martedì 19 luglio 2011

Lettere dal fronte – La freccia

Per quelli che non hanno voce il teatro è respiro. È la possibilità di esserci, e di essere tutto. Non importa quanto tu sia brutto o bello, fico o perdente, non importa se hai le gambe un po’ storte e l’accademico non ti sta bene. Non importa. Quando sei sul palco, e sei allineato e consapevole, tutto quello che sei assume un senso. Una freccia pronta a scoccare, un obiettivo focalizzato e preciso, e non esiste il mondo di là fuori, quello in cui non sai dove mettere le mani quando non hai le tasche. Non importa che tu sia muto, perché sei tu stesso a parlare per te, con tutto il corpo.
È la gioia della libertà assoluta, ma senza la paura che la libertà comporta. Non c’è sfida, quando sei lì. Quello è il tuo mondo, il tuo spazio, e non c’è niente di quello che farai che sia fuori luogo, perché tutto quello che fai ha uno scopo preciso, un senso, una sua intrinseca imprescindibile bellezza.

Io questo l’ho imparato saltando. Io che non so fare la capriole, l’ho imparato saltando. Perché a volte ci sono cose che devi fare e basta. -Come si fa? Fallo. -Si, ma come si fa? Fallo. Non posso spiegarti come si respira o come si nuota, potrei dirti di comprimere i polmoni o di muovere gambe e braccia nell’acqua, ma quello non sarebbe né respirare né nuotare.
E ho saltato. E poi l’ho rifatto, e ancora, e ancora. L’ho fatto quando ho smesso di pensarci, di pensare che non lo sapevo fare, di preoccuparmi di che figura avrei fatto se fossi inciampata. Sotto mi erano stese due ragazze, se fossi caduta male sarei caduta su di loro, e ci saremmo fatte male tutte e tre, e io non sarei sopravvissuta a questa cosa.
La verità è che forse, quando non puoi sbagliare, non sbagli.

Per chi non ha voce il teatro è la scoperta che non ci sono confini, ma solo paure, pudori, insicurezze. Che tornano puntualmente, perché stiamo parlando di magia, non di medicina.
Però.
Però è una cosa incredibile, quando succede. L’importante è cercare di non dimenticarlo, perché la vita non è come il teatro. La vita è bruta, ti sussurra che in fondo è solo un salto, e che se dovessi farlo adesso non sapresti rifarlo, ti costringe a guardarti intorno e vedere che non ci sono quinte né palestre intorno a te, e che hai le gambe storte e l’accademico, beh, è impietoso. Zittirla. Zittirla con una risata. È difficilissimo, e il grosso del lavoro sta nel non  perderla questa risata.
Io che non so fare le capriole ad un certo punto ho cominciato a saltare, e saltare ancora, un salto mortale dopo l’altro, e non importava se atterravo in maniera più o meno elegante, perché finché non ci pensi atterri come è giusto atterrare. Sono caduta una volta sola, ed è stato quando, mentre saltavo, ho guardato sotto di me, e ho visto che c’erano due ragazze – due ragazze, cazzo – e ho preso atto che stavo facendo una cosa che fin da piccolo ti insegnano che è contro natura, perché gli uomini non sono fatti per volare.
Ecco. Questa è una cazzata. Gli uomini sono fatti per fare quello vogliono, dal momento in cui lo vogliono. La mente, appunto, mente. Con le parole, che sono armi che uccidono ma non guariscono.

Per questo amo il silenzio del teatro. Il freddo della palestra. Tutto quello che devo dire posso dirlo senza filtri, senza parole, senza paura. Perché altrimenti tanto vale andare via, andare altrove.
È l’isola felice in cui il male non è il dolore, perché la disciplina che viene spontanea quando ami qualcosa così scelleratamente non ti fa sentire quel dolore lì. È altro a farti male. È la nudità che devi affrontare, è chiederti se davvero è quello che vuoi, perché farà male. Perché non è che riesca sempre, e comunque difficilmente al primo tentativo. Però io questo salto l’ho fatto.
E io me la ricordo quella gioia assoluta di essere senza peso, senza contorni, senza paura.
Una freccia pronta a scoccare, e le frecce sono ritte, precise, e soprattutto, volano.

Nessun commento:

Posta un commento