martedì 29 novembre 2011

la cura.

è difficile dirlo. se non sappiamo amare, se non sappiamo farci amare, a volte.
ho passato mesi a pensar il peggio di te perché mi avevi lasciata andare al macello, e tutto quello che avevi saputo fare era stato scrivere una canzone triste, a maggior gloria (tua?). ho passato mesi a dirmene di tutti i colori, perché me n'ero andata.
la verità è che quando hai il cuore gonfio non c'è niente che ti salvi. neanche prenderti cura di un altro.
per ogni volta che tu sei andato via e ti ho ripreso, perché questo, anche questo, é il mio modo di amare, riprenderti, non andarmene quando vai ia e mi lascia in mezzo alla strada, aspettare, smorzare. per ogni volta, mi si è rotto un pezzettino dentro, si è scheggiato lo stomaco, e questa scheggia, maledizione a me, me la conservo gelosamente. è un ago che prima o poi mi pianterà nel cuore e mi ucciderà, ma che vuoi farci?
quando hai il cuore così gonfio, è troppo più facile che la scheggia lo prenda.
il mi cuore rosso e gonfio come un be pomodoro maturo, pieno di succo e morbido e sodo, ché più è sodo più la scheggia entra meglio.

ho fatto quello che sapevo fare. mi sono messa sul tavolo al posto tuo e ti ho messo il mio stomaco sotto i ferri. solo così sapevo proteggerti, solo così sapevo curare il mio dolore, ma non è una cura, non da sola, quantomeno.

sai quante ossessioni ho?
scommetto che non lo immagini neanche lontanamente. sono due, ma sono tre. perchè 1+1, ma poi devi aggiungerci che 1+1 diventa, una volta sommato, un'altra unità singola. e fanno 3.
fico, eh?

lei, lui, loro.
non posso dire che non sai amarmi, tu sì. ma io.
sai.
mi capita ancora. ci sono notti in cui all'alba vorrei morire. già.

giovedì 17 novembre 2011

né di terra, né di spugna.

e piove. piove. e io posso assorbire tanto, posso inzupparmi fino a che la carne divenga molle e bianca -e cercare che non lo divenga, che è così brutta a vedersi.
ma io non sono fatta né di terra né di spugna, e mi scappano via dalle dita delle gocce ogni tanto, e piove, piove, piove sui miei piedi, sul mio vestito, piove e io a volte non ce la faccio ad assorbire tutto. e tu non te ne accorgi, perché quando mai il cielo si accorge di cosa lascia cadere sulla terra? raggi di sole, scrosciare di pioggia, è cielo, lui, e se vuoi averci a che fare è così.
si fanno sempre i conti con la natura delle cose.

quando naufraga una nave non esistono più classi, si è tutti in mare, disperati, bagnati, e spaventati. e soli.
soli.
e la solitudine è l'unica cosa che ti avvicina al cuore degli altri. alla com-passione.
quando fa freddo ci si abbraccia tutti più forte.

ma poi, si torna sempre sulla terraferma, e non può essere che un addio. uno sguardo imbarazzato -ma davvero davvero condiviso quelle cose con te? devo dimenticarlo, e anche tu. noi non siamo uguali, altrimenti  non sarebbe servito un naufragio per incontrarci.
perchè la natura umana è tutta uguale solo quando il mondo svanisce, e c'è solo acqua, acqua a morirne.

si tratta solo di saperlo. e io lo so. io che sono orecchio e canoa e terra che raccoglie tutta questa pioggia, e che non sono sono né di terra né di spugna e non ce la faccio, non ce la faccio ma devo farlo, perché se potessi non farlo non sarei così zuppa e fredda e molle d'acqua, io lo so.


a volte desidereresti che la bufera non finisse perché non finisca anche il calore.

io che non sono madre e mi faccio madre terra per accogliere un corpo rannicchiato ho le braccia solitarie, che a farne conca e ventre per cullare sono sempre all'esterno di questo abbraccio, e mi fa male.

io lo so che quando torneremo sulla terra tu tornerai ad essere te, e io invece resterò solamente me.