mercoledì 31 agosto 2011

Lettere dal fronte - Faire passer l'appel, imposer le cri, vociférer la plainte, labourer le silence.

Forse è che non siamo più capaci di sentire. Di sentire profondamente, davvero, di sentire nello stomaco, nelle viscere, lì dove si dice ci sia la bocca dell’anima. Forse non siamo più capaci di quelle spinte che ci avvicinavano al cielo e alla terra contemporaneamente.
Perché anche se è vero che non si piange la morte di un milione di anime, anche se è vero che troppo grande dovrebbe essere l’uomo per abbracciare e assorbire così tanto dolore, anche se tutto questo è vero, mi terrorizza la freschezza con cui ci limitiamo a condividere le notizie, a incazzarci, si, ma neanche poi troppo. A inorridire per cinque minuti sindacali, e passare oltre.
Forse è che sono troppi gli orrori e non potendo assorbirli, combatterli tutti, né potendone scegliere uno solo, che troppo veloce è il ricambio, forse semplicemente siamo diventati impermeabili.
Orrore.
Siamo tutti così impegnati ad avere qualcosa da fare, un obiettivo che sia quello ‘giusto’ per cui combattere, che s’è perso il senno. Non siamo più capaci di gioire e piangere, di avere così tanta paura da non sentirla neanche più. I nostri governanti ci umiliano, ci sputano in faccia, e noi si, ci indigniamo, aspettiamo i referendum per andare a votare armati delle nostre fiere matitine, occupiamo le scuole e battiamo le mani a chi riesce a tirare in lungo, guardiamo con un po’ di disprezzo chi non può esserci perché deve pur lavorare, e non vediamo il paradosso sublime che chi protesta sembra poterselo permettere.
Gli operai di Priolo che hanno dovuto scegliere, e tutti i giorni devono scegliere, se morire di cancro o morire di fame.
I siriani ammazzati a manciate per diventare un post condiviso in rete, ma nessuno che alzi un dito. Nessuno di noi. Anche volendo, forse non sapremmo nemmeno da dove cominciare.
Ci siamo abbrutiti lentamente, abbiamo smesso di sentire. Artisti, spettatori, persone, passanti.
Ci sta sfuggendo qualcosa.
Qualcosa di grave. Di fondamentale.
Ho sempre pensato che l’arte, senza stare a sprecare maiuscole e minuscole, avesse un senso intrinseco superiore, il potere di renderci più umani. Di mostrarci la potenza, la gioia, il dolore che siamo in grado di provare. Ma non basta danzare, scrivere, leggere, o anche solo ascoltare – che l’arte è un dono per chi sta a guardare, non solo per chi la pratica, e anche questo ci sta sfuggendo.
Che sviluppare l’individuo fosse la strada per renderci tutti alla pari e diventare un collettività, non un gruppo né una massa, ma un insieme di individui in grado di mettere in comune la diversità, che è l’unica verità che possediamo.
Non uno schermo dietro al quale diventare più belli. Non un megafono per fare sapere al mondo quanto valiamo. Che poi, chi se ne importa. Che poi, ci sarà sempre un megafono più potente. E la gara dei megafoni è deprimente.
Abbiamo dimenticato che siamo energia, alla fine dei conti. Energia che si può disperdere, o incanalare. Abbiamo dimenticato come si fa a piangere, e perché si piange. Tre pianti al mese, una cura omeopatica per meglio non sentire. Questo mese ho già dato, e pazienza se c’è un disastro dietro l’angolo, o a mille chilometri di distanza.
Un’arte più umana, e meno divina, ci vuole. Perché mentre la gente muore, gli dèi stanno a guardare

venerdì 19 agosto 2011

perchè la carne che brucia suona come il silenzio.

bello quel pezzo che mi hai fatto ascoltare, quello del cantante dei mariposa. già, mi è piaciuto, era facile indovinarlo.
quello che non hai indovinato tu è che io, un pezzo simile, l'ho scritto, e neanche troppo tempo fa. lui parla di varechina, io di cera.
di filamenti, di strisce fibrose che ti attanagliano piano piano il cuore e lo stomaco, fino a soffocarlo, fino a quando smetterà quasi di battere - no, non lo faranno fermare, sarebbe troppo facile.
solo, lo faranno battere piano piano, come quando hai corso e vorresti tirare un sospirone e riempirti i polmoni ma non ce la fai, perchè ti vengono le fitte al petto, e allora fai tanti piccoli respiri affannati e poco soddisfacenti.
se solo sapessi come non macerarmici intorno così, sarebbe tutto più semplice.
prendere semplicemente atto del fatto che nonostante i sassi che ho lasciato praticamente ovunque, tanto che chi voleva mi ha trovata anche qui, prendere atto del fatto che tu, semplicemente, non li hai visti. che ti sei dimenticato che a giugno c'ero anche io - e c'ero apposta per te, fra l'altro, ma questo fa parte del processo di macerazione, quindi va beh. che mi hai detto di tornare quando volevo, e che io ci ho creduto.
che mi dici certo, puoi restare, però come ho detto a tutti, portati un sacco a pelo che non si sa mai, e io che mi chiedo perchè, perchè, perchè non mi dici certo, resti con me, no?
so che lo avresti fatto, qualche centinaio di giorni fa. quello che non so, è adesso.

quello che non so. e se solo questa cera finisse dritta sul mio cuore una volta per sempre, farebbe meno male. farebbe meno male. farebbe meno male.

ci hai fatto caso, che il suono della carne brucia si scrive come l'ordine di fare silenzio? ssssh.

sabato 6 agosto 2011

come la cera.

sai che c'è. è che a forza di elaborare il lutto, vero o presunto, il lutto è diventato reale. ed elaborato. piano piano, poco a poco, si impermeabilizzano le parti umide, delicate, tenere. quelle bruciate, aperte, rosse e rosa e nere, nere, nere.
non sento più niente.
come un livido che spunta per un calcio solo accennato, ma che ha già fatto male. in un'altra vita, nella mia testa, per principio, non importa come e quando, ma anche se la botta era illusoria, il livido è reale.
percui no, non è che non fa male. solo che comsì come fa male, piano piano guarisce, deve guarire prima o poi.

cera che si asciuga sulla carne aperta, una strato che non vedi e non senti, ma c'è.

non sento più niente, lì dove fa più male. non ti sento più.

il male intellettuale è più seccante di quello emozionale. puoi dimenticarti come arrossisco, ma non osare dimenticare quanto sono intelligente. se lo fai, mi aiuti a guarire. la cera calda brucia un po' all'inizio, ma si asciuga subito, ci avevi fatto caso?
e quando si asciuga non senti più niente di niente.

divento cera anche io, piano piano.

niente di niente.