sabato 15 gennaio 2011

lo spleen dei trentenni è imbarazzante. si invecchia, e non si cresce.

le mura di questa casa sono troppo sottili, mura di carta che si sfanno appena piove un po'.

siamo tutti così tristi, così spaventati, chiudiamo le finestre, le porte, tiriamo giù le serrande, ma le stanze non hano più pareti, e non proteggono niente, come corpi senza pelle, ecco come stanno le cose. i topi là fuori rosicchiano tutto, rosicchieranno anche le pareti, queste inutili, ridicole pareti. inutili e ridicole. questa casa che non è una casa, e le fregature, e la solitudine, e il senso di sconfitta che sta lì, seduto nella poltrona che non ho, se la sarà portata da casa sua, credo, seduto comodo a fumare, le gambe accavalate e un sorrisetto pietoso in viso.
lo so che ci hai provato. lo so. so che continui a provarci. e so anche che non ne puoi più. lo so.
e lo sai anche tu, cara mia.
e lo sai anche tu che i tpoi rosisschano tutto, con i loro dentini piccini e infami, e che queste tue belle pareti hano la muffa non appena finisci di piantarci un quadro sopra. e se la muffa è già emersa, immagina come saranno dentro.
lo sai, cara mia, lo sai che tanto hai già perso in partenza. perchè nella migliore delle ipotesi avrai pagato un prezzo stupidamente alto per una festa in cui, come sempre, farai tappezzeria.
il peso soffocante delle cose che ti si chiudono intorno, e levano tutta l'aria che c'è, e si fa pesante, pesantissima. con l'agoscia di quando avevi cinque anni e tutto sembrava così difficile.
solo che poi scopri che avevi ragione, tutto è così così difficile.
e chi ti promette qualcosa lo fa solo per averti in pugno, perchè alla fine tu il tuo lo farai, e il resto mancia.
e io mi sento così sola. attaccata al telefono con mamma a sforzarmi di non piangere, e alla fine, uno, due, tre, e cedo, e la mia mamma che mi sente e non sa che fare.
ho quasi trent'anni, sono alta un metro e settantaquattro e sembrerei una figura imponente, ma mi sento piccola piccola, e miserabile, e sola, e fatta di carta e ossa d'uccelli, e mia vergogno così tanto di essere solo questo, carta e ossa d'uccelli e un'impalcatura grossa e goffa, neanche la giustificazione di un corpicino leggero leggero, che il vento se lo porta via se non lo tieni stretto fra le braccia. troppa carne e troppa poca pelle per tenermi insieme, e un guscio piccolo piccolo e nero e lucido e così striminziato e perso qui dentro da qualche parte e contenere tutto il mio inutile piccolo mondo.
e io non so a chi raccontarla questa storia, non so a chi raccontarla. è sempre la stessa, e dopo un po' stufa. e pensare che una volta ero anche una persona simpatica.
siamo tutti così spaventati e tristi. e soli.
ieri è venuto mio papà, e meno male.
alla fine, tutto questo portebbe almeno avere un senso, perchè a quasi trent'anni finalmente mio papà mi dice che non è vero quello che penso, ed è già tanto. e forse tutto questo serviva a farmi ingoiare l'orgoglio, anche se dopo aver mangiato quello superfluo ho dovuto continuare, e masticarmi la faccia da sola, buttare giù l'amarezza di non essere niente di niente. e sinceramente, questa sotria che è importante saper accettare aiuto dagli altri, mi sembra una grandissima cazzata. bella lezione, già. che culo. adesso che so che posso condividere la mia colpa con la natura delle cose mi sento proprio sollevata, già.
e dire che una volta ero anche una persona simpatica.
non è successo niente di grave, solo che piano piano affondo, e non so da dove cominciare ad uscirne, ci sono tanti di queli lacci che mi sento un uccellino in gabbia. un inerme, enorme, stupido, goffo uccellino in gabbia, e non so neanche cantare. 

pensavo ad un documentario sull'unità d'italia avisto dagli occhi dei siciliani. ma questa è una cosa che può capire solo un isolano, e neanche tutti, credo. perchè è così che vanno le cose. la verità è che la scelta non è una scelta: cosa preferisci? i borboni? i savoia? la destra? la non sinistra?

beh grazie, ma io preferirei il vulcano, se possibile, un bel salto e vaffanculo, venitemi a prendere, adesso.
scusa mamma, scusa scusa scusa se non ce la faccio così, scusami. non è colpa tua. è solo che a volte è troppo stupido e troppo difficile, è che forse mi manca il mare, mi manca il fuoco, forse è che non tutti siamo fatti per sopravvivere, e ancoa in meno siamo fatti per vincere, e figurati quanto possono essere quelli che non se la prendono troppo se perdono, o se non giocano, perchè non è scritto da nessuna parte che bisogna pe forza portare il punto a casa, ma è come se lo fosse, è una grossa lettera scritta sul petto, e tutta rossa, e pesa, incastonata nello sterno, e piano piano i filamenti di cui è fatta la cucitura enrano nella carne, e si annidano nei plmoni, e allora, mamma, è così difficile respirare. pesa, e sibila, e fa freddo. e io non so da dove cominciare, perchè forse non vale nemmeno la pena raccontarlo, forse è solo che i quindici anni me li porto dietro anche a distanza di tempo e mi sembra tutto difficile quando magari è ridicolo, il che è anche peggio, non so.

la verità è che vorrei un scusa, ma una scusa grossa, un meteorite, una malattia, non so, una cosa così, quelle che sanno di volontà divina e che giustificano tutto, e qualunque cosa diventa una scelta obbligata, non un patteggiamento con la vita e la sconfitta. vorrei una scusa grossa così, che bastasse a riempire questo buco grosso così che ho nel petto e che non so come coprire, che esce fuori ogni tanto e mi sopraffà. e mamma e papà sono lontani, e la verità è che non so dove andare a sbattere la testa, perchè non c'è neanche da farsi male, qui crolla tutto per molto meno.


s'invecchia, e non si cresce.

2 commenti:

  1. Le ossa degli uccelli sono cave, così da alleggerirli. Nel caso che tu non sia interessata al volo, puoi usare il cavo delle ossa per tenerci tante cose.

    Se fai quel documentario, io farei volentieri la parte di Bixio. Tu potresti essere una di quelle figure allegoriche: la Patria, la Libertà, la Melanconia (in questo caso, di parte borbonica).

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  2. maledettamente borbonica, ovvio. i savoia di buono hanno solo i biscotti che ne portano il nome, si sa.

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