è vero, lo sapevo. no, non è vero, non del tutto.
un po' ci avevo creduto, un po' ci avevo creduto che non sarebbe stato troppo tardi, come dicevi. un pochino, quel tanto che basta ad avere una scusa e un pensiero felice.
un pochino.
è che non sono più lei, io. forse non lo ero neanche prima. non so.
ma non mi farò piegare così, non un'altra volta, mai più. mai più.
ero bellissima, per quello che vale.
forse il mio errore è stato essere solo bellissima, ma essere anche intelligente è troppo faticoso, e poi, quandomai lo sono stata?
toglimi il trucco, i tacchi, i capelli, e cosa rimane? niente. niente di niente.
non accadrà mai più.
mi brucia ancora la mano sulla spalla. una pacca amichevole. a me? una pacca amichevole a me? ma cosa ne sapete voi di me? io non la voglio questa pietà pelosa, che poi esce la sera e ride di me in ogni angolo di questa fottutissima città, come se il mondo finisse lì, che cazzata.
non sono più bella e non sono più forte di prima.
sono solo passata attraverso l'inferno, e quello che ho capito è che è come ogni altro luogo al mondo. solo, sei un po' più solo e abbandonato a te stesso, e non c'è un cazzo di nessuno a darti una mano.
e quando ti torturano lo fanno per tutto il tempo necessario.
t u t t o il tempo necessario.
perchè all'inferno hai tutto il tempo del mondo. e anche loro lo hanno.
io volevo solo disfarmi, ma non ne sono stata capace.
e adesso che sono qui, vorrei ancora disfarmi. sciogliermi questa pelle inutile, che mi tiene insieme mio malgrado.
pagherei per tornare indietro, ma non ad allora, perchè non potevo fare altro, non sapevo fare altro, e ho fatto quello che dovevo fare. pagherei per tornare indietro a poco fa, quando ho raschiato il fondo del barile per raccogliere tutta la bellezza che avevo e fare una gogna.
non sono nè più bella nè più forte di allora, non ho più niente e continuo a prendermi le valigie da sola, e cambiare le ruote della macchina da sola, a mettermi i tacchi e domarmi i capelli e cadere per strada perchè la vita mi pesa e mi taglia le mani, non sono niente più di allora, e sono tutta qui. e l'errore è prendere l'ultima cosa che hai da dare, e regalarla. perchè è allora che non vali più niente. sei solo un saluto distratto al telefono, un cenno da un tavolo all'altro, e una pacca amichevole e pelosa sulla spalla.
non accadrà mai più. dovessi tagliarmi le braccia, non avrò più spalle su cui farmi dare una pacca.
maledizione.
maledizione a me.
domenica 24 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
il bruco.
una foglia. un foglia verde, tenera. una foglia verde tenera e con un buco.
quando i bruchi ci passano sopra ignari, i buco li inghiotte.
e cadono. cadono, poveri bruchi.
si spezzano tutte le zampe, mille zampe spezzate devono fare male, molto male.
terribilmente male.
cadono e con mille zampe spezzate e la pancia che striscia sul suolo, non possono trascinarsi. sono muti i bruchi?
sono muti.
gridano muti con le zampe spezzate.
il piccolo bruco verde come le foglie, come gli occhi dopo che hai pianto, come la bile che sputi quando ti fa troppo male respirare,
il piccolo bruco verde con le antenne rosa tenero è caduto. piange. piange. piange.
le api, le api, le api.
le formiche, il sole, la terra che non è mai abbastanza madre per seppellirti vivo quando vivere è solo un momento di passaggio verso le api, il piccolo bruco contorto piange.
lo mangiano vivo, un pezzetto alla volta.
non fa pena chi non senti piangere.
quando i bruchi ci passano sopra ignari, i buco li inghiotte.
e cadono. cadono, poveri bruchi.
si spezzano tutte le zampe, mille zampe spezzate devono fare male, molto male.
terribilmente male.
cadono e con mille zampe spezzate e la pancia che striscia sul suolo, non possono trascinarsi. sono muti i bruchi?
sono muti.
gridano muti con le zampe spezzate.
il piccolo bruco verde come le foglie, come gli occhi dopo che hai pianto, come la bile che sputi quando ti fa troppo male respirare,
il piccolo bruco verde con le antenne rosa tenero è caduto. piange. piange. piange.
le api, le api, le api.
le formiche, il sole, la terra che non è mai abbastanza madre per seppellirti vivo quando vivere è solo un momento di passaggio verso le api, il piccolo bruco contorto piange.
lo mangiano vivo, un pezzetto alla volta.
non fa pena chi non senti piangere.
mercoledì 20 luglio 2011
(avrei preferito dire) grazie di non rendermi partecipe.
io non volevo saperlo. forse è perchè non parlo, e quando lo faccio lo faccio male, ma la gente che sente questo bisogno assoluto di dire le cose, tutte le cose, mi fa male. mi vengono i lividi, e io, col mio sangue denso, mi riempio di bozzi che non passano più.
le api, le api, le api.
le api nei miei occhi, nella mia bocca.
io non volevo saperlo.
la verità, la semplice verità è che mentre tu sei in guerra, una guerra stupida, come tutte le guerre sono, gli altri continuano a vivere.
mica possono stare sulla croce, certo.
ti pensano, forse. quando gli mandi una cartolina bruciacchiata e un po' patetica, come patetico è sempre chi cerca di fare l'eroe, magari lì ti pensano.
e poi escono a bersi una birra.
e chi è lì intorno sarà per forza più bello di te.
la guerra puzza. i capelli diventano stoppa, le unghie si spezzano, puzzi, ti puzza la pelle, la faccia. torni ammaccato e senza niente da dire.
la gente ha tante cose da raccontarsi, e tu hai solo orrore negli occhi, e bisogno di aggrapparti alla vita che avevi prima, che è l'unica che hai. perchè in guerra si muore comunque.
è una strana sensazione. il tempo per te si è fermato. per il resto del mondo no.
io non volevo saperlo.
io non volevo saperlo. se non l'avessi saputo, sai, ti avrei detto che non c'è stata pausa fra te e te. che la mia stupida pelle non l'ha toccata nessuno fra te e te. sai? nessuno. non è stato facile, e le api, le api, le maledette api mi hanno morsa con più rabbia ancora, perchè i guardiani si incattiviscono se non ti spezzi del tutto.
ma io non gliel'ho consentito.
io non gliel'ho consentito.
sfigurami, ma non ti prenderai la mia poca, miserabile purezza.
come suona ridicolo, vero?
la mia p u r e z z a.
io non volevo saperlo, e adesso che lo so suona ancora più ridicolo.
le api, le api, le api. le api mi parlano, le api ridono di me, incessantemente.
le api, le api, le api.
le api nei miei occhi, nella mia bocca.
io non volevo saperlo.
la verità, la semplice verità è che mentre tu sei in guerra, una guerra stupida, come tutte le guerre sono, gli altri continuano a vivere.
mica possono stare sulla croce, certo.
ti pensano, forse. quando gli mandi una cartolina bruciacchiata e un po' patetica, come patetico è sempre chi cerca di fare l'eroe, magari lì ti pensano.
e poi escono a bersi una birra.
e chi è lì intorno sarà per forza più bello di te.
la guerra puzza. i capelli diventano stoppa, le unghie si spezzano, puzzi, ti puzza la pelle, la faccia. torni ammaccato e senza niente da dire.
la gente ha tante cose da raccontarsi, e tu hai solo orrore negli occhi, e bisogno di aggrapparti alla vita che avevi prima, che è l'unica che hai. perchè in guerra si muore comunque.
è una strana sensazione. il tempo per te si è fermato. per il resto del mondo no.
io non volevo saperlo.
io non volevo saperlo. se non l'avessi saputo, sai, ti avrei detto che non c'è stata pausa fra te e te. che la mia stupida pelle non l'ha toccata nessuno fra te e te. sai? nessuno. non è stato facile, e le api, le api, le maledette api mi hanno morsa con più rabbia ancora, perchè i guardiani si incattiviscono se non ti spezzi del tutto.
ma io non gliel'ho consentito.
io non gliel'ho consentito.
sfigurami, ma non ti prenderai la mia poca, miserabile purezza.
come suona ridicolo, vero?
la mia p u r e z z a.
io non volevo saperlo, e adesso che lo so suona ancora più ridicolo.
le api, le api, le api. le api mi parlano, le api ridono di me, incessantemente.
martedì 19 luglio 2011
le api.
non dormo da secoli.
le api divorano tutto, le api mi ronzano in testa. le api mi mordono gli occhi.
crescono i bubboni dentro la mia testa, dietro ai miei occhi.
mi fa male la testa. mi fanno male gli occhi.
ma mi mordono dentro, e così non sono cieca. mi fa male, ma ci vedo. e questo è male.
le api ronzano e mangiano tutto.
la morte non è il sonno.
la morte è uno sciame di api che non ti lasciano dormire, e ti mangiano dentro e fuori, lentamente, una alla volta, ché duri più a lungo.
la morte è l'insonnia e le api che ti mordono gli occhi.
le api.
le api mi mangiano viva.
le api mi mangiano viva e io ho paura di morire e non poter più dormire, mai più.
le api divorano tutto, le api mi ronzano in testa. le api mi mordono gli occhi.
crescono i bubboni dentro la mia testa, dietro ai miei occhi.
mi fa male la testa. mi fanno male gli occhi.
ma mi mordono dentro, e così non sono cieca. mi fa male, ma ci vedo. e questo è male.
le api ronzano e mangiano tutto.
la morte non è il sonno.
la morte è uno sciame di api che non ti lasciano dormire, e ti mangiano dentro e fuori, lentamente, una alla volta, ché duri più a lungo.
la morte è l'insonnia e le api che ti mordono gli occhi.
le api.
le api mi mangiano viva.
le api mi mangiano viva e io ho paura di morire e non poter più dormire, mai più.
Lettere dal fronte – La freccia
Per quelli che non hanno voce il teatro è respiro. È la possibilità di esserci, e di essere tutto. Non importa quanto tu sia brutto o bello, fico o perdente, non importa se hai le gambe un po’ storte e l’accademico non ti sta bene. Non importa. Quando sei sul palco, e sei allineato e consapevole, tutto quello che sei assume un senso. Una freccia pronta a scoccare, un obiettivo focalizzato e preciso, e non esiste il mondo di là fuori, quello in cui non sai dove mettere le mani quando non hai le tasche. Non importa che tu sia muto, perché sei tu stesso a parlare per te, con tutto il corpo.
È la gioia della libertà assoluta, ma senza la paura che la libertà comporta. Non c’è sfida, quando sei lì. Quello è il tuo mondo, il tuo spazio, e non c’è niente di quello che farai che sia fuori luogo, perché tutto quello che fai ha uno scopo preciso, un senso, una sua intrinseca imprescindibile bellezza.
Io questo l’ho imparato saltando. Io che non so fare la capriole, l’ho imparato saltando. Perché a volte ci sono cose che devi fare e basta. -Come si fa? Fallo. -Si, ma come si fa? Fallo. Non posso spiegarti come si respira o come si nuota, potrei dirti di comprimere i polmoni o di muovere gambe e braccia nell’acqua, ma quello non sarebbe né respirare né nuotare.
E ho saltato. E poi l’ho rifatto, e ancora, e ancora. L’ho fatto quando ho smesso di pensarci, di pensare che non lo sapevo fare, di preoccuparmi di che figura avrei fatto se fossi inciampata. Sotto mi erano stese due ragazze, se fossi caduta male sarei caduta su di loro, e ci saremmo fatte male tutte e tre, e io non sarei sopravvissuta a questa cosa.
La verità è che forse, quando non puoi sbagliare, non sbagli.
Per chi non ha voce il teatro è la scoperta che non ci sono confini, ma solo paure, pudori, insicurezze. Che tornano puntualmente, perché stiamo parlando di magia, non di medicina.
Però.
Però è una cosa incredibile, quando succede. L’importante è cercare di non dimenticarlo, perché la vita non è come il teatro. La vita è bruta, ti sussurra che in fondo è solo un salto, e che se dovessi farlo adesso non sapresti rifarlo, ti costringe a guardarti intorno e vedere che non ci sono quinte né palestre intorno a te, e che hai le gambe storte e l’accademico, beh, è impietoso. Zittirla. Zittirla con una risata. È difficilissimo, e il grosso del lavoro sta nel non perderla questa risata.
Io che non so fare le capriole ad un certo punto ho cominciato a saltare, e saltare ancora, un salto mortale dopo l’altro, e non importava se atterravo in maniera più o meno elegante, perché finché non ci pensi atterri come è giusto atterrare. Sono caduta una volta sola, ed è stato quando, mentre saltavo, ho guardato sotto di me, e ho visto che c’erano due ragazze – due ragazze, cazzo – e ho preso atto che stavo facendo una cosa che fin da piccolo ti insegnano che è contro natura, perché gli uomini non sono fatti per volare.
Ecco. Questa è una cazzata. Gli uomini sono fatti per fare quello vogliono, dal momento in cui lo vogliono. La mente, appunto, mente. Con le parole, che sono armi che uccidono ma non guariscono.
Per questo amo il silenzio del teatro. Il freddo della palestra. Tutto quello che devo dire posso dirlo senza filtri, senza parole, senza paura. Perché altrimenti tanto vale andare via, andare altrove.
È l’isola felice in cui il male non è il dolore, perché la disciplina che viene spontanea quando ami qualcosa così scelleratamente non ti fa sentire quel dolore lì. È altro a farti male. È la nudità che devi affrontare, è chiederti se davvero è quello che vuoi, perché farà male. Perché non è che riesca sempre, e comunque difficilmente al primo tentativo. Però io questo salto l’ho fatto.
E io me la ricordo quella gioia assoluta di essere senza peso, senza contorni, senza paura.
Una freccia pronta a scoccare, e le frecce sono ritte, precise, e soprattutto, volano.
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