Forse è che non siamo più capaci di sentire. Di sentire profondamente, davvero, di sentire nello stomaco, nelle viscere, lì dove si dice ci sia la bocca dell’anima. Forse non siamo più capaci di quelle spinte che ci avvicinavano al cielo e alla terra contemporaneamente.
Perché anche se è vero che non si piange la morte di un milione di anime, anche se è vero che troppo grande dovrebbe essere l’uomo per abbracciare e assorbire così tanto dolore, anche se tutto questo è vero, mi terrorizza la freschezza con cui ci limitiamo a condividere le notizie, a incazzarci, si, ma neanche poi troppo. A inorridire per cinque minuti sindacali, e passare oltre.
Forse è che sono troppi gli orrori e non potendo assorbirli, combatterli tutti, né potendone scegliere uno solo, che troppo veloce è il ricambio, forse semplicemente siamo diventati impermeabili.
Orrore.
Siamo tutti così impegnati ad avere qualcosa da fare, un obiettivo che sia quello ‘giusto’ per cui combattere, che s’è perso il senno. Non siamo più capaci di gioire e piangere, di avere così tanta paura da non sentirla neanche più. I nostri governanti ci umiliano, ci sputano in faccia, e noi si, ci indigniamo, aspettiamo i referendum per andare a votare armati delle nostre fiere matitine, occupiamo le scuole e battiamo le mani a chi riesce a tirare in lungo, guardiamo con un po’ di disprezzo chi non può esserci perché deve pur lavorare, e non vediamo il paradosso sublime che chi protesta sembra poterselo permettere.
Gli operai di Priolo che hanno dovuto scegliere, e tutti i giorni devono scegliere, se morire di cancro o morire di fame.
I siriani ammazzati a manciate per diventare un post condiviso in rete, ma nessuno che alzi un dito. Nessuno di noi. Anche volendo, forse non sapremmo nemmeno da dove cominciare.
Ci siamo abbrutiti lentamente, abbiamo smesso di sentire. Artisti, spettatori, persone, passanti.
Ci sta sfuggendo qualcosa.
Qualcosa di grave. Di fondamentale.
Ho sempre pensato che l’arte, senza stare a sprecare maiuscole e minuscole, avesse un senso intrinseco superiore, il potere di renderci più umani. Di mostrarci la potenza, la gioia, il dolore che siamo in grado di provare. Ma non basta danzare, scrivere, leggere, o anche solo ascoltare – che l’arte è un dono per chi sta a guardare, non solo per chi la pratica, e anche questo ci sta sfuggendo.
Che sviluppare l’individuo fosse la strada per renderci tutti alla pari e diventare un collettività, non un gruppo né una massa, ma un insieme di individui in grado di mettere in comune la diversità, che è l’unica verità che possediamo.
Non uno schermo dietro al quale diventare più belli. Non un megafono per fare sapere al mondo quanto valiamo. Che poi, chi se ne importa. Che poi, ci sarà sempre un megafono più potente. E la gara dei megafoni è deprimente.
Abbiamo dimenticato che siamo energia, alla fine dei conti. Energia che si può disperdere, o incanalare. Abbiamo dimenticato come si fa a piangere, e perché si piange. Tre pianti al mese, una cura omeopatica per meglio non sentire. Questo mese ho già dato, e pazienza se c’è un disastro dietro l’angolo, o a mille chilometri di distanza.
Un’arte più umana, e meno divina, ci vuole. Perché mentre la gente muore, gli dèi stanno a guardare