domenica 30 ottobre 2011

vivo come i gamberi.

ho passato centinaia di giorni ad aspettare di aver l'occasione di parlare e smetter di lasciare segnali in giro per il mondo.
centinaia.
non è stato un grande sforzo, io non desideravo altro che quello, avere l'occasione di rimettere insieme i pezzi, anche solo per posarli in fondo a un cassetto, a in ordine, celebrare un requiem definitivo ma consapevole, libero, purificatore, pulito. doloroso, certo, ma mio. anche solo per quello.

credevo di aver rubato uno spazio all'oblìo, c'ero riuscita, in realtà.

ma.

ma la verità è che mentre puoi rubare qualcosa alla morte, la puoi ingannare se solo riesci a concentrarti, a lasciare uno spazio bianco nella mente, mentre la morte la puoi ingannare, la vita ti fotte sempre. sempre.
l'avevo detto, lo sapevo, non ho scuse. ti prego di non diventare reale, ti prego, ti prego ti prego.
perchè lo sapevo che diventando reale saresti stato fagocitato dalla vita, da questo schifo che marcisce, si sporca, e ti abbandona.

i morti non ti lasciano mai sola, sono i vivi ad andare via. sempre.

mi hai tenuto più compagnia in questo anno e mezzo di assenza che adesso che non ci sei davvero. adesso che mi lasci ad aspettare uno sguardo, un gesto. una tenda, un caffè. una carezza. un passaggio. un messaggio. una domanda.

e io adesso non so se è più il male dell'assenza o la desolazione di non avere più quella cosa così bella che avevo a cui aggrapparmi.

vivo come i gamberi, con la testa rivolta sempre indietro, e non è una gran cosa, lo so, ma è così. e adesso? anche tu adesso fai parte della mia vita spaccata in due, anche tu sei solo metà. sto benino ovunque, mi manca casa, sempre.

lo sappiamo, quando la vita fa le parti, le due metà non sono m a i uguali.

venerdì 21 ottobre 2011

Arriva sempre, l'inverno.

La gente molto felice – o molto infelice è sempre feroce. Non c’è posto che per sé nel proprio cuore, tutto ilresto è corollario, fondamentale come il coro greco ma non altrettanto stentoreo nell’espressione.


Non si chiede al coro come stai?. Ci si aspetta solo ascolto e cassa di risonanza. Stonato il coro, terribile l’errore, impietosa la risposta di chi è, pur sempre, il protagonista della più grande tragedia cosmica del momento, per sempre finchè dura.

La gente con un grande dolore ama verticalmente chi gli sta accanto perché è una riflesso di sé che ama, ma solo a tempo determinato, e lancia ogni tanto colpi di coda di una violenza inaudita e disattenta –ma pur sempre piena di validissime motivazioni, all’occorrenza. Saltano denti e ciglia, e continui a sorridere, un sorriso un po’ storto, ma pur sempre un sorriso, percui è come se non fosse successo niente.

Quello che devo fare.

Maniche lunghe a coprire il mio dolore per cui non v’è spazio.

È arrivato l’inverno, purtroppo.

Arriva sempre.

Nello spazio del disamore disattento si posano comodamente le parole pesanti del giudizio puntuto, uso scellerato e cattivo –cattivo, sì, dell’attenzione posta in altri momenti. L’altrui amore è un’arma potente per chi lo riceve. Aprire le braccia priva chi lo fa del proprio calore, e scopre i segni. E nel dare il colpo sai perfettamente dove farà male, ma non ti curi di moderarne le conseguenze.

È nello spazio vuoto fra ciò che sai e scegli e ciò che ignori e fai volutamente a caso la differenza fra me e te.

Io so dove ti fa male. Mi sforzo di saperlo. Con il mio metodo, che è quello che è. Brucia quando disinfetto dove la carne è scoperta e tenera, ma non v’è intenzione nel dolore che procuro. Forse un po’ della mia –imperdonabile, certo, goffaggine, ma nessuna chirurgica intenzione di far male.

Tu, no. Semplicemente.