un cucchiaio. e un cucchiaio quello che mi è rimasto dentro. piccolo, lucido, speciale, ma pur sempre un volgare cucchiaio. i cucchiai sono strani oggetti. servono a nutrirsi, a portare le cose da fuori a dentro, mi spiego? dal mondo alla bocca, e poi giù, dentro lo stomaco.
ma anche se devi svuotare un frutto un cucchiaio. scavano bene, i cucchiai. non lasciano ferite. sono rotondi come un artiglio, solo più raffinati.
e a me è rimasto dentro, così dentro che non si è neanche incastrato da qualche parte. si è accomodato dentro, al posto di quello che ha tolto.
se mi muovo, e ci si muove sempre, lui stacca dei pezzetti. come accarezzare la mousse con un tocco leggero. qualcosa viene via sempre. poco, pochissimo, ci vorrebbero tremila anni per finirla, ma qualcosa viene comunque via.
è così che mi sento. è lì. a ogni lieve battito del cuore, il sangue pulsa, e la carne si muove, poco ma si muove. e lui scava. fra un movimento e l'altro, quando tutto riposa, e anche lui riposa, io lo sento che si poggia, comodo, sento la curva fredda e rassicurante dentro di me, nel mio stomaco, nel mio stomaco lo sento, nel mio stomaco.
ho sempre voglia di piangere. il cucchiaio continua a portarsi via pezzetti di me. pezzetti così lievi che io non so spiegare questo senso di vuoto che cresce, lento, poco alla volta, pochissimo, ma cresce. io lo sento che il buco si allarga, che lo spazio vuoto cresce, e si avvicina alla buccia, alla pelle. ogni tanto lo sento, lo vedo pulire per bene la pelle da dentro, lo vedo DA FUORI, come quando infili la mano nei collant per vedere se ci sono smagliature. le vedi bene le mani, vero? ne vedi la sagoma che si muove sotto la trama. e io lo vedo, lo sento. non fa male, è un solletico, come quando ti carezzi con la lingua le gengive dopo che ti hanno estratto un molare.
ho voglia di piangere, ma un pozzo vuoto quello che sono. e mi rimbomba dentro, quando il cucchiaio raschia. e raschia sempre.
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