domenica 30 ottobre 2011

vivo come i gamberi.

ho passato centinaia di giorni ad aspettare di aver l'occasione di parlare e smetter di lasciare segnali in giro per il mondo.
centinaia.
non è stato un grande sforzo, io non desideravo altro che quello, avere l'occasione di rimettere insieme i pezzi, anche solo per posarli in fondo a un cassetto, a in ordine, celebrare un requiem definitivo ma consapevole, libero, purificatore, pulito. doloroso, certo, ma mio. anche solo per quello.

credevo di aver rubato uno spazio all'oblìo, c'ero riuscita, in realtà.

ma.

ma la verità è che mentre puoi rubare qualcosa alla morte, la puoi ingannare se solo riesci a concentrarti, a lasciare uno spazio bianco nella mente, mentre la morte la puoi ingannare, la vita ti fotte sempre. sempre.
l'avevo detto, lo sapevo, non ho scuse. ti prego di non diventare reale, ti prego, ti prego ti prego.
perchè lo sapevo che diventando reale saresti stato fagocitato dalla vita, da questo schifo che marcisce, si sporca, e ti abbandona.

i morti non ti lasciano mai sola, sono i vivi ad andare via. sempre.

mi hai tenuto più compagnia in questo anno e mezzo di assenza che adesso che non ci sei davvero. adesso che mi lasci ad aspettare uno sguardo, un gesto. una tenda, un caffè. una carezza. un passaggio. un messaggio. una domanda.

e io adesso non so se è più il male dell'assenza o la desolazione di non avere più quella cosa così bella che avevo a cui aggrapparmi.

vivo come i gamberi, con la testa rivolta sempre indietro, e non è una gran cosa, lo so, ma è così. e adesso? anche tu adesso fai parte della mia vita spaccata in due, anche tu sei solo metà. sto benino ovunque, mi manca casa, sempre.

lo sappiamo, quando la vita fa le parti, le due metà non sono m a i uguali.

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