una gran fregatura, un alibi per non fare niente, e continuare a tollerare, o a non tollerare, ma continuare. niente scuse perchè a forza di scuse mi sono persa per strada, e questo controllo sottile e permanente e anche solo supposto è pesante e presente, e mi sono stancata. perchè che cos'è che sto giustificando? il mio errore, il mi ofallimento. la mia debolezza, che si veste di coraggio e stoicismo per non combattere. coraggio di che? di non proteggermi. questa storia che si fa scudo con il proprio corpo a ciò che si ama è una cazzata. perchè il corpo si distrugge, e con esso ciò che si è amato. il corpo diventa uno straccio sfilacciato, e attraverso le fibre spezzate passano acidi e sole, e tutto si distrugge. bisognava combattere, tanto non si muore. solo, è faticoso. fare scudo con il propro corpo è così semplice. uno si dice che è coraggioso, ma pigro e vigliacco. a proteggere con me stessa ciò che amavo dalle bordate dei sorveglianti mi sono strappata e persa per strada,e adesso non ho più niente. non ho ciò che amavo, e ciò che amavo non so che volto ha, come sarà cambiato, se esiste ancora.
il tempo è un grande cosmetico. siamo tutti così belli a distanza. non abbiamo paura di nente, e se l'abbiamo è così dolce, così delicata. è una paura che non puzza, che non suda.
niente scuse, perchè sono stanca di vergognarmi per me e per te, di chiedere scusa per me e per te. di dovermelo dire da sola che nessuno è innocente. perchè è vero che non esistono innocenti.
vittime lo siamo tutti, ma non è un granchè nobile.